ACHILLE GEREMICCA.
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I FANTASMI DELLA MIA VITA.
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1925. A. Stock Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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PRESCELTO DALLA SOCIETA DEGLI AUTORI DI ROMA. VINCITORE DEL CONCORSO 1923.
La Commissione d'esame che prescelse questo romanzo, insieme con l'altro La casa della sapienza di Alfredo Petrucci, nel concorso bandito dalla Societ degli Autori di Roma per un romanzo a tema libero tra gli scrittori italiani, era presieduta da Arturo Calza e composta di Goffredo Bellonci, Massimo Bontempelli, Eduardo Coli, Giuseppe De Rossi, Ugo Fleres, Augusto Jandolo, Nicola Moscardelli, Francesco Paolo Mul, Nicola Porzia, Fausto Salvatori.
L'esito del concorso fu comunicato alla stampa nel maggio del 1923.
Opera autobiografica nella quale lautore racconta la sua vita piena di fantasmi e paure, dallinfanzia alla maturit di uomo sognatore ed idealista. Le pagine, pur delicate e ricche a volte di potenza e stile, sembrano un preludio ad una narrazione pi strutturata che si realizzer nel successivo Commedia di Maggio.
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L'AUTORE.
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Achille Geremicca nacque a Napoli nel 1897; il padre fu il noto botanico Michele Geremicca. Mostr predisposizione alla scrittura fin da giovinetto.
Dopo la laurea inizi una carriera di insegnamento di Italiano allIstituto darte; carriera che fu breve, perch prefer dedicarsi ad altra occupazione piuttosto che entrare in conflitto con i suoi ideali politici e morali di stampo liberale, nel momento in cui era diventato praticamente obbligatorio per i docenti di ogni ordine e grado avere la tessera del partito fascista. Il tutto senza mai pubblicizzare o dare risalto a questa sua rinuncia, in sintonia con un carattere schivo e malinconico.
Fu collaboratore dellArchivio storico del Banco di Napoli, attivit che lo occup per il resto della sua vita. Fu amico di Benedetto Croce e poi si dedic allattivit di scrittore. Alla caduta del fascismo, si dedic pi compiutamente al giornalismo, occupandosi in una prima fase della cronaca cittadina, forse non troppo congeniale alla sua natura pacata, ma che condusse comunque soffermandosi di preferenza sui fatti concernenti la vita universitaria, larte, la cultura, il costume. Mor a Napoli nel 1951
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I FANTASMI DELLA MIA VITA.
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Indice.
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1. Spiriti e forme.
2. La strage degl'innocenti.
3. Zio Luca.
4. Elodia.
5. Amis e Amile.
6. La Compagnia del gallo.
7. Ombre.
8. Tibut.
9. Giacomo Telonio.
10. Chiara.
11. Le nozze.
12. Mia moglie.
13. La mia guerra.
14. Il ritorno di zio Luca.
15. L'altra Elodia.
16. L'incendio.
17. Il nuovo giorno.
18. In letizia.
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Fine Indice.
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Capitolo 1.
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Spiriti e forme.
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Quando cerco la pi antica memoria di me stesso, mi ritrovo tremante di paura dinanzi a un mostro minaccioso. Tutto d'intorno  vago, senza linee, avvolto in ombre fluttuanti, ma io sono vivo, sebbene cos piccolo che potrei nascondermi sotto una sedia; ed anche vivo, terribilmente vivo,  il mostro che balza fuori dalle ombre e punta contro di me la testa cornuta.
Mi dicono che quello  un bisonte, ma essi, i grandi, che lo chiamano cos, non ne hanno per nulla paura: gli voltano tranquillamente le spalle, s'appoggiano col gomito sulla sua testa incurvata, gli battono familiarmente una mano sul muso.
A poco a poco le ombre cominciano a diradarsi, ed io vedo meglio le cose. Il bisonte ha per tana una stanza a pianterreno, dove la vecchia Rosaria stira, su d'una tavola coperta da un tappeto verde, le mie camiciole e i miei grembiali.
Il mostro non va in collera per ci, ma se nella stanza entro io, spinto o trascinato da qualcuno, esso mi scorge subito e mi si volta contro, minacciandomi con le corna ritorte. A questo punto mi echeggiano nella memoria, prendendo la cara voce di mio padre, frasi come queste: Dipinto murale... Figura fatta col pennello... Al primo ricordo se ne sovrappongono altri successivi; e il mostro comincia a perdere un po' della sua ferocia, cosicch, pur riluttante, io lascio che mio padre mi prenda una manina e l'alzi fino a farle toccare il corpo della bestia.
In qualche ora del giorno, quando la stanza  piena di sole e molta gente vi si raccoglie dentro, il bisonte diventa anche per me un dipinto murale, di cui posso perfino beffarmi: le sue corna somigliano a quelle d'una capra e, fors'anche, agli uncini dell'attaccapanni ch' nella mia camera da letto. Ma se la stanza  solitaria o in penombra, se comincia a cader la sera e tuttavia non s'accendono ancora i lumi, la belva s'avviva nel suo odio contro di me e si prepara all'assalto. Ed  inutile cercar di rassicurarmi con le solite parole: dipinto, figura, immagine. Se fosse di carne e d'ossa, mi spaventerebbe meno, perch potrebbe essere rinchiusa nel suo covo o uccisa una buona volta per sempre. Ahim, nessuno mi pu proteggere da un'immagine, che la notte lascia il muro, passa attraverso le porte e le pareti, entra indomabile nei miei sogni!
Non so dire con precisione a che tempo rimonti il terribile assalto, in cui per poco le corna del bisonte non mi sbalzarono di l della vita. Se mi palpo il mento, ritrovo ancora la cicatrice, che sotto la spinta degli anni ha scavalcato la mascella e s' distesa di traverso fin quasi a toccare il pomo d'Adamo. Spesso, quando mi faccio la barba, me la guardo nello specchio e mi par di vederla ravvivarsi, rosseggiare, stillare ancora qualche goccia del mio vermiglio sangue di bambino. Potrei additarla, questa cicatrice, ai reduci dalle cacce grosse e domandar loro se l'avventura di un piccolo di tre anni, ferito, a casa sua, da un bisonte, meriti o no d'esser narrata.
Allora dormivo in un lettuccio di cui l'una e l'altra sponda erano chiuse da una diga di reti metalliche. Accanto a me (tra i due letti c'era appena posto per il comodino) dormiva la vecchia Rosaria. La porta che dava in camera della mamma stava sempre aperta, e sulla soglia, posata a terra, una lampada di vetro conteneva l'oscillante fiamma di un lumino di cera. Ma l'altra, di contro, rimaneva in ombra, e perci era misteriosa. Il giorno, metteva in un corridoio; la notte, diventava il limitare dell'ignoto, la bocca delle tenebre. Il bisonte entr di l. Non venne al galoppo, non fece rumore con le sue zampe di capro: apparve all'improvviso, arruffando il pelo come un enorme gatto inferocito; poi, con le corna basse, s'avvent contro le reti del mio letto.
Balzando in piedi, cercai di chiamare al soccorso; ma dalla gola non m'usc nemmeno un filo di voce. Fui travolto, sollevato in alto e gettato a terra da una cornata.
Quando apersi gli occhi, mi trovai in braccio alla mamma che mi guardava ansiosa; sentii un bruciore al mento e toccai una striscia di tela che mi fasciava dalla gola ai capelli.
Il bisonte! gemetti, movendo a fatica la mascella prigioniera.
Come dici? Il bisonte? Hai sognato il bisonte!...
Volevo dire che non avevo sognato; ma parlare mi riusciva difficile, e richiusi gli occhi sul petto di mia madre.
Or sono due anni, fui presentato a una vecchia signora, ch' diventata proprietaria della villa in cui conobbi il mostro.
Ebbene, che cosa fa il bisonte? le domandai.
Quale bisonte?
Gi prima ch'ella comprasse la villa, il pianterreno era stato messo a nuovo, e il bisonte era sparito sotto uno strato di calcina. Ma nella mia memoria non sono mai riuscito a passarci sopra la spugna.
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Una persona con cui vivemmo quotidianamente insieme, per lungo tempo, e che poi abbiamo perduta, torna al nostro ricordo ora con questo, ora con quell'aspetto, in posa o in abito diversi, pur apparendoci sempre la medesima; la rivediamo, talvolta, in penombra, che ci mostra solo il viso, talvolta in luce, che si rivela tutta, sorridente o triste, facendo un gesto di saluto o di collera. Nella nostra memoria  riprodotta in una serie d'immagini, di cui, forse, una sola  pi viva e dominante; come tra i molti e varii ritratti della nostra donna o di nostro figlio, che abbiamo raccolti in un album, uno  quello su cui fermiamo pi volentieri lo sguardo, pur non trascurando di dare una scorsa agli altri.
Cos riappare alla mia mente la casa di campagna, che mi tenne dal terzo al decimo anno della mia vita. Dapprima, in quell'ra dei miei ricordi che potrei dire arcaica, essa  sommersa in un mare tenebroso dal quale sporgono appena rade isolette: un cortile, una stanza a pianterreno, una terrazza. Poi, chiss per quale rivoluzione sismica, si protende fuori dal mare il braccio d'un passaggio pensile.
Succede l'ra in cui su tutto il resto domina l'ampia cucina; e par che le altre parti della casa rimangano in penombra e s'accentrino devote intorno a quella, come in certi villaggi le casupole intorno alla chiesa.
Nella cucina io ascolto Rosaria che, sbucciando le patate, mi racconta la prodigiosa storia di San Giorgio; l seguo con occhi sognanti i folletti fatui e capricciosi che schizzano via dai fornelli, al comando della vecchia serva che agita un ventaglio di cartone, o rido per la gallina intrusa che schiamazza e sbatte le ali inseguita dal gatto; l m'inzucchero il cuore di una presaga dolcezza, osservando la mamma che con le maniche scorciate rotola il matterello sulla pasta di mandorle, che stende sull'infarinato tagliere.
I miei sogni, in quella breve stagione della mia vita, rassomigliano un poco alla tepida e leggiera nube azzurrognola che si alza dalla pentolina ove bolle il latte della mia cena. Ma ben presto si fanno pi aerei e pi liberi, e salgono al cielo senza passare attraverso la cappa del camino domestico.
La cucina perde allora il suo dominio e diventa un umile luogo, dove sotto la caldaia muoiono miseramente, consumandosi in fiamme basse, le legna che furono gi rami frondosi e fioriti, su cui si posavano gli uccelli a far nido e a cantare. La casa esce tutta dalle ombre, ed io m'accorgo che la parte migliore  la pi alta, quella a cui si arriva dalle ultime branche delle scale di piperno e che spazia sui tetti in una fuga di soffitte e di terrazze. Ma in quel regno non mi  permesso avventurarmi da solo: mi accompagna quasi sempre la vecchia Rosaria, che va lass, due volte al giorno, per dare il becchime ai colombi. Ella sale faticosamente, afferrandosi all'appoggiatoio di legno per tirarsi di gradino in gradino; io la precedo saltellando, stringendo al petto la scatola di latta in cui danzano i vivaci chicchi di granturco rosso; e arrivato dinanzi alla porta, mi volto ed aspetto.
La porta di legno, che prima resiste ostinata alla spinta e poi cede di botto, quasi a tradimento, immette in uno sgabuzzino rischiarato appena da buchi stretti e lunghi come feritoie, aperti nel muro; dalle travi scoperte pendono ragnateli e fili quasi invisibili, lungo i quali s'arrampica qualche ragno funambolo. Accostate alle pareti si schierano in doppia batteria bottiglie dal collo polveroso, che attraverso il corpo verdastro fanno trasparire una tinta rossiccia: strane bottiglie che qualche volta scoppiano come bombe e lanciano intorno sanguinosi schizzi di pomodoro spappolato.
Ma molto pi interessante  la seconda soffitta, che prende luce da un abbaino. In un cantuccio s'addossa al muro un enorme cavalletto che sostiene una tela alta quanto me, sulla quale un faccione di donna appar diviso in due met: l'una dipinta e rappresentata come vera, l'altra senza colore e senza linee precise. Un occhio solo mi guarda ed ammicca. A pie' del cavalletto posa a terra una tuba decaduta, afflitta dalla tigna che l'ha spelata qua e l. Nella mia fantasia la tuba e la donna dalla mezza faccia si uniscono stranamente: una mano di fantasma ghermisce la tuba, l'alza e poi l'abbassa in gesto di saluto dinanzi alla signora che, per il piacere, s'avviva anche nell'altra met della faccia e sorride con tutt'e due gli occhi.
In un altro cantuccio, una cassetta di legno senza coperchio contiene tante fiale multicolori, ch'io posso guardare ma non toccare, secondo le raccomandazioni di Rosaria. Su ciascuna delle fiale, che hanno il tappo anche di vetro,  appiccicato un cartellino: esse son piene di un liquido misterioso, giallo, rosso arancia, rosso fragola, verde, viola scuro, bruno nocciola. Rosaria dice: L'essenze dei rosoli. Ed io penso alla dolcezza che pu infondere una lacrima di quelle prodigiose fialette.
La terza soffitta  ingombra di strani arnesi incompleti: ruote dai raggi spezzati, che chiss mai per quale ufficio girarono e corsero, ed ora s'arrugginiscono contro il muro; tubi di gomma che paiono serpenti morti; lunghe aste di legno con in cima una punta triangolare, che vorrebbe parer di ferro, ma ch' anch'essa di legno, insieme con un fanale dal vetro rotto, da cui la fiamma fuggirebbe come un uccello da una gabbia aperta; un paio di stivaloni, che nelle rughe della pelle mostrano una stanchezza mortale, e, infine, grosse damigiane che si tengono in caldo la pancia sotto la tunica di paglia.
Di l usciamo sulla terrazza del tetto, passando sotto un molteplice sbarramento di funi tese per traverso, da cui sventolano le lenzuola, e le camice del babbo si sbracciano gigantesche nel vuoto accanto ai miei grembiali bianchi, che si fanno piccoli piccoli per la paura.
Rosaria china la testa e s'apre la via con le mani, ma io passo diritto sotto le funi, lasciando che mi cada sui capelli qualche stilla d'acqua o mi frusci sul viso qualche lembo di lenzuolo, mentre allargo le nari all'odor del bucato.
La terrazza, dal parapetto basso e dal lastrico qua e l impeciato, non ha nient'altro sopra di s che il cielo. Io non posso spingermi fino al parapetto se non col braccio prigioniero in una morsa di dita dure, con cui mi tiene Rosaria; ma se d parola d'essere saggio, avanzo libero fin sotto la colombaia e getto a terra un pugno di chicchi rossi, che saltellano e si sparpagliano. Qualche volta essi si lasciano attrarre da un pendo e rotolano frettolosi verso la bocca della doccia che se l'inghiotte. Allora lancio un secondo pugno, poi un terzo, poi un quarto, fino a che Rosaria non minaccia di togliermi la scatola.
I colombi s'affacciano timidamente dalla colombaia e guardano dalla groppa di tegole, che sollevano in mezzo al terrazzo le soffitte da cui siamo usciti.
Uno pencola dubbioso, dondolandosi sulle zampette di tenero corallo, infine apre le ali e vien gi; un altro segue l'esempio, pi sicuro; poi un altro e un altro ancora; tutti scendono, dalla colombaia e dalle tegole, muovendo l'aria sul mio capo, e beccano furtivamente i chicchi di granturco, di tratto in tratto svolazzando per un sbito timore.
Vorrei persuaderli che ogni preoccupazione  fuor di posto, dir loro, per esempio: Mangiate senza sospetto, altrimenti vi guasterete il piacere del cibo, ma vorrei anche che si lasciassero accarezzare sulle piume soffici, baciare sulla testina o sulla gola, fiduciosi verso di me come sono l'uno per l'altro. Li guardo amichevolmente, con la speranza che mi capiscano, ma essi non intendono il mio muto linguaggio, e se talora osano spingere il becco incerato di rosa fin presso ai miei piedi, appena colto il chicco, subito si ritraggono. Qualche volta m'accosto alla loro casa e guardo nelle cellette del primo piano. Un colombo, ch' una mamma, e se ne sta gonfio ed immobile a covare, finge di non badare a me, come se non mi avesse visto; ma io m'accorgo benissimo che mi spia preoccupato. Se faccio ancora un passo avanti, essa gonfia anche di pi le piume del collo e mi fa sentire una voce cupa, come un'u, che, forse,  una supplica. In un'altra celletta mamma e babbo hanno lasciato scoperte sulla paglia due piccole uova, dal guscio quasi diafano. Se le prendessi un momento o, anche, se le toccassi solo, avverrebbe una cosa orribile: i colombi le "schiferebbero", la mamma avrebbe ripugnanza per quelle due tenere e piccole uova toccate dalla mano dell'uomo, e i poveri figlioletti, abbandonati nel guscio, morrebbero di freddo, senza veder mai la luce. Questa  la legge dei colombi, come mi ha spiegato Rosaria.
Io, perci, accostandomi alle loro uova, incrocio le braccia dietro la schiena: il padre e la madre, se mi vedono, possono rassicurarsi e non sospettare di me. Se poi sono assenti, a passeggio, e, rientrando, s'immagineranno ch'io abbia allungato la mano, gli altri colombi potranno testimoniare che non ho tolto le braccia da dietro al dorso.
Ma tra mezzo a tanti colombi che volano festosamente, che si posano sul parapetto o sulle tegole e vanno da un piano all'altro della casa, ce ne sono alcuni che vorrebbero volare e non possono, e perci si mostrano accorati. Essi appartengono ad un'altra famiglia, e forse sono pi belli per la forma sottile del corpo e il rosso vivo delle zampette nude. Volerebbero meglio di tutti, perch sono appunto "viaggiatori": cio prodigiosi colombi, che vanno fin in capo al mondo, pi lontano di dove arrivano i treni, i fiumi e il mare, passando dall'alto su paesi e paesi e fermandosi a riposare un poco sui campanili o sugli alberi delle navi. Ma per non farli andar via, Rosaria ha tagliato loro le ali, e appena queste rimettono le penne, subito le taglia di nuovo, fino a che essi non faranno il nido e "s'affezioneranno" al luogo. Io assisto in muto dolore alla crudele operazione, e guardo quasi con rimprovero la vecchia serva che afferra un colombo per volta e, seduta sui gradini di pietra, lo tien fermo tra le ginocchia strette, riunendo con una mano le ali come due braccia storte dietro la schiena fino a toccarsi gomito contro gomito, e aprendo e serrando con l'altra mano le grosse forbici nere con cui  solita sventrare il pesce. Ella indurisce il volto e stringe le labbra come quando sega la gola alle disgraziate galline, e ad ogni sforbiciata preme con forza le dita per stritolare tra l'una e l'altra lama le penne che vorrebbero resistere. Tac... tac... tac... Poi il colombo  posato a terra; si prova al volo e fa appena uno svolazzo pesante. Ci mi rattrista. E mi rattrista anche di pi veder le belle penne colorate nel mucchio delle spazzature, in un cantuccio della terrazza. Mi chino a raccoglierne qualcuna e l'accarezzo leggermente con un dito, che sente la morbidezza delicata di una peluria che par raso. Talvolta vi soffio sopra, appena appena, e guardo le piccole vertigini in cui si sollevano le piume. Penso, intanto, che un tempo avvenire quei poveri colombi non saranno pi sottomessi a cos spietata operazione e potranno volare liberamente, stupefacendo i compagni che ora paiono beffarsi di loro.
Una mattina, mentre sto per entrare nella terza soffitta, mi fermo di botto sulla soglia dinanzi a una visione meravigliosa.
Un gigantesco uccello dal manto verde, su cui s'aprono in orbite d'oro cento e cento occhi risplendenti, erge il capo incoronato da una raggiera di penne, e, portandosi dietro la gran coda come uno strascico regale, passeggia impettito al cospetto delle lance che si schierano lungo il muro.
Impongo il silenzio a Rosaria che sopraggiunge alle mie spalle e, trattenendola con una mano, le permetto appena di affacciarsi a vedere.
Un pavone! esclama a bassa voce. E da dove  venuto?
Certamente, penso io, da lontani paesi di bellezze straordinarie, donde vengono le aurore e i tramonti e dove vorrebbero andare i nostri poveri colombi viaggiatori. Ma Rosaria crede ch'esso abbia fatto un pi breve viaggio e che, se non chiuderemo l'usciolino che d sulla terrazza, ci sfuggir per la stessa via per la quale  arrivato. Temo un momento che la vecchia serva voglia oltraggiar con le forbici anche quelle ali sfolgoranti e mi preparo a ribellarmi; ma, invece, ella striscia cautamente lungo la parete della soffitta e impedisce all'ospite una partenza affrettata.
Il pavone retrocede sospettoso fin sui tubi di gomma e, rincantucciandosi, perde un poco della sua maest. Tuttavia,  sempre bellissimo, ed io sono felice di poterlo guardare.
Per molti giorni la gioia di avere in casa un cos magnifico uccello mi riemp l'animo e mi tolse da ogni altro pensiero. L'ombra del bisonte impallidiva e si sperdeva nella luce dei miei nuovi sogni, su cui, la notte, le ali del pavone si stendevano come un firmamento stellato. Rosaria diceva che esso era dovuto fuggire dalla terrazza del parroco, ma che noi non avevamo obbligo di restituirlo, perch la legge vuole che gli uccelli siano liberi di scegliersi da loro stessi il padrone, volando da una casa all'altra. Per la prima volta pensavo alla legge come a una grande amica sapiente, mentre fino ad allora quella parola m'aveva fatto sempre corrugar la fronte come un accenno di minaccia.
Ma un giorno, purtroppo, non trovai pi il pavone. Rosaria, la mamma, tutti quelli che vollero consolarmi, m'assicurarono che se n'era andato di sua volont, e m'invitarono anche a riflettere che sarebbe stato crudele trattenerlo da prigioniero quand'esso era venuto da amico. Allora credetti che l'ospite avesse voluto lasciarmi, non contento delle mie cure; ma, poi, cominciai a sospettare che il parroco avesse mandato a riprenderselo, senza obbedire alla legge.
Perci, forse, allo squallido naufragio che han fatto nella mia memoria tutte le cognizioni giuridiche conquistate con anni di studio a cui, riluttante, fui costretto,  scampato solo l'art. 462 del Codice civile: "I colombi, conigli o pesci che passano ad un'altra colombaia, conigliera o peschiera, si acquistano dal proprietario di queste, quando non siano stati attirati con arte o frode".
Esso restringe la legge non scritta sulla quale Rosaria giurava: tuttavia,  l'unico articolo del Codice che m'ispiri una tenera simpatia, perch rende omaggio alla libera volont delle buone bestie, e dalle sue brevi righe mi par che s'alzi un frullo d'ali, venga un argenteo guizzo di pesci, e saltellino remigando con le lunghe orecchie i conigli dai tondi occhi stupefatti.
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Il mio ricordo, quando vuol tornare alla vecchia casa di campagna, non prende la via maestra e non la guarda mai dal fondo della strada o dal davanti del portone, come un pellegrino che alzi gli occhi alle finestre e, riconoscendo la facciata, la saluti con la malinconica tenerezza del ritorno. Esso, invece, scorge a poco a poco le cose circostanti e le riconosce, ma dall'interno, come se si sbendasse nel cuore delle stanze o, meglio, come se aprisse gli occhi l dentro per la prima volta. Quasi tutto l'aspetto esteriore con cui la casa si mostra ai viandanti resta per me sconosciuto o confuso: le sagome delle finestre, le rughe dell'intonaco, gli occhi degli abbaini e perfino il colore delle persiane. Ma della faccia, di cui mi sfuggono i tratti, sento tuttavia che l'espressione deve esser benevola, sebbene un po' rustica, come quella di un gentiluomo campagnolo, e che deve avere qualche sorriso di fraterna carit anche per il mendico con i panni in brandelli, che trascina i piedi scalzi nella polvere della via e si ferma dinanzi al portone inalzando alle finestre aperte un richiamo lamentoso.
Son gi risalito col mio ricordo dal primo piano alle soffitte; ora mi accingo a fare un altro cammino ed esco sul pianerottolo per discendere nel cortile.
Il muro di sinistra, che fa angolo con la parete dove s'apre la porta di casa,  un po' screpolato nella sua scorza bianchiccia d'intonaco e qua e l bucherellato da fossette pi profonde.
Sulla ruvida superficie si mostra qualche sgorbio nero, che il ragazzo del vinaio o quello dell'ortolano ha forse tracciato in fretta con un pezzo di carbonella; ma non per questo il muro chiama a s i miei ricordi e li ferma sulla via delle scale.
Esso  un umile sepolcreto, che contiene in piccole nicchie qualche cosa gi morta di me vivente. Quando, verso i miei cinque o sei anni, i denti mi cominciano a vacillare l'un dopo l'altro, finch pencolano e si staccano, e quello mi cade in una cucchiaiata di riso e questo cede alle mie dita che vorrebbero tenerlo fermo, ognuno d'essi  gelosamente raccolto e poi tumulato con una semplice, ma quasi religiosa cerimonia. Accompagnato da Rosaria o dalla mamma, esco sul pianerottolo, m'accosto al muro e scelgo il piccolo buco che meglio possa fare da nicchia: nella fossetta il dente morto  spinto pian piano, con la radice in avanti, fino ad otturarla completamente (ci che, qualche volta, richiede la pressione di un chiodo o di una punta di forbici), mentre Rosaria m'invita a ripetere con lei una strana preghiera, che si rivolge a un santo protettore dei denti e invoca, in cambio di quello sepolto, un altro nuovo, cos forte da rompere una sbarra di ferro. Il dente, mi dicono,  una parte del nostro corpo battezzato ed anch'esso ha ricevuto, perci, il divino battesimo: sarebbe un'empiet lasciarlo andare nella spazzatura, insieme coi nccioli delle frutta e le lische del pesce.
Voltate le spalle al piccolo cimitero, scendo nell'ampio cortile, dal lastrico di lava, su cui, nei meriggi estivi, le lucertole corrono come saette e, dopo le prime piogge autunnali, le lumache incollano la scia argentea del loro pigro cammino.
Nel mezzo la cisterna troneggia col tronfio parapetto rotondo, che s'alza sul soglio d'un gradino circolare; sulla graticola, che ne chiude la bocca, una secchia vuota riposa col manico abbassato, a cui la fune, pendente dalla carrucola, s'attacca in molle abbandono, come la catena al collare d'un cane disteso sulla cuccia. Solo quando la graticola imprigiona il vano della cisterna mi  permesso appoggiarmi con le manine e col mento al parapetto e, attraverso le maglie di ferro arrugginito, gettare un nome o un grido all'eco che si nasconde nell'acqua verdastra. Qualche cosa, in fondo al vuoto, mi chiama e mi attira, ed io ne provo uno smarrimento vago, quasi un'ebbrezza di vertigine, come quando guardo il cielo arrovesciando il capo.
Talvolta, dalla soglia del portone, viene verso la cisterna un uomo singolare, con in testa un berretto rosso che mia madre chiama "fez" e con una faccia scura dagli occhi neri come l'inchiostro e dalle labbra gonfie come more selvatiche; egli ha sulla spalla un grosso involto di panno, che tiene con una mano, e, camminando, lancia strani gridi nasali, a cui s'affaccia la mamma o la nonna, mentre Rosaria si mescola alle donnicciole del vicinato che gli fanno seguito. Sul parapetto della cisterna l'uomo scioglie il grosso involto e ne trae rotoli di tela e di seta su cui subito s'allungano le mani di quelle che lo circondano. A questo punto comincia una lotta ostinata tra lui e le donne, senza ch'io ne capisca bene il perch: vedo solo che la stoffa passa da una mano all'altra, ed egli la strappa a questa e l'offre a quella, finch la contende a tutte, con alte grida, e la rinchiude dispettosamente nell'involto di panno, che si rimette sulle spalle e porta via, scappando imbronciato dal portone.
Quell'uomo  il "turco" che, certo, se mi sorprendesse solo nel cortile, potrebbe rapirmi e vendermi schiavo nei lontani paesi della sua terra, dove non ci sono chiese con la Croce e la gente uccide i cristiani.
Ma pi spesso entra dalla via un altro uomo, che mi fa pi ribrezzo che paura. Avanza piano, timidamente, appoggiandosi a un bastone di legno rozzo, e ad ogni passo si ferma, piegandosi quasi in due in una specie d'inchino, mentre un gran tremito nervoso lo scuote tutto, e il sacco, che porta a tracolla, gli scavalca la spalla e gli penzola davanti. Non ha berretto: il capo, senza capelli,  orribile a vedersi, qua e l coperto di croste rossicce.
Se nessuno gli fa subito l'elemosina o lo manda via, arriva fino al gradino della cisterna e vi siede sopra, incrociando le gambe e frugando nel sacco, senza smettere un sordo gemito che pare un lagno di bambino malato. Le mosche gli ronzano attorno, come se avessero trovato il loro re. Infine, quando nessuno s'affaccia alle finestre per gettargli un pezzo di pane o una moneta avvolta in un pezzetto di carta, comincia ad urlare e a percuotersi con le grosse mani la testa piagata. Ma ricevuta l'elemosina, subito si rabbonisce e trae dalle tasche piccoli confetti di color rosa o giallo, che offre ai bambini. Io so che mi basterebbe toccarli per ammalarmi come lui e perdere i capelli, ma il figlio del giardiniere non li rifiuta e li succhia ingordamente dinanzi al mio sguardo sbalordito.
In ultimo, il cortile diventa deserto d'uomini e di bestie, e il mio ricordo va a trovare la panchina di legno, che volge la spalliera alla piccola aiuola, sotto la finestra delle scale, dove fioriscono le piante di cocomeri. Su quella panchina siedo accanto alla nonna Dorotea, che, quando sta all'aria aperta, mette sempre sui capelli una cuffia di velo nero.
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Il nostro giardino era chiuso, in fondo, da un muricciuolo che gli alberi degli aranci e dei limoni dominavano coi loro rami. Era un muricciuolo rozzo, screpolato, pi basso di un uomo; ma per molti anni a me parve una barriera insormontabile. Ho vagamente l'idea che un tempo lo dovetti credere il confine del mondo.
In et meno lontana e meno oscuramente favolosa, non potevo accostarmi a quel muro senza anelare a superarlo con la vista, per conoscere l'al di l. Mi alzavo in punta di piedi, mi aggrappavo alle pietre sporgenti, cercavo di farmi sgabello d'un sasso, mentre, proprio come un cagnolino, esprimevo quel desiderio tormentoso in una specie di gemito. Qualche volta cascavo, battendo a terra con le mani e i ginocchi. Allora la nonna o Rosaria accorrevano a rialzarmi e spolverarmi. Ma non capivano che sarei stato felice se mi avessero sollevato sulle braccia e fatto sporgere oltre il muro, da dove, spesso, arrivavano voci confuse, che mi parevano un invito attraente. Cos il gemito del mio desiderio insoddisfatto era scambiato per una bizza senza motivo. Avrei potuto parlare, ma, non so perch, mi ostinavo a non spiegarmi con le parole. Pure, a quel tempo, sarei voluto essere un uomo, solo per mandare lo sguardo al di l del giardino. E salutavo ogni giorno che finiva, come un passo in su verso l'altezza desiderata.
Una pena simile mi mettevano in cuore le mensole del salotto, sulle quali, quando la stanza rintronava per il passaggio dei carri nella via, sentivo tintinnare misteriosi oggetti che nemmeno salendo sulle sedie riuscivo a scorgere. Invidiavo Ipsilonne, il gatto di casa, che saltava dove voleva; e speravo finanche che facesse cadere con le zampe una di quelle cose a me ignote.
L'altro supplizio dur pi a lungo: passava il tempo, e il muro s'opponeva sempre con la stessa immobilit ad ogni mio sforzo per prenderlo d'assalto.
Oltre quella barriera immaginavo un mondo pieno di tutte le meraviglie che non avevo mai viste e che non sapevo rappresentarmi con precisione: una terra ricca di fiori straordinarii, tra i quali passeggiassero fanciulle fate e cantassero uccelli di fiabe. Cos eccitavo io stesso il mio desiderio.
Un giorno, dopo dieci vani tentativi, scorticandomi i ginocchi sulle pietre e aggrappandomi ai rami degli aranci, riuscii a mettere il mento sul muro e gettar gi un'occhiata. Scoprii un piccolo orto, nudo d'ogni bellezza e, proprio sotto di me, su una funicella tesa tra due alberi, grosse calze di sbiadito colore che s'asciugavano al sole.
Da allora non m'accostai pi a quel muricciolo; e il mondo mi parve pi piccolo, sebbene ne avessi allargato i limiti oltre l'orto dei nostri vicini.
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Da sotto l'arco del portone o affacciandomi dallo sportello aperto, guardavo la via che veniva dal paese e saliva verso il Vesuvio. L dinanzi si fermavano le carrette degli ortolani tirate dagli asini o il carretto a mano del venditore di lupini; ma io torcevo la vista da quei semi d'un giallo scialbo, perch sapevo che venivan da piante maledette, le quali avevano tradito Ges, facendosi da parte e scoprendo la veste rossa di Lui, che dormiva fiducioso nel loro campo.
Due volte al giorno passava un branco di capre, che si strofinavano l'una contro l'altra e qualche volta si fermavano a cozzarsi, mentre sopraggiungeva il loro guardiano e le spingeva innanzi con un ramoscello nudo e con un grido aspro, che mi faceva sussultare. Qualcuna, indugiatasi per un filo d'erba, s'affrettava a raggiungere il branco quasi di trotto. Un grosso cane correva innanzi e indietro, precedendo e seguendo tutta la compagnia: esso doveva difendere le capre dai lupi, che io m'immaginavo scendessero a frotte dai fianchi del Vesuvio.
Un giorno vidi un passaggio straordinario: non capre, non pecore, ma grosse e belle bestie dal manto baio, bianco o pezzato, con piccole corna spuntate appena e grand'occhi mansueti, le quali occupavano tutta la via scorrendo come un lungo e largo fiume; e da sotto i loro passi un po' gravi si sollevavano nuvoli di polvere, che restarono in aria anche quand'esse furono passate. Era una mandra di vitelle.
Povere bestie! disse Rosaria. Vanno a farsi ammazzare!
Come? domandai, tristemente meravigliato.
Eh, s! Esse ti daranno la carne per le tue braciolette.
All'impressione di quel passaggio e di quelle parole se ne aggiunse un'altra pi viva e pi terribile.
Con chi andassi a vedere il macello ora non ricordo: ma certo non mi ci dovettero accompagnare n mio padre n mia madre n nonna Dorotea, che avrebbero avuto ritegno di ferir la mia anima infantile con una vista ripugnante. Credo che mi ci portasse Rosaria, ch'era un'ottima donna, ma aveva di queste idee bislacche.
La scena mi sta ancora presente nella memoria: un bel giovenco, tutto candido, con un velo di mestizia negli occhi quasi umani, e un brutto ceffo che all'improvviso brandisce un coltellaccio e con un rapido colpo gliene pianta la lama nella nuca.
Il giovenco non geme, non si dibatte, ma si piega sulle zampe davanti e, dondolando la testa, l'abbassa a poco a poco fino a poggiarla a terra, come un peso che non riesca a reggere pi, mentre il sangue gli cola a rivoli sottili fin sugli occhi. Poi, di botto, stramazza su d'un fianco.
Da allora cominciai a rifiutar la carne, che in qualunque modo me la presentassero mi ricordava sempre la povera vittima. Mia madre n'era disperata.
Dio buono! si lamentava. Che cosa bisogna darti a mangiare?
Finalmente, seppe le ragioni di quel rifiuto ed ebbe un'idea felice, con cui mi trasse in inganno.
Bene, tu non vuoi la carne delle povere bestie; ma questa qui  ricavata dalle piante:  vegetale.
E per ingannarmi meglio, me la metteva innanzi, prendendola da un vassoio a parte. Cara mamma! Io le perdono e, anzi, la ringrazio per quell'inganno gentile.
Allora ero un bambino pallido, piuttosto patito, che aveva bisogno d'una nutrizione sostanziosa. Ella provvide affinch il mio cuore non vincesse a scapito della mia salute.
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A quei tempi le notti di luna piena mi preoccupavano. Esse mi parevano fasciar la terra d'angoscia, diffondendo una luce fredda e triste, che faceva l'aria pesante al respiro. Ci avveniva perch io pensavo ai "Lupi Mannari". Quell'incubo mi teneva tanto, da togliermi il sonno.
Con la faccia contro il guanciale o la coperta tirata fin sugli occhi, avevo paura e, insieme, m'aspettavo di sentire il "loro" ululo sinistro.
I "Lupi Mannari" non erano orchi, mostri di fiaba, ma uomini veri; per lo pi fornai, che, costretti a respirare ogni giorno un'aria di fuoco, s'eran quasi bruciati i polmoni. Ma nelle notti di luna essi perdevano ogni spirito d'uomo. Ciascuno di loro, seduto in mezzo al proprio letto, ansimava come una persona oppressa; poi saltava fuori dalle lenzuola, e via, dalla casa alla strada.
Con gli occhi di brace, i capelli arruffati, il "Lupo Mannaro" andava in giro per il paese deserto. Di tratto in tratto si appoggiava con la mano a un paracarro o a un muro o a una colonnina di fontana e lanciava un ululato lugubre, che tirava a fatica dal petto senza fiato. Passava tra le case dalle imposte sbarrate e dai portoni chiusi, dentro le quali chi stava sveglio e sentiva doveva farsi il segno della Croce; s'aggirava per le vie campestri, per la riva del mare, intorno alla cinta del Cimitero; e, finch non tramontava la luna, non poteva fermarsi se non per metter fuori il suo lagno cupo. Il viandante notturno e solitario che s'imbattesse in lui doveva scansarlo in silenzio; perch se il "Lupo Mannaro" era toccato da qualcuno stramazzava morto di colpo e precipitava con l'anima nell'inferno. Invece, quando in quella pena raminga non era scosso, ritrovava la via di casa e, all'alba, ridiventava come gli altri uomini.
Cos, povera creatura maledetta senza colpa, il "Lupo Mannaro" passava nella mia immaginazione inquieta; dal mio lettuccio, mi pareva udire il passo pesante sul brecciame della via, proprio sotto la finestra, e, qualche volta, anche l'ululo lontano, che forse era un abbaiare in distanza, o un canto d'ubbriachi.
La sua ombra mi volgeva in angoscia l'incanto dei plenilunii estivi, che pure mi portavano in camera il candore della luce e il profumo dei gelsomini, penetrando tra le vetrate socchiuse.
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Da quelle o altre ombre notturne mi tergeva al mattino nonna Dorotea, lavandomi con l'acqua fresca d'una gran bacinella. Non posso dire che le fregagioni e l'insaponata, ch'ella mi faceva al viso e alle mani, mi fossero molto piacevoli. Qualche volta riluttavo, cercavo di svincolarmi o chiedevo tregua con un mugolo, interrotto, di tratto in tratto, dalla cocca dell'asciugamani, che, usata dalla nonna come strofinaccio, mi passava e ripassava sulle labbra. Spesso la nonna, per persuadermi della necessit di quel supplizio, metteva a confronto, sull'orlo della bacinella, la mano che m'aveva pulita, e che usciva bianca e rosea da sotto alla schiuma di sapone, con l'altra ancora sudicia, che nel contrasto sfigurava, dicendomi con una voce prima ammirativa e poi sprezzante: Guarda la mano del cristiano... e quella del turco!
Allora mi rassegnavo al battesimo dell'infedele. Poi finivo col prender gusto alla lavata, quasi come ad un gioco, e battendo le palme sull'acqua, per farla schizzare all'intorno, pensavo che le mani fossero due ali di colombo palpitanti nella bacinella. Questo pensiero mi veniva da un ricordo di fiaba, dove si racconta di una reginetta che, fuggendo di casa dietro il suo amore e volendo guadagnar tempo, aveva legato due colombi per le zampe e li aveva messi in una secchia d'acqua dietro l'uscio della sua camera; cosicch le povere bestie si dibattevano per trarsi fuori, e tutti nella reggia credevano che la reginella indugiasse in camera, mentre galoppava gi lontano col suo cavaliere.
Ma la mattina di Pentecoste, Pasqua rosata, lavarsi era addirittura una festa. La sera prima, la nonna aveva sfogliato le rose e tutti gli altri fiori di primavera che ci offriva il nostro giardino, nelle bacinelle piene d'acqua, dove i petali galleggiavano, formando uno strato variopinto; poi aveva lasciato le bacinelle fuori, sul balcone, perch l'Angelo del Signore, passando a notte sulla nostra casa, potesse benedire quell'acqua e quei fiori nel suo rapido viaggio aereo.
La mattina, i petali erano un po' molli, un po' sciupati e macchiati nelle tinte; ma che delizia per me tuffarvi le mani e la faccia! Mi s'attaccavano alle dita, agli occhi, ai capelli; mi entravano in bocca, mi vellicavano piacevolmente la fronte, lasciandomi da per tutto la loro freschezza e il loro profumo. Socchiudendo le palpebre, mi pareva d'esser diventato anch'io un fiore. E mi facevo baciare dalla mamma, perch potesse respirare nel bacio l'aroma della mia grazia.
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Nonna Dorotea non trascurava nessun rito, nessuna cerimonia, nessuna festa della religione. Era un po' bigotta, ma d'una bigotteria amabile, sorridente per una letizia di spirito che nelle solite beghine non si trova. Direi quasi che nella cura del rito ella mettesse la tenerezza di quegl'innamorati, i quali, nel calendario del loro amore, hanno ricorrenze particolari e le celebrano con una devozione intima e gentile che, pur senza ostentarsi, non si nasconde agli estranei e ingentilisce anch'essi.
Quand'ero molto piccolo, di quel culto, di quella sempre memore osservanza degli anniversarii, m'attraeva, pi che la grazia dello spirito, il meraviglioso e il fantastico della forma.
E nonna Dorotea mi appariva una creatura tra la fata e la santa.
Riandando a lei col ricordo, ora la ritrovo che prepara il "grano" per il Sepolcro.
Gi molte penne d'oca (una per ogni domenica) sono state strappate all'arancio ammuffito che la Quaresima di panno, ballonzolando nel vuoto dall'architrave della finestra, tien penzoloni sotto la gonna nera, e bisogna strapparne altrettante prima che si possa incendiare quel lugubre fantoccio tra gli scoppi dei fuochi d'artifizio e lo scampanare a gloria della chiesa vicina.
La nonna mette fuori piccoli vasi di coccio, scodelle e tazze, che dispone sulla tavola di cucina. Sulla terra dei vasi fa scendere in tenue pioggerella una manata di chicchi, empie le scodelle e le tazze con un'imbottitura di bambagia e vi affonda dentro lenticchie e fave. Poi chiude tutto al buio in una dispensa dove non c' nemmeno uno spiraglio di luce.
Il mio desiderio vorrebbe affrettare il tempo e far germogliare i semi in un giorno. Ma bisogna aver pazienza. Di tratto in tratto, nonna Dorotea mi porta a vedere i fili che cominciano a venir su dalla terra e dalla bambagia, esili e pallidi come radi e timidi cigli albini. Alla fine, son cresciuti, e si possono esporre alla luce. Folti, d'un giallo bianco, piegandosi per la loro sottigliezza e spioventi al di fuori dei vasi, quei fili richiedono ancora l'opera di nonna Dorotea, che toccandoli con dita leggiere, quasi li accarezzi e abbia paura di farli soffrire, li districa, li separa in ciuffetti, li unisce in treccioline, legandoli con nastri di seta.
Il "grano"  pronto. Cresciuto al buio, offrir la sua scialba e tenera grazia al Sepolcro di Cristo, nella penombra della chiesa, mentre, legate le campane, rintroner il funebre e secco suono della raganella.
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Questi ricordi mi riportano alla messa della domenica, non nella parrocchia, lontana da casa, dove andiamo solo per le prediche e dove, vedendo il parroco, ripenso al pavone ch'egli m'ha preso contro la legge; ma nella chiesetta che s'intitola a San Luigi e ch' linda e graziosa, illuminata da una luce che si colora di lilla attraverso i vetri dei finestroni.
Entrando dal fondo, troviamo prima le panche dove seggono le donne del volgo e anche i poveri, dagli abiti in brandelli; e poi le sedie, dove prendiamo posto noi, cio la mamma, io e la nonna Dorotea. Il ragazzo scaccino, inceppato dal camice troppo lungo, passa tra le file delle sedie, scotendo con tutt'e due le mani la cassetta che risuona di monete saltellanti.
Finch non appare il prete, si sente tutt'intorno bisbigliare e tossire tra mezzo a uno stropicco di seggiole smosse. Io sul principio m'incanto a guardare la pianeta rossa (per il sangue dei martiri) o violetta (per la fredda luce dei giorni di penitenza) o nera (per il lutto dei morti) o bianca (per le feste e le glorie della religione). Poi mi attirano e m'impressionano due o tre vecchie che, inginocchiate qua e l dinanzi alla loro sedia, piangono e singhiozzano con un movimento quasi convulsivo del capo, coperto dal velo nero; e i singhiozzi diventano pi forti e il capo si poggia addirittura sulla sedia, quando il ragazzo scaccino agita il campanello e il prete solleva in alto il calice, mentre tutti cadono in ginocchio o si chinano a guardare a terra.  il momento in cui rivolgo a Dio due preghiere: una per me e per la mia famiglia, di cui la formula m' suggerita dalla nonna, e un'altra, pi spontanea, con la quale chiedo al Signore ch'Egli voglia ricevere nel Paradiso anche le povere buone bestie, come i cani e gli uccelli, che, non so perch, sono esclusi dal Cielo. Poi la messa comincia a parermi troppo lunga e debbo lottare col desiderio di voltarmi indietro o di fianco. Se facessi questo, se mi distraessi, il Diavolo, che siede invisibile sul cornicione della volta, sopra la porta, segnerebbe il mio nome sul quaderno che tiene sui ginocchi, e ci metterebbe a fianco una crocettina per ogni mia mossa, per ogni sguardo all'indietro.
Pure, non sono tranquillo: ho timore che il mio nome sia gi su quei fogli maledetti, perch al Diavolo niente sfugge ed io, qualche volta, son caduto in tentazione. Allora, tra me e me, ripenso a un racconto che mi ha fatto Rosaria.
Una domenica, in una chiesa come la nostra, il Diavolo aveva preso posto, secondo il solito, sul cornicione, con la penna sull'orecchio e i fogli spiegazzati tra le mani. C'era gran folla; le sedie erano tutte occupate e i ritardatarii rimanevano in piedi. Quand'ecco, gi cominciata la messa, entr una giovane e si ferm sotto la porta. Un uomo si volt e la fece sedere, cedendole la propria seggiola. Il Diavolo prese la penna e, appoggiando il foglio sul ginocchio, scrisse il nome di quell'uomo; poi si freg le mani ed attese.
La giovane venuta per ultima era una gran fraschetta, cio (spiegava Rosaria) una ragazza che non aveva vergogna di nessuno; e per la foggia della veste, tutta in nastri e in ghingheri, e per i fiori e i pettini rilucenti che aveva nei capelli, pareva che avesse scambiato la chiesa per un luogo di festa. Stava l, non per sentire la messa, ma per farsi ammirare: e ora si sventolava scompostamente con un gran ventaglio; ora, fingendo di chinar gli occhi sul libro di preghiere, sorrideva di traverso, a diritta e a manca; ora alzava un piede e lo poggiava su d'un piolo della sedia davanti e, curvandosi tutta, si rifaceva il fiocco delle scarpette; ora si dondolava per una tossettina finta e urtava col gomito i vicini.
Prima qua, poi l, qualcuno si voltava a guardarla. E il Diavolo, felice, prendeva nota. I pi lontani, vedendo voltar gli altri, cominciarono a voltarsi anche loro.
Bene! bene! diceva il Diavolo, facendo correr la penna.
I giovani non potevano ristarsi dal guardare quella faccia sorridente; le donne ammiravano e, anche, invidiavano la veste e la pettinatura; i vecchi storcevano il collo ai colpetti di tosse; i bambini avrebbero voluto i fiori ch'ella aveva nei capelli.
Benissimo! Vi servo tutti! pensava il Diavolo.
Alla fine, nessuno badava pi al prete, ma tutti alla ragazza seduta in fondo alla chiesa, proprio sotto la porta. Finanche le beghine, quelle che non si distraggono mai e che ascoltano la messa piangendo, ora quasi si facevano cascar di capo il velo per il brusco movimento con cui giravano il collo, mentre, atteggiando a disprezzo le labbra grinzose, mormoravano l'una all'altra: Ges mio! Che scandalo!
E quello, dal cornicione: Oh, care! Ci siete incappate anche voi! Finalmente! e per la contentezza baciava la carta su cui scriveva il loro nome.
Ma in breve, segna questo e segna quell'altro, i fogli furono pieni. Egli aveva riempito tutta la carta da capo a fondo, senza lasciare neanche un pezzettino bianco. Ora il disgraziato non sapeva come fare.
Troppo bazza! pensava. Sta a vedere che qualcuno se la passa liscia!
Infatti, i peccati continuavano a crescer di numero senza ch'egli li potesse registrare. Ci era per lui un tormento insopportabile: ruggiva, sudava e mordeva la penna.
Quand'ecco, finanche il prete dall'altare, che gi da un pezzo guardava con la coda dell'occhio, si volt di botto, con le braccia aperte, come per dire: Dominus vobiscum, ma non disse niente e rimase con lo sguardo fisso su quella ragazza smorfiosa. Allora il Diavolo non resistette pi, e per allungare la carta la tir rabbiosamente coi denti, ma, nell'impeto della stratta, gettando il capo all'indietro, battette con le corna sotto la volta.
Si ud un tonfo terribile e un gran rumore come di catene, che cadessero a terra dall'alto. Il Diavolo era precipitato gi dal cornicione, in una pioggia di pietre e di calcinacci, e con la sua caduta aveva aperto una grande voragine, proprio dinanzi alla porta.
Allung il braccio, afferr per i piedi la sedia su cui era seduta la giovane e la trascin con s nel vuoto, che subito si richiuse.
Ma la breccia che s'era fatta nella volta rest sempre aperta, e in quella chiesa non fu pi celebrata la messa.
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Questa e tante altre storie mi raccontava Rosaria, la vecchia serva. La sua faccia olivastra, dalla bocca grinzosa e sdentata, si mostra tra mezzo alle mie prime memorie, che le volano intorno, allontanandosi e riavvicinandosi, come uccelli ad un'erma di giardino.
Ogni volta che mi appare, io le guardo il rappezzo di pelle che le sconcia il mento, con cui cadde, bambina, sui tizzoni ardenti di un braciere.
Quando mi raccontava le fiabe, quel marchio del fuoco pareva colorarsi e dare non so che strana consacrazione di verit alle parole che le uscivano di bocca, quasi fosse traccia e testimonianza di un mondo fantastico.
Ma i racconti della nonna Dorotea avevano, tuttavia, un fascino pi profondo e pi dolce delle fiabe di Rosaria; e se la mattina mi piaceva sentir queste a preferenza, la sera, verso il tramonto, non m'abbeveravo se non a quelli, e desideravo portarne nella fantasia commossa la delicata freschezza che alimentava i miei sogni.
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Capitolo 2.
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La strage degl'innocenti.
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Nei sereni pomeriggi della bella stagione, quando, dietro le nostre spalle, posavano a terra gi pesanti i globi verdi dei cocomeri, nonna Dorotea mi faceva sedere accanto a s, sulla panchetta di legno bianco, dalla quale i miei piedini penzolavano senza toccar terra, e prendeva a narrarmi di Noemi e di Rut, di Giobbe povero e paziente, di Salomone potente e giusto, o dei fatti del Nuovo Testamento, attraverso cui apprendevo a conoscere la meravigliosa vita di Ges. Spesso, mentre parlava, le note delle campane scendevano lente e dolci sul nostro capo come tinnule stille d'oro: allora ella m'invitava a farmi il segno della Croce e mi diceva, piano, smorzando le parole in quella musica:
Le campane ci ricordano che, quasi duemila anni or sono, l'Angelo di Dio apparve alla Fanciulla di Nazaret e le annunzi che da Lei sarebbe nato il Salvatore del Mondo.
Io guardavo trasognato nell'aria che s'imbruniva e nel cielo che si colorava di viola, se mai vedessi passare un'ala di angelo; e sentivo dilagarmi dall'intimo del cuore un senso vago di dolcezza e di pena, di oppressione inconsapevole e di tenerezza sofferente, che quasi chiedeva di vaporare in lacrime; come quando ero sorpreso dal crepuscolo sulla spiaggia deserta e un po' fredda, durante i bagni che facevo con mio padre, e stringendomi nell'accappatoio, ascoltavo il sommesso lamento dell'onde che s'oscuravano, quale una voce che nascesse dentro di me.
In quell'ora, dalla favilla di una parola o di un'immagine che avevo udita da nonna Dorotea, altre faville si svegliavano nella mia mente, si riverberavano nella fantasia, l'illuminavano e l'accendevano, creando visioni di vite diverse, di vicende strane, di storie prodigiose, delle quali io diventavo centro. Pi tardi le visioni si trasformavano in un ricordo, che si confondeva con gli altri e imprimeva nella mia memoria le tracce d'un passato multiforme, di un ieri in cui si componevano stranamente le distanze del tempo e del luogo, cos che io credevo d'essere uscito dall'arca di No, e d'aver visto risorgere Lazzaro, fanciullo errante attraverso i millenni e i continenti, come attraverso una sola terra ed una sola stagione.
Da allora, e per molti anni, le figure immaginarie e quelle reali hanno volteggiato intorno a me senza che io potessi distinguere le une dalle altre, se non nelle rare pause in cui il cielo vorticoso del mio mondo mi  parso crollarmi addosso in una pioggia di bolidi spenti.
Ma non per mostrare come fin dai primi tempi della mia infanzia l'immaginazione lasciasse in me tracce profonde non distinguibili dalle orme dei fatti veramente avvenuti, io accolgo in questo capitolo il racconto che segue e col quale intendo, invece, far conoscere un'et remota della mia fantasia. Per chi voglia proseguire la lettura fin in fondo,  bene io dica qui l'ordine e lo scopo a cui mi terr fedele lungo il corso di questo volume. Il viandante che s'accompagna ad un altro senza sapere per quale via n a quale meta sar condotto, si stanca e si smarrisce, sbigottendosi dell'incerto pi di quanto si possa compiacere dell'imprevisto.
Eroina del libro  la mia fantasia, sempre mutevole e diversa secondo la progressione dei miei anni; rappresentata nei suoi fervori e nei suoi tormenti, nelle sue pieghe e nelle sue cime, nei suoi barbagli e nelle sue macchie, dapprima riverbero di scintille che svegliano la mia vita, poi fiamme d'incendio che minacciano d'incenerirla, e, in ultimo, luce e tepore che la riconfortano.
Nella Strage degl'innocenti  qualcuna di quelle paure e quelle fedi del mattino lontano in cui essa non era ancora diventata una nemica del cuore.
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Noi, cio la nonna, Rosaria ed io, tornavamo a casa per una viuzza corsa nel mezzo da un rigagnolo d'acqua sudicia. Allora ero tanto piccolo che subito mi stancavo a camminare e, dopo pochi passi che facevo, tenuto per una mano dalla nonna e per l'altra da Rosaria, questa o quella mi prendeva in collo e mi portava cos, fino a quando io stesso chiedevo d'esser di nuovo posato a terra. Ma del mio minuscolo corpo che, forse, aveva quattordici mesi di vita, gli occhi guardavano come quelli di un bambino sei volte maggiore (quale, infatti, ero io, allorch, ascoltando la storia di nonna Dorotea, cominciai a inventare e a vivere questo racconto, che, diventato poi memoria,  cresciuto con me).
Venivamo da una grande spiazzata aperta davanti al palazzo d'Erode, nella quale centinaia e centinaia di bambini si spargevano e si riunivano lietamente in piccoli e liberi trastulli.
Avevamo indugiato un po' troppo; ed ora tornavamo frettolosi, mentre calava il sole, per togliere d'ansia mia madre che, certamente, stava ad aspettarmi sulla soglia dell'orto. Nella premura d'arrivar presto, Rosaria, che mi teneva in braccio e camminava con un po' d'affanno, non badava a schivare il rigagnolo, in cui, di tratto in tratto, metteva il piede, facendone schizzar l'acqua all'intorno. Qualche schizzo saltava fin sulla mia faccia ed io sentivo sulla pelle una fastidiosa impressione di tepore.
All'improvviso, nonna Dorotea che ci seguiva in silenzio, esclam quasi atterrita:
Ma quest'acqua  tinta di sangue!
Anch'io me ne sono accorta... rispose Rosaria Domani  festa, e le donne hanno sgozzato gli agnelli. Pi d'una avr riversato sulla via la tinozza piena di sangue ancor caldo.
Eppure, lungo la strada le case avevano le porte chiuse e parevano deserte. Io rabbrividii un poco, pensando alle lane candide degli agnelli intrise di rosso sulla gola, e mi strinsi al collo della vecchia serva.
Intanto, nonna Dorotea ci era passata davanti e nel camminare guardava a terra, come se cercasse qualche cosa. Ad una svolta si ferm meravigliata. Ci fermammo anche noi, e Rosaria si lasci sfuggire un piccolo grido.
Due giganteschi soldati di Erode se ne stavano immobili a cavallo, con la lancia in resta, e, formando con le loro bestie un solo gruppo che pareva di pietra, ostruivano il passaggio, proprio allo sbocco della strada. Per qualche minuto io li osservai pi con interesse che con timore: avevano in capo una specie di turbante rosso sotto cui la faccia bruna pareva anche pi scura, e alzavano il braccio nudo e villoso, che sorreggeva l'asta, da una tunica olivastra, stretta alla cintura ed allargata pi gi in forma di gonnellino dallo squarcio delle gambe, anche nude, che si stringevano ai fianchi del cavallo. Poi mi scossi, sentendo tremare sulla mia spalla la mano di nonna Dorotea, e vidi che il viso della cara vecchietta era adombrato da un'angosciosa preoccupazione.
Ella e Rosaria si consigliavano a bassa voce. Che fare? I due soldati si sarebbero tratti da parte per lasciarci il passo? O stavano l, come pareva, per chiudere la via? Infine, si risolsero, e tutt'e tre ci avvicinammo al gruppo, fermandoci, di nuovo, quando tra noi e quello la distanza era quasi pari alla lunghezza d'una lancia. Allora Rosaria disse, sforzandosi a sorridere:
Buoni soldati, noi vi preghiamo di lasciarci passare. Riportiamo questo bambino a sua madre che l'aspetta e che forse  gi in pena per il nostro ritardo.
N l'uno n l'altro mossero ciglio. Anche i cavalli ristavano dal battere le pietre con gli zoccoli.
Segu un momento di silenzio in cui gli occhi di Rosaria ricercarono quelli di nonna Dorotea; poi la nonna prese a dire con voce supplichevole:
Siate generosi, buoni soldati! Addossate di pi al muro le vostre bestie e lasciateci un piccolo passaggio. Questa  la via che porta alla nostra casa; e noi siamo gente che vive in pace con tutti.
Ma parve che i soldati non udissero neanche.
Proviamo... mormor nonna Dorotea proviamo a passare. I cavalli si mostrano tranquilli, e gli uomini, che forse non ci rispondono per superbia, pu darsi non abbiano intenzione di contrastarci il cammino.
Allora, timidamente, ella si port avanti di un passo e stese le mani come per implorare. In due guizzi simultanei le braccia che sostenevano la lancia si sciolsero dalla loro posa, e ognuno dei due soldati, impugnando l'asta con entrambe le mani, ne volse contro di noi la punta di ferro.
Nonna Dorotea retrocedette spaventata e, spingendo Rosaria, l'incit a fuggire, mentre i cavalli, erettisi sulle zampe posteriori, minacciavano di piombarci addosso.
Presto, presto! Torniamo indietro! Prenderemo un'altra via.
Rifacemmo la viuzza quasi di corsa, come potevano le povere gambe delle due vecchie. Io mi rammaricavo di non esser leggiero come un uccellino e, stringendomi a Rosaria, badavo a non impedirle il fiato. Intanto, il rigagnolo che correva nel mezzo della via s'era dovuto ingrossar di molto, perch s'opponeva ai passi, che v'affondavano dentro, come la corrente avversa d'un rivo. Portati dall'aria che si faceva bruna, ci arrivavano or s or no echi flebili di lamenti confusi per la distanza, ma nei quali, tuttavia, si sentiva tremare un dolore disperato; di tratto in tratto qualche grido pi distinto risaltava sul velato e penoso bailamme e pareva non umano.
Oh, Signore! diceva nonna Dorotea che cosa  questa?
Gli agnelli... gli agnelli! ripeteva Rosaria; e le parole le uscivano smozzicate dall'affanno.
Scantonammo in un'altra viuzza e la risalimmo in fretta per raggiungere di l la casa; ma allo sbocco, ahim! ritrovammo gli stessi soldati nella stessa posa.
Tornammo ancora indietro, cercammo altre vie, e sempre c'imbattemmo in quella coppia immobile di soldati a cavallo che, con le lance tese, impedivano minacciosamente il passaggio.
Attraverso una rete di cento e cento viuzze, bagnata ognuna da un rivo rossiccio, che ora spumeggiava sanguigno, la nostra corsa vana, che andava a battere sempre contro lo stesso ostacolo e lo fuggiva e lo ritrovava di nuovo, aveva quell'agitazione disperata e cieca in cui paiono impazzir le formiche quando un persecutore crudele toglie loro, per mille vie, il ritorno all'asilo sotterraneo.
Infine, sfiduciati e disfatti, non tentammo pi il cammino di casa, e ci dirigemmo di nuovo verso la spiazzata donde eravamo venuti.
A mano a mano che avanzavamo a quella volta, le grida diventavano pi forti e pi terrificanti, confondendosi in un vasto clamore che doveva uscire da una moltitudine martoriata, mentre il rivo si faceva pi gonfio e pi denso, e gorgogliava del sangue di cui vaporava l'odore aspro.
Pure persuasi, oramai, d'andare incontro a un male, ignoto, s, ma terribile, proseguivamo, anzi affrettavamo il nostro cammino, sospinti da una forza ineluttabile; come povere canne portate da un torrente che sfoci in un mare in tempesta.
Quando la bocca di una via ci rovesci sulla spiazzata, cademmo nel pieno d'una mostruosa mischia.
Dapprima fui stordito dallo strepito in cui voci di supplica si univano ad urli di terrore e gemiti di morte, ed imprecazioni furenti eran coperte da uno scalpitio di zoccoli ferrati, mentre su tutto s'alzava un gran pianto infantile, simile al folle belato di una greggia assalita dai lupi; nello stesso tempo, i miei sguardi vacillanti si spersero in una visione turbinosa di cavalli che si ergevano come onde, di scimitarre lampeggianti, di donne travolte o fuggenti, e di bambini, soprattutto di bambini, gettati in aria sulla punta delle lance, schiacciati dalle zampe dei cavalli, strappati da mani rapaci al seno delle madri convulse, e scagliati con impeto a terra, ove, nell'urto, le tenere carni aperte effondevano l'ultimo sangue. Poi, preso nel mezzo del vortice e sollevato sulle braccia tremanti di Rosaria, distinsi meglio i particolari della strage.
L'ampia spianata che si apriva in un semicerchio verde davanti al palazzo di Erode, e che fino ad allora era stato il luogo di convegno dove s'adunavano tutti i fanciulli della citt, i pi grandi per gioire di lunghe corse sull'erba rada e bassa, i pi piccoli per divertirsi a guardare dalle braccia delle madri o delle serve, e per rinvigorirsi all'aria libera, era chiusa come in un ferreo anello dai soldati del re, che, disposti attorno attorno e addossati l'uno all'altro respingevano con le picche protese quelli che tentavano uscire e spingevano dentro chi si trovava al di fuori. In quello spazio cos circoscritto, quasi come in un'enorme rete, migliaia di bambini e di donne s'agitavano, si dibattevano e cadevano sotto i colpi di altri soldati a cavallo, che galoppavano da un punto all'altro, penetrando nella folla fluttuante con lo stesso impeto con cui avrebbero attraversato il vano dell'aria, Vidi subito che le scimitarre e le lance cercavano a preferenza i bambini, e dei bambini, soprattutto, i pi piccoli.
Le donne, scarmigliate, urlanti, con gli occhi sbarrati in cui l'anima impazziva esterrefatta, e vibranti nel corpo come pallide fiamme di torce in una sera di tempesta, correvano di qua e di l, contendendo disperate i piccoli che stringevano al seno, urtavano contro i petti dei cavalli o incespicavano nelle vesti, si risollevavano, in ultima difesa del loro caro fardello di vita umana, eran travolte e calpestate e ancora lottavano con le unghie e coi denti o afferravano con una mano le lame delle scimitarre e le punte delle lance. Alcune alzavano sulle braccia, al di sopra della loro testa, un piccolo bimbo tutto nudo nel corpicino roseo, che agitava le gambette nel vuoto, e parevano mostrarlo a Dio, perch volesse prenderlo e tirarlo su dalla mischia feroce...
Ad un tratto non vidi pi nulla. Rosaria, forse, aveva avuto piet dei miei occhi e m'aveva avvolto la faccia nel suo scialle. Ma nello stesso tempo, mi sentii agguantare brutalmente, portar via, in alto, e, d'improvviso, lasciar cadere nel vuoto. L'urto contro il suolo fu cos forte che svenni.
Quando i sensi mi tornarono, la strage continuava ancora ed io mi trovavo supino sulla spiazzata, in un punto in cui la mischia ristava, ma dove prima era stata, forse, pi terribile.
Attorno a me, infatti, giacevano gli uni sugli altri, ingombrando dovunque il terreno, corpi infantili dilaniati da orrende ferite che ancora gettavano sangue. Pi presso a me, con la faccia protesa alla mia volta, stava una piccola fanciulla che il pallore faceva anche pi bella di quanto m'era sempre apparsa da che io l'avevo vista saltellare festosa in quella medesima spianata. Io chiamai a fior di labbra il suo nome, supplicai ancora tre o quattro volte: Elodia!, sperando ch'ella mi rispondesse; poi le cinsi il collo con un braccio e guardai in alto con gli occhi pregni di lacrime.
Il cielo del tramonto era rosso al di sopra della pianura erbosa dove la strage continuava ancora, ma tra mezzo a pi deboli grida che parevano venir da lontano; e tra le nuvole insanguinate passavano forme bianche, appena velate dall'ombra, che forse erano angeli piangenti. Sul mio braccio la testa di Elodia, dai lunghi capelli di seta, diffondeva un tepore che si sarebbe potuto creder vita.
Ad un tratto, nella parte del cielo da cui parevano fuggire le nuvole, m'apparve, proiettata nel disco sanguigno del sole, l'immagine di un enorme volto crudele: il volto di Erode, che forse aveva assistito alla strage da un balcone del suo palazzo, dopo averne dato il segnale battendo palma contro palma.
La vista di quel volto dalle linee dure, intorno a cui i capelli s'attorcevano come serpi e che ingombrava come un'orribile minaccia tanta parte del cielo, mi riusc cos insopportabile che dovetti abbassare le palpebre. Non le riapersi se non quando mi sentii sfiorato da una mano carezzevole, e allora vidi curve su di me Rosaria e la nonna Dorotea. Mi sollevai su d'un gomito e sorrisi stancamente. Era gi notte e spaurite stelle tremolavano dall'alto.
Esse si guardarono intorno e mi presero da terra con l'atto sospettoso di chi raccatta furtivamente un oggetto perduto da altri. Accanto a loro fiutava l'erba un asinello bardato che portava sulla magra schiena una soma di cui una sacca pendeva floscia.
Dopo avermi baciato convulsamente sulla fronte e raccomandato, a bassa voce, di star zitto e tranquillo, per la mia salvezza, mi posero nella sacca vuota, facendomi letto e coperta con manate di fieno che tolsero da quell'altra. Mi rannicchiai nel buio, dove l'aria m'arrivava appena, e cominciai, cos, il mio viaggio nella notte.
L'asinello andava rapido, facendo ondeggiar la sacca, ed io pensavo che nonna Dorotea e Rosaria, le quali, certamente, lo tenevano per la briglia, eran costrette a correre e ad ansimare. Volevo rendermi conto del nostro cammino, che mi pareva un tortuoso raggirarsi per le vie della citt; e diradando con le mani il fieno che m'entrava in bocca e mi vellicava la faccia, cercavo se mai le pareti ruvide della mia cella traballante avessero un bucherellino, ove potessi appiccicar l'occhio. Ad un tratto da fuori una mano prem dolcemente la sacca, e subito intesi, in una muta rivelazione, la presenza di mia madre. Allora mi parve che una luce blanda e carezzevole trasparisse e si diffondesse nel mio chiuso nascondiglio, penetrandomi fin nel cuore come la grazia d'un sorriso rassicurante.
Forse eravamo passati davanti alla nostra casa e mia madre s'era unita a noi, oppure ella, cercandomi per le strade e per le piazze, s'era imbattuta nel piccolo e fuggitivo convoglio: comunque, ora la mamma mi camminava da canto, ed io, pur non udendo il suo passo, sentivo la protezione del suo vigile amore.
L'asinello continuava il viaggio e dai duri scossoni che di tanto in tanto mi facevano battere i ginocchi contro il mento, capivo che le sue zampe s'affaticavano ancora sulle mal selciate viuzze della citt. Un oscuro senso m'avvertiva che all'intorno tutto era desolazione, morte, terrore, e che, nel silenzio della notte, le guardie di Erode andavano a caccia dei pochi bambini scampati dalla strage. Improvvisamente, l'asinello s'arrest. Gi credevo che fossimo arrivati alla fine della nostra fuga e mi preparavo a gioire dell'aria libera, quando m'accorsi che qualche cosa di duro e pungente si sforzava a penetrare nella rozza trama della sacca, e, gettando il capo all'indietro, scansai appena la trafittura d'un ferro lungo e sottile che s'immerse nel fieno e si ritrasse in un attimo. Subito dopo la mia casetta riprese a ondeggiare, ma con un movimento pi piano, senza scosse, che somigliava al dondolio d'una culla: dovevamo esser fuori dell'abitato, su d'una morbida via di campagna. Cos, a poco a poco, ciondolando insieme col mio guscio, socchiusi gli occhi e m'addormentai.
Al risveglio mi trovai in braccio a mia madre che stava seduta sulla proda d'un campo, presso la riva d'un grande fiume: sulla faccia di lei la consolazione fioriva dalle ultime ombre dell'ansia fin ad allora durata, come, in alto, la luce bianca dalle nuvole fosche della notte. Da una parte, l'asinello che m'aveva portato brucava l'erba e, abbassando le orecchie, soffiava sul terreno; da un'altra, nonna Dorotea e Rosaria conducevano verso di me un bambino biondo che teneva sulla spalla un colombo.
A mano a mano ch'egli veniva alla mia volta, i miei occhi s'incantavano nei suoi, cos chiari, cos luminosi, cos sereni in un azzurro sorriso, che m'empivano di letizia e mi davano desiderio di scambiare con lui un bacio fraterno. Mentre l'aria del mattino gli circondava il capo di un'aureola luminosa e il colombo, spiegate le ali, spiccava un volo diritto ed alto nel cielo, egli alz le mani che forse aveva tuffate nell'acqua del fiume e lasci cadere all'intorno una pioggia di mille gocce risplendenti. Quel bambino era Ges.
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Qui io ripiego l'una su l'altra le rievocazioni fantastiche che son andato svolgendo, con il colpo improvviso con cui mia madre chiudeva le stecche colorate del suo ventaglio per appoggiarvi sopra la fronte che s'inclinava a riflettere.
Pu darsi che nel racconto abbia messo un po' del mio spirito d'oggi e che qua un'immagine, l un particolare ne abbiano in qualche modo alterato la genuina e primitiva forma. Ci avviene tutte le volte che narriamo un ricordo lontano e, forse, anche quando non lo fissiamo in iscritto. Comunque, nell'insieme, la narrazione corrisponde, per la sua incoerenza e la sua struttura puerile, alla storia fantastica che creai entro di me, proprio come la memoria di un fatto al fatto stesso.
Oggi, per, io potrei scoprire ad una ad una le pietre rozze di cui feci la mia fabbrica; ritrovare, cio, tra le cose che mi erano prossime nella vita reale, i corpi di cui nel fantastico si proiettano le ombre. Il rivo di sangue  lo scolo delle acque sudice del macello, dalle quali, bambino, torcevo lo sguardo quasi atterrito; il rosso del turbante che hanno in testa i soldati d'Erode  preso dal "fez" di quell'uomo, venditore girovago, che entrava nel mio cortile; il turbante stesso, insieme col gonnellino dei soldati,  tolto da un vecchio quadro che, ancor oggi, si mostra su d'una parete di casa mia: La difesa del corpo di Marco Bozzari (Giuseppe Simonetti disegn, Filippo Marsiglia dipinse, Pasquale Vaglietta impresse A. S. A. R. D. Leopoldo Giovanni Principe di Salerno Tenente Generale dei Reali Eserciti Comandante Generale Ispettore Generale delle Guardie di S. M. il Re delle Due Sicilie e Comandante in Capo delle Guardie dell'Interna Sicurezza). Le lance, poi, che contrastano la via e penetrano nelle tenere carni dei bambini, sono le lunghe aste che s'appoggiano al muro della terza soffitta, reduci della gloria dei cotillons; e il ferro acuto e sottile che s'infigge nella sacca  lo spiedo col quale i doganieri trapassano i fasci d'erba portati dai contadini oltre la cinta del paese, per cercar se mai vi sia nascosto qualche capo di contrabbando.
La bambina pallida e bella, che io lascio come morta sulla spiazzata tragica, avr gran parte nelle pagine seguenti, come n'ebbe nella mia vita.
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Capitolo 3.
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Zio Luca.
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Quando cominciai a mettere la mia piccola mano in quella lunga e larga dello zio Luca e ad uscir con lui oltre l'arco del portone, gi da tempo l'uomo in berretto gallonato, che saliva sulla sedia a guardar con cipiglio le sfere di quello strano orologio dove l'acqua o il gas segnano il loro passaggio, non mi pareva pi un temibile violatore della soglia domestica, e gi le pi ardue difficolt del sillabario mi si erano spianate attraverso la figura della massaia che scacciava i polli dal cortile o dell'arrotino che affilava i coltelli sulla ruota di pietra.
I miei ricordi su zio Luca, anteriori alle passeggiate fatte insieme, sono scarsi, e, tranne due o tre, poco notevoli.
Il pi remoto me lo fa rivedere tra le pieghe di uno scialle scozzese, mentre, distaccando la schiena dalla poltrona su cui  seduto e ritraendo la gamba che posava su d'una sedia, si palpa la coscia e storce la bocca in una smorfia di sofferenza. Tale ricordo, insieme con quello della mamma supina su d'una dormeuse e assistita dalla nonna, che allinea su d'un fazzoletto piegato a forma di benda tante fette di patata cruda, per rimedio al mal di capo,  la prima immagine che il dolore degli altri mi abbia impressa nella memoria.
Bisogna credere che, sotto i morsi della sciatica, zio Luca si sentisse svegliar nel sangue e rifluire al cervello antichi germi di una natura pittorica, che nella primavera di lui avevan forse fatto qualche vano tentativo per aprirsi, ma, poi, s'eran dovuti sperdere e addormentare, fin a quando le contrazioni nevralgiche non li avevano snidati e costretti a schiudersi con lo stento ed il pallore di tutte le fiorite ritardatarie. Allora egli cominci a dipingere su ventagli di carta, di cui  sopravvissuto qualche esemplare, gli animali pi mobili del mondo, gli uccelli, per la stessa ragione che, nell'inferno dantesco, tien dinanzi alla mente di Maestro Adamo, inerte ed arso dalla sete, il libero e fresco corso dei ruscelletti.
Quando, poi, si sent stanco di esasperare a quel modo la sua invidia, cerc sollievo nella lenta creazione di un viso di donna, che gi con l'influsso benigno di un occhio solo riusc a guarirlo dalla sciatica.
Allora stim superfluo e, fors'anche, pericoloso dar la vista all'altro occhio, e, ingrato come si  con il medico, appena la guarigione  sicura, mand la salvatrice in soffitta, dov'io, pi tardi, la conobbi.
Zio Luca risanato non dipinse pi nulla; ma, tuttavia, conserv, nelle oscure latebre dove sonnecchiano i nostri istinti moribondi e le nostre facolt decadute, qualche ultima larva della sua breve stagione pittorica; e da quella forse era inconsapevolmente tratto, quando, simile al generale veterano che, messo fuori dall'esercito, comanda le quadriglie, si compiaceva nel passar la vernice sui letti di ferro o nel comporre strane mescolanze di rosoli colorati, con una variet di tinte e di essenze, che stupefaceva e incantava i miei occhi bambini.
Oltre a questi due ufficii, di cui lo vedevo occuparsi solo in rare occasioni, non riuscivo a capire qual altro egli avesse. Sentivo, per, che la mia vita non sarebbe stata in nulla diversa anche senza di lui, e che sull'andamento della casa la sua parte non era maggiore di quella che la testa del cacciatore, che sormontava il tetto dell'orologio a pendolo del salotto, aveva nella marcia delle sfere.
Del babbo, che usciva presto e rientrava tardi, mi immaginavo a mio modo la professione corrispondente alle parole "dottore agronomo" che sentivo pronunciar cos spesso; ma capivo bene che se egli fosse mancato, tutto sarebbe mancato con lui, sprofondando in una squallida notte; e la frase "lotta per la vita", che una volta avevan detta in mia presenza, mi lasci cos profondamente impressionato, ch'io andavo col pensiero a strane e pericolose battaglie in cui mio padre riuscisse vincitore, ogni giorno, contro uomini che miravano a impadronirsi della nostra casa; cosicch, quando la sera sedeva a tavola, gli cercavo sul viso i segni del combattimento. Ma contro chi e quando combatteva zio Luca? Solo ai bambini, pensavo,  permesso non far nulla, in attesa che crescano e diventino grandi; e da ci ero indotto a credere che zio Luca fosse una specie di vecchio bambino, un fanciullo malamente cresciuto, per la stessa sorte maligna toccata talvolta ai panettoni di Rosaria, che uscivan dal forno magri e cenerognoli come una schiacciata.
Non nel corpo, per, mi appariva mancante di sviluppo: anzi, un tempo la sua persona alta e grossa, che, camminando, si sbilanciava sempre da una parte, mi aveva quasi fatto paura.
A mio riguardo zio Luca si comportava in un modo abbastanza strano: per giorni e giorni pareva non vedermi nemmeno, non interessarsi della mia esistenza e non conoscere neppure il mio nome, come dovevo credere quando, nel parlare indirettamente di me, diceva sempre: Quel cosino l e con una voce che m'indispettiva. Ma di tanto in tanto era preso da un subitaneo accesso di follia affettuosa, che gli faceva allungar le braccia in uno scatto, per afferrarmi e portarmi in alto, mentre dalla bocca, che si protendeva a forma di grugno, gli usciva un suono cupo, che voleva essere tenero invito ai baci. Io difendevo la mia faccia, mi dibattevo disperatamente, puntandogli le mani sul naso e tirando calci alla cieca, fino a che non raggiungevo di nuovo il suolo, con qualche lacrima negli occhi.
Tutto ci avveniva in un tempo anteriore alle mie prime passeggiate con lui.
Quando queste cominciarono, non avrei saputo dire che et egli avesse, e, veramente, non chiedevo nemmeno di saperlo: come tutti i bambini, che vedono nell'umanit tre sole stagioni: quella dei piccoli nella quale essi si trovano, quella degli "uomini grandi" in cui vorrebbero essere, e l'altra dei vecchi a cui non si trasportano mai con l'immaginazione, consideravo zio Luca un "uomo grande" sebbene mal cresciuto, e non sentivo il bisogno di dare un numero indice alla sua vita. Ora so che, pure avendo gi sofferto i dolori della sciatica, a quel tempo non aveva pi di trentanove anni.
Da prima, i nostri passi non riuscivano mai a mettersi d'accordo.
Zio Luca allungava smisuratamente le gambe e, d'altra parte, non scioglieva la sua mano dalla mia: cosicch, nonostante mi affaticassi a saltare e a sgambettare, restavo sempre indietro e talvolta inciampavo nei ciottoli e ne' ciuffi d'erba della via o m'impigliavo con un piede nell'altro. Il peggio era ch'egli tirava innanzi con lo sguardo sempre diritto, senza curarsi di osservar le cose che dai fianchi della strada parevano appunto chiedere un po' d'attenzione; io, ch'ero sensibile a quel muto richiamo, avrei voluto indugiare e risponder loro benevolmente; ma, costretto a proseguire, le salutavo con gli occhi in modo che la mia faccia si teneva voltata dalla loro parte, mentre il resto del corpo, rimorchiato da zio Luca, andava mal volentieri e di sghembo: e spesso accadeva che i miei piedi, dopo aver tentato invano di stamparsi in terra, si storcevano dolorosamente nella caviglia e, cos storti, strisciavano nella polvere o sul selciato, fino a che battevo il suolo con i ginocchi e sentivo quasi slogarsi il braccio, ch'egli strappava verso di s.
Avrei potuto, senza dubbio, avvertirlo di camminar pi piano e con maggior cura dei miei piccoli piedi, o pregarlo di fermarsi, quando avevo desiderio di mirare, col mio comodo, questa o quella cosa: una mostra di bottega o un gatto che si lisciava i baffi, una scatola di stagno scintillante al sole o un pennacchio d'albero mosso dal vento; invece, non gli dicevo nulla e pretendevo che dal mio tacito, ma ostinato contegno, si persuadesse, infine, della necessit di mettersi alla pari con i miei passi e con i miei gusti. Non conseguendo lo scopo, m'irrigidivo in un'attitudine opposta a quella di lui: torcevo la testa all'indietro e ad ogni tratto n'impuntavo come un asinello testardo. Ora credo ch'egli non s'accorgesse nemmeno della mia muta ribellione; allora, mi pareva che fingesse di non accorgersene, e perci mi sentivo salire agli occhi lacrime di rabbia.
In queste prime passeggiate, che avvenivano verso l'ora del tramonto, arrivavamo fino alla piazza del paese e tornavamo per una strada che si apriva a fianco della Parrocchia. Nessuno di noi diceva parola: egli consumava due sigari, io tutta la mia pazienza. Ma, poi, un giorno c'indirizzammo verso il Porto, e da allora il nostro reciproco contegno si mut rapidamente in meglio. E come se la brezza avesse diradato la nebbia ch'era tra me e lui, zio Luca mi apparve addirittura un altro uomo.
Fino ad allora, io avevo conosciuto il mare sconfinato e libero, che accarezza o percuote la spiaggia, ora gentile, ora rabbioso, ma sempre da padrone; quello su cui sporgevano le banchine e si allungava diritto il braccio di terra, che teneva all'estremo il faro, non aveva voce n forza, e odorava sgradevolmente di pesce salato e di petrolio. Le acque, cos cupe che non lasciavano veder nulla oltre la loro superficie, non mostravano il bianco della spuma nemmeno quand'erano ferite dai remi: e, chiss perch, mi parevano dense di sapone di bucato, mal disciolto. Ma, tuttavia, i miei sguardi si sentivano attratti da mille cose, nuove e diverse; e io potevo girarli di qua e di l, fissarli dove meglio mi piacesse, senza fretta, perch zio Luca, anzich guidarmi, aveva allentato la mano e mi secondava. Quattro o cinque velieri, grossi e panciuti quanto non ne avevo mai visti, stavano accostati lungo il molo: tavole strette e sottili, che si flettevano sotto i piedi di chi vi passava sopra, facevano da ponte tra la terra e il bordo. Qui un uomo, l un altro, con il torso in una maglia e le gambe e i piedi nudi, andavano e venivano svelti, scaricando barili o casse di legno. Qualcun altro si spenzolava a guardar gi, dall'alto di un'alberatura, e di tratto in tratto lanciava un richiamo o cantava con accento forestiero.
Cani spelati e miseri, con la coda tra le gambe, si aggiravano sulla banchina, annusandosi tra loro o fiutando le bucce di cocomero e gli altri avanzi sparsi al suolo. Altri uomini, che non erano marinai, perch avevano in testa una paglia come quella di zio Luca, sedevano sul margine del molo, sfiorando l'acqua coi piedi penzoloni, e talvolta tiravano lente frustate al mare, alzando e abbassando una canna da cui pendeva un filo quasi invisibile. Ma soprattutto io m'incantavo a guardare quelle enormi barcacce, che sotto il tavolato della coperta aprivano una fila d'occhi rotondi, alti appena due dita sulla superficie dell'acqua.
Intanto mi venivano alla memoria nomi di mari colorati, che avevo sentito dir da mio padre: Mar Rosso, Mar Giallo, Mar Vermiglio, Mar Nero; e vedevo nella fantasia quei bastimenti con tutte le vele sciolte e gonfie navigar sulle acque dal colore che quei nomi indicavano: acque coperte da petali di rose o crisantemi d'oro, che s'attaccavano alla prua, salivano sulla cresta delle onde e si riversavano come una pioggia sui marinai che cantavano liete canzoni; finch poi cielo e mare mutavano, e in una rotta notturna senza stelle, le navi andavano su flutti d'inchiostro (il Mar Nero) e la voce degli uomini diventava cupa.
Improvvisamente, zio Luca si chin a dirmi: Ebbene, ti piacerebbe fare una passeggiata in barca?
Avrei preferito salire su d'uno di quei vascelli che sul fianco scuro di catrame portavano in lettere chiare un nome di santo: San Sebastiano, San Luigi, Santa Restituta; sedermi sui mucchi di corda a guardare i marinai che tirassero l'ncora o sciogliessero il canapo attaccato alle colonnette di ferro che s'allineavano lungo il molo; e partire, cos, per un avventuroso viaggio, vago nella mia immaginazione e, perci, pi attraente; ma dovetti accontentarmi di scendere, da un gradino lubrico, in una piccola barca, tenuto per un braccio da zio Luca e afferrato per l'altro dal barcaiolo, che, quando lo zio prese i remi, salt a terra e con un calcio dette la mossa alla barchetta.
Ero tanto stupito di veder zio Luca remare, che non badai nemmeno ai fianchi dei velieri, lungo i quali scivolavamo. Egli moveva i remi con un gesto largo e sicuro, e si apriva abilmente la via tra mezzo all'ingombro del Porto: aveva posato su d'un banco la paglia e, gettando innanzi e indietro la testa, proiettava in un senso e nell'altro il ciuffo dei capelli scomposti, senza smetter mai di guardarmi con un sorriso contento, che faceva sorridere anche me.
In breve costeggiammo la scogliera ed uscimmo dal Porto. Ritrovavo il mare libero, dalla voce ampia e dalle acque lucide di vita; ne respiravo la fragranza, ne sentivo in faccia il soffio; ma, se, voltandomi, vedevo impicciolirsi il baluardo degli scogli dal cui riparo eravamo usciti, provavo un po' di sbigottimento, quasi una sensazione di vertigine, che, pure, m'inebriava. Anche pi inebriato doveva esser zio Luca, che accelerava i movimenti del remare e dondolava la testa, su cui ora un'ala dei capelli palpitava come se volesse fuggire verso terra; mentre il sole del pomeriggio avanzato mandava sulle acque un fascio di raggi biondi, che parevano lo sguardo sorridente d'un grande occhio amico.
Ad un tratto, egli cominci a parlarmi con una voce fervorosa, che non avevo mai udita da lui, vincendo la brezza che di tanto in tanto gli toglieva di bocca qualche parola, per portarsela via e disperderla.
Ti piace il mare, piccolo? Hai visto quei velieri, nel Porto? Fanno viaggi di settimane e settimane, da un capo all'altro del mondo. Quei marinai dicono che la loro vita  dura. Ma il mare  bello,  bello!
Io assentivo e mi meravigliavo che zio Luca mi paresse tanto simpatico.
La terra, qualche volta, ci appar vecchia, stanca, morta... Anche le campagne fiorite dalla primavera spesso odorano di concime; e poi, si sa che i fiori moriranno presto, che il pi bel frutto subito sar verminoso e putrido. La terra diventa fango e ci salta addosso in polvere che s'attacca e c'insudicia. Il mare, no; il mare  sempre giovane e sempre puro. Non sente mai di marcio, perch si muove sempre.
Come mai zio Luca sapeva parlar cos? Quelle parole inattese m'impressionarono tanto, che ancor oggi le ricordo ad una ad una. Egli non era pi il bambino mal cresciuto, non mi faceva pensar pi alla testa dell'inutile cacciatore sul tetto dell'orologio a pendolo: in mezzo al mare, curvo sui remi, aveva mutato faccia; ed io intendevo vagamente che questa faccia nuova gli stava meglio di tutte le altre: fosse quella del pittore afflitto dalla sciatica o quella del verniciatore di letti o quella del fabbricante di rosoli. L'anima di lui, nella vita di tutti i giorni, mi era apparsa come un povero e floscio viluppo ammucchiato a terra, che, ora, improvvisamente, mi si spiegava dinanzi agli occhi e diventava una bandiera tesa al soffio marino.
Egli remava, remava, remava; e la barca se ne andava lontano, cos che, a guardarsi intorno, pareva di essere in mezzo al golfo, mentre da tutti i lati la riva cominciava a coprirsi d'ombra e a sparire sotto una tinta turchina, su cui qua e l risaltavano gli sprazzi d'oro che il sole traeva dai vetri delle case. Eravamo nell'ora propizia ai racconti di nonna Dorotea, laggi, sulla panca del cortile, e il gran silenzio del mare, rotto appena dai tonfi dei remi, invitava a sospirar forte. Ora zio Luca stava zitto; ma le sue parole erano rimaste per l'aria e dentro di me, come i suoni delle campane che si sentono ancora, anche quando non s'odono pi.
Ad un tratto alz i remi dall'acqua e li appoggi sulla barca. Non camminavamo, ma ci portava il mare, pian piano, in un dondolo lento, che ad ogni nostro moto improvviso s'aggravava.
Ah, che pace! disse zio Luca. Qui si dimentica tutto.
Ma la sua voce s'era fatta malinconica; e la sua fronte s'era chinata proprio come se volesse ricordare.
Che pace! Che pace! sospir ancora e si mise le mani sulla faccia. Io non gli toglievo gli sguardi da dosso e cominciavo ad essere inconsapevolmente inquieto. Tuttavia, non desideravo di tornare a terra.
Infine, si scosse, con un sbito movimento che fece traballar la barca, e m'indic il sole, gi mezzo tramontato. Poi, dopo un minuto di silenzio pensoso, si chin di botto a domandarmi: Lo sai tu, piccolo? Sai tu perch?
Perch che cosa? mormorai un po' smarrito.
Perch... perch... e alz il braccio in un gesto vago. Non lo sai, n t'importa saperlo. Ma verr anche la tua ora, pur troppo; e te lo domanderai e non ti saprai rispondere; n te lo sapr dire nessuno, nessuno!
Certo, zio Luca parlava a s stesso, credendo che quelle parole sarebbero scivolate sulla mia mente bambina, senza impressionarla; altrimenti, avrebbe taciuto per non gettarmi nell'anima l'ombra di una pena precoce.
Oggi hai gli occhi nuovi, caro mio! A terra o a mare vedi tutto bello, tutto in festa. Qui si starebbe ottimamente, se laggi, sulla riva, non ci fossero gli uomini. Anche da lontano, essi ci guastano la pace! E quando pare che si possa tirare un sospiro libero e godere un po' di quiete, ecco che subito l'ombra viene e ci scende sul petto come un macigno. Nemmeno in mezzo al mare, piccolo mio! Nemmeno in capo al mondo. E, poi, non si pu rimaner sempre qui! Bisogna far ritorno. E ritrovar la solita vita, come chi si sveglia ritrova i suoi panni a pie' del letto.
Questo, su per gi, diceva zio Luca, mentre la barca si muoveva pian piano, allontanandosi sempre pi dalla terra, tra il cielo e il mare che si rabbuiavano. Ora, per quanto aguzzassi gli occhi, non riuscivo a veder bene la sua faccia; e quella voce che mi veniva attraverso l'oscurit aveva un tono cos triste e, insieme, cos grave, che, anche volendo, non avrei potuto stornarla dal cammino verso il mio cuore.
Ah, povero piccolo! egli continuava. Che faranno di te, domani? Ti ridurranno in modo che non potrai goder pi nemmeno un tramonto d'estate in mezzo al mare.
Il senso vago di quel plurali a me avversi mi dava l'idea di una moltitudine misteriosa, d'una schiera di strani fantasmi, pronti ad uscire dal buio e a ghermirmi; nello stesso tempo, il suono di quelle parole mi persuadeva della mia impotenza a lottar contro i tenebrosi nemici.
Tutto era terribile e certo. E la barca continuava a dondolarsi tra le ombre, ed egli non riprendeva i remi. Povero me e povero zio Luca! Che cosa avevan fatto a lui? Quali segni gli avevan lasciati di quel male di cui cos tristemente si doleva? Io non sapevo immaginarlo: e il sentire che egli aveva sofferto e, insieme, non poter pensare in che modo, il presentire che anch'io avrei avuto una sorte simile e non poter dare una faccia a questa sorte, mi tormentava tanto che avrei voluto gridare; gridare in quel silenzio che era diventato insopportabile. Per la prima volta mi trovavo dinanzi a cose contro cui la mia immaginazione urtava e ricadeva avvilita.
Infine, zio Luca, forse preoccupato dell'effetto che avevan potuto farmi le sue parole, mi chiam sommessamente per nome; tentai di rispondergli e la voce mi trem di pianto, che, quando egli mi accolse tra le braccia per consolarmi, sgorg irrefrenabile sul petto di lui.
Ma che hai, piccolo? Hai paura? Di che hai paura?... e mi accarezzava il capo, mentre la barca ci sballonzolava l'un contro l'altro. Ora torneremo a casa. Non pianger pi! Che sciocchezza!
Sollevai il capo e mi guardai attorno, trasognato. Eravamo immersi in un mare tenebroso, di cui le acque parevano lamentarsi. Seduto sulla panca di fronte a quella di zio Luca e tenendo una mano sui ginocchi di lui, mi sentivo rabbrividire, un po' per il freddo umido della sera marina e pi, forse, per la pena che m'era entrata in cuore. Il tonfo dei remi si ripercoteva in una lugubre cadenza. Se aprivo gli occhi a guardare, mi pareva che da un momento all'altro orribili mostri dovessero emergere attorno alla barca e afferrarsi al parapetto, per rovesciarla. Se li chiudevo, avevo pi paura, perch i mostri me li sentivo alle spalle. Finalmente, apparve qualche timida luce sulla riva; poi s'illumin un grande occhio rosso, che abbassava e alzava le palpebre: il faro del Porto. Ma Dio, come era lunga la via del ritorno! Infine, strisciammo da presso alla scogliera e, passando dinanzi ai fianchi delle navi, sentimmo le voci dei marinai. L'approdo fu difficile, e zio Luca dovette chiamare pi volte il barcaiuolo, perch m'aiutasse a discendere.
Ci affrettammo per le strade deserte, senza dir parola; ma questa volta i nostri passi andavano d'accordo, e nel nostro silenzio c'era la fraternit che unisce i reduci da una triste avventura comune.
La mamma ci aspettava inquieta, al balcone, e appena ci vide venire dal fondo della via mal rischiarata, ci chiam per assicurarsi ch'eravamo noi. Il babbo, gi a tavola, tamburellava con le dita sul piatto vuoto.
Ebbene, dove siete stati?
Al Porto rispose zio Luca.
Sedetti e cominciai a mangiare. Nonna Dorotea domand ancora: Perch avete fatto cos tardi?
Mah! e zio Luca alz le spalle. Per guardare i bastimenti.
Capii che della passeggiata in barca bisognava tacere; e, di tratto in tratto, cercavo lo sguardo di zio Luca per confermargli cos la fedelt al segreto. Ora mi sentivo unito a lui pi che a tutti gli altri; ma se avevo trovato un nuovo compagno, avevo pure perduto qualche cosa di cui non mi rendevo conto ancora. Forse davvero un fantasma crudele era emerso dal mare buio e allungando l'invisibile mano mi aveva strappato dal cuore la fiducia inconsapevole nella mia sorte a venire.
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Capitolo 4.
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Elodia.
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Dopo quel giorno non tornammo pi al Porto. Le nostre passeggiate mutarono direzione ancora una volta e presero la via del bosco, cio di un vecchio parco borbonico, molto decaduto dalla sua antica regalit, tanto da parer una selva, ma ricco di ombra e assai vasto. Zio Luca era diventato curioso di me e, dai segni che poteva intendere, cercava spiare la mia piccola vita interiore. Tuttavia, son certo ch'egli non sospettasse nemmeno d'avermi messo in cuore il buio di quelle tristi parole dette in mezzo al mare e che non mi stimasse nulla di pi di un "cosino bizzarro".
Di' un po', caro mio, che pensi di fare quando sarai grande? Oppure: Spero bene che non ti salter in testa l'idea di studiar legge! O ancora: Saresti proprio sciocco se imitassi tuo padre, che si sfianca tutto il giorno per un pugno di fave secche!
Io restavo un po' stordito e rispondevo con un sorriso ambiguo. Ma dentro di me pensavo:
Perch mi domanda queste cose, quando sa che essi, domani, mi salteranno contro e mi faranno male?
"Essi" erano i nemici sconosciuti, che mi aspettavano appiattati nel buio del futuro, come avevano aspettato zio Luca, per assalirlo e togliergli per sempre il piacere della vita. Qualche volta me li andavo immaginando con l'aspetto e le armi delle guardie d'Erode; altre volte, invece, li vedevo non quali uomini, ma bisonti con le corna basse, pronte all'assalto. Purtroppo l'ombra di quelle antiche immagini non era pi la stessa di prima, che appariva e spariva, fuggevole come sulla parete d'una stanza il fantasma d'un pipistrello svolazzante al di fuori. Ora, anche senza linee, persisteva e s'allargava con la invadenza di una macchia che dilaghi.
Guardavo zio Luca, e la sua camminatura dinoccolata mi pareva rivelar la stanchezza delle spalle, che, forse, un tempo s'eran dovute curvare sotto pugni di ferro. Vivevano ancora i nemici di zio Luca? Chi erano? Dove si nascondevano?
Per andare al bosco dovevamo attraversare la piazza del paese: quando eravamo per passar di l, egli cominciava a lanciare sguardi furtivi ed inquieti verso un lato della via, poi mi stringeva la mano e allungava il passo, camminando rasente il muro, dalla parte opposta. Con la testa china, quasi col mento sul petto, mi trascinava cos fin oltre la piazza. Spesso ci arrivava di fianco, come una sassata che ci venisse a colpire con una traiettoria obliqua, una voce che chiamava forte: Eh, Luca!...
Egli alzava la mano libera ch'era proprio da quella parte, e l'agitava in aria, con un gesto vago; ma non si voltava, e tirava innanzi, borbottando.
Dopo che ci era accaduto due o tre volte, cercai di rendermi conto da dove venisse la voce.
Al lato della via dal quale la vista di zio Luca rifuggiva, e proprio in angolo con la piazza, s'apriva una specie di bottega, riparata da una sempre ondeggiante cortina, fatta di bastoncelli di canna: era una pioggia di fili, ciascuno dei quali, oltre a muoversi con l'insieme, si muoveva a sua volta, nelle giunture di un bastoncello con l'altro. Al di sopra del vano stava una tabella di legno, con un'iscrizione che, per la grandezza delle lettere, tutte maiuscole, riuscii a leggere senza stento: CIRCOLO DEL PROGRESSO; posate a terra, di qua e di l, ornavano la soglia due grosse piante che, forse per intonarsi con la cortina, erano bamb. Mentre noi passavamo (anzi, quando eravamo gi passati, ed io, per vedere, storcevo la testa) una mano s'insinuava tra i bastoncelli della cortina e vi faceva tra mezzo uno squarcio; dallo squarcio si protendeva una faccia che sorrideva stranamente e apriva la bocca a gridare:
Addio, Luca!
Egli ripeteva il solito gesto.
Ma le cose non andavano sempre cos. Altri giorni, dinanzi alla soglia tre o quattro uomini s'eran messi a sedere con le sedie sulla via, e zio Luca, appena li avvistava da lontano, cominciava a masticare non so che parole.
Qualche volta, si fermava anche, poi abbassando la testa come se volesse tuffarla nella risoluzione presa, tirava innanzi. Allora gli sguardi di tutti quelli s'appuntavano su noi. Qualcuno stava seduto con la giacchetta sbottonata, e con i due pollici si stirava l'elastico delle bretelle; un altro, a cavalcioni sulla sedia, ne abbracciava la spalliera, mentre la paglia, che gli posava di sghembo sul capo, pareva fosse l l per cascare; qualcun altro, ancora, si faceva vento con un giornale, dondolandosi tutto. Appena eravamo a tiro, ci davano addosso senza muoversi dai loro posti:
Eh! Luca! Luca! Luca!
Egli agitava la mano pi a lungo e meno svogliatamente; ma, quasi sempre, non si fermava. Erano facce antipatiche, che il sorriso faceva anche pi spiacevoli: volgari come le insegne delle bettole. Spesso, mentre passavamo oltre, sentivo qualche risolino e qualche parola smozzicata. Certo, dovevano continuare a guardarci, finch attraversavamo la piazza, perch io provavo impaccio a camminare e per poco non incespicavo. Zio Luca borbottava tra i denti: Microcefali! Microcefali!, e questa parola destava dentro di me un'eco che si ripeteva in oscure risuonanze.
Comunque, quelli dovevano essere i suoi nemici: spregevoli, ma ancora possenti a nuocere, dal momento che col solo chiamarlo per nome lo turbavano e, col solo mostrarsi, l'impacciavano. Qualche volta lo costringevano anche a fermarsi, a parlare e a sorridere. Ma che sforzato sorriso era il suo! E come, nella breve sosta, egli mostrava la voglia di scappar via!
...
Dal gruppo, un giorno, si stacc e venne verso di noi un uomo dalla barba rossa, a forma di collare, sotto un'enorme testa incastrata nelle spalle quadre. Camminava pesantemente, guardandoci con strani occhi che, mezzi nascosti dalle ciglia, anche rosse, parevano proiettare, attraverso le lenti, tanti puntolini rossicci. Come ci fu innanzi, si ferm a sbarrarci il passo e, impugnando un bastone che prima nascondeva con tutt'e due le mani dietro la schiena, gli fece disegnare in aria con la punta un molinello serpentino, e poi lo tese contro lo stomaco di zio Luca. Sulla faccia gli era apparso un sorriso molle come una lumaca.
Zio Luca con la mano devi il bastone e disse imbronciato: Buon giorno! Buon giorno!, cercando di passare oltre. Ma l'uomo rosso gli si mise al fianco.
No, caro mio, non mi scappi...  tanto che non ti si vede...
Aveva la voce fastidiosa come lo strider del gesso sulla lavagna, e di tratto in tratto dava in una gran risata, che faceva pensare a una scatola d'arnesi di ferro che si rovesciasse improvvisamente. Camminando a fianco di zio Luca, quasi gli si gettava addosso, cos che egli, un po' spinto, un po' preoccupato di scansarsi, mi stringeva contro il muro. Io capivo poco quello che si dicevano, ma m'accorgevo che mio zio rispondeva annoiato con cenni del capo o con monosillabi, mentre l'altro, invece, s'infervorava a parlare e gli batteva spesso la mano sulla spalla. Le parole "circolo", "socievolezza", "solitudine" s'alternavano sulle sue labbra con l'esclamazione "che diamine!", la quale era, poi, travolta dalla solita risata "ferrigna". Molti passanti si scappellavano a salutarlo: qualcuno faceva addirittura un inchino.
Buon giorno, dottore... La riverisco, dottore... I miei rispetti, dottore...
Ci m'induceva a credere che egli avesse una grande possanza su tutto e su tutti, ma come quella di un re malvagio, della stessa specie di Erode. Perch non ci lasciava andare? Perch, di tanto in tanto, s'impuntava in mezzo alla via, agguantando il braccio di zio Luca? Forse ci avrebbe accompagnati fin nel bosco, e, col solo affacciarsi in quei luoghi, avrebbe fatto fuggire gli uccelli e spaventato i piccoli ciclamini, gi cos timidi e amanti dell'ombra: essi si sarebbero nascosti affondando con il capo in gi, nel terreno umido, ed io sarei andato invano a cercarli.
Per un gran tratto del cammino, l'uomo rosso parve non accorgersi di me, povero ccciolo spaurito che seguiva i talloni di zio Luca. Poi, improvvisamente, quando ci aveva costretti a un'altra fermata, mi si accovacci quasi dinanzi, per domandarmi: Di chi sei figlio, tu?
E giacch io, senza rispondere, lo fuggivo come potevo, cio con lo sguardo, mi afferr per il mento e, raddrizzatami la testa, mi fiat sul viso, che sentivo intollerabilmente infastidito dalla prossimit di quegli occhi:
Salutami tuo padre e digli, da mia parte, ch' un gran manigoldo.
Ci dicendo, mi gett in faccia il fragore ingrato della sua risata, e, infine, ci lasci.
...
Son molti e molti anni ch'io non torno nel bosco se non con la memoria, ma credo che ancor oggi saprei riconoscere gli alberi con cui m'intrattenevo in taciti colloqui e le macchie dove, d'autunno, i ciclamini son meno timidi nel mostrarsi o i corvi si radunano a parlamento. Pi di venti volte da allora le foglie saran mutate sui rami, ma i grossi tronchi staranno ancora come giganti infitti coi piedi nel terreno e le molteplici braccia protese al cielo, in un gesto di sfida che il tempo non ha potuto piegare. E ancor oggi le dita invisibili del vento staccheranno le ghiande dalle chiome delle querce e le lasceranno cadere sul naso dei bambini che si trattengano troppo, con gli sguardi in su, a spiare un merlo che si forbisca le penne.
Orme di piccoli sandali si stamperanno ancora sulla polvere che tappezza i viali, e il mio cuore potrebbe illudersi di ritrovar quelle lasciate dal mio passo infantile e tentar di seguirle fino al prato, dove zio Luca si sdraiava a leggere un libriccino che si toglieva di tasca. Ma so che oggi il bosco  tagliato in due parti dalla ferrovia elettrica, e la trombetta e il fragor del treno, a cui forse gli uccelli si saranno abituati, metterebbero in fuga i miei ricordi, che mi lascerebbero smarrito come un forestiere solitario.
...
L io ero libero, proprio come un ccciolo a cui si tolga il guinzaglio, ma non potevo allontanarmi pi che non potesse seguirmi la voce di zio Luca, il quale, leggendo il suo libriccino, di tratto in tratto mi chiamava con una specie d'ululato che voleva significare: Mi senti? e a cui rispondevo anch'io con un grido simile, che assicurava: Sto qui.
Spesso egli socchiudeva gli occhi sulle pagine, ed io lo trovavo addormentato con un braccio che gli faceva da guanciale e la paglia messa contro la faccia, come un riparo dai calabroni. Il libro, aperto sull'erba, era sfogliato dal vento; all'intorno, i papaveri si dondolavano appena sugli steli. Mi fermavo a guardarlo e qualche volta scostavo la paglia.
Allora, su quella faccia scoprivo rughe ed ombre che l'alteravano stranamente e mi parevano rivelare una pena terribile. I nemici eran venuti a tormentarlo perfino nel bosco: forse qualcuno gli stava con i ginocchi sul petto, qualcun altro gli affondava le unghie nella fronte, un altro ancora gl'imponeva la faccia contro la faccia, e forse era l'uomo rosso di cui avevo sentito anch'io lo sguardo intollerabile. A me non apparivano; ma egli li vedeva nel sonno... Spesso, senza aprir gli occhi, mandava fuori un grosso sospiro, quasi cercando liberarsi del peso che gli doveva opprimere il petto. Io cominciavo ad aver paura e a sentirmi solo in un silenzio minaccioso. Ogni tronco d'albero era, all'intorno, lo schermo di un mostro, che da un momento all'altro poteva protendere il capo e scoprirsi; il picchiar di qualche ghianda sulle foglie secche mi faceva sussultare. Non resistevo pi a lungo e abbracciavo le gambe di zio Luca, chiamandolo sommessamente. Infine, sentiva, si rivoltava sul fianco, si sollevava a sedere sul prato. Per un poco rimaneva a fissarmi con uno sguardo vuoto d'espressione; poi, bruscamente, saltava in piedi. Aveva sempre qualche filo d'erba nei capelli, qualche bruco nelle pieghe dei calzoni e qualche formica che gli strisciava sul collo. Con tutt'e due le mani si batteva l'abito, da cui s'alzavano nuvolette di polvere grigia.
...
Seguendo il volo d'una farfalla, m'ero spinto lontano da zio Luca, in una parte del bosco dove di solito non andavo, e avrei fatto subito ritorno al prato dei papaveri, se non avessi scorto, in una macchia ombrosa e selvatica, una trib di bellissimi funghi. Mentre ammiravo il pi grosso, che dominava gli altri per la magnificenza dell'ombrello, spiegato in segno di regale potere, sentii indietro a me un fruscio, come se qualcuno si aprisse il cammino tra mezzo ai cespugli. Una piccola mano aveva diradato l'intrigo dei rovi e, nel varco, una graziosa testolina s'era sporta. Pareva che coi lunghi e sottili capelli si fosse impigliata agli sterpi e perci si tenesse immobile, mentre due occhi limpidi, per nulla inquieti, mi guardavano. Anch'io guardavo, e sentivo vincermi a poco a poco da un senso nuovo di turbamento, che mi affluiva alla faccia in un'onda tepida e quasi mi appesantiva lo sguardo, facendolo pian piano declinare.
Tale mi rimane nella memoria l'impressione del primo rossore, con cui nel bambino si svegliava il fanciullo.
Stavamo cos di fronte, senza parlarci, ed anche senza guardarci pi. Perfino i rovi da dove ella s'era affacciata si tenevano fermi e partecipavano a quel silenzio, che avrei voluto si sciogliesse, ma non per parte mia. Di tanto in tanto, i miei sguardi andavano di sfuggita dalla punta dei miei sandali alla vestina di lei che traspariva rosea tra mezzo all'intreccio verde delle piante, ma non osavano spingersi pi su. Forse l'altra mi spiava con eguale studio di affettata disinvoltura. Se, almeno, il richiamo di zio Luca fosse venuto a darmi il pretesto di scappar via! Finalmente mi feci animo; e, adagio adagio, girai su me stesso; poi, sempre adagio, per mostrare che la mia ritirata non era una fuga vergognosa, uscii fuori dalla macchia. Allora non mi parve troppo presto per lanciarmi ad una corsa folle. Ahim, nel correre fui cieco ed inciampai nel tranello tesomi da un altro malvagio cespuglio! Stramazzai di botto, percotendo con le mani e il mento la terra, aspra per il tritume d'innumerevoli pietruzze che m'entrarono nella carne, mentre al nudo delle gambe s'attaccavano le ruvide lingue della ortica, nascosta, tra mezzo al roveto. Ma il colpo che mi fece pi male fu quello che mi dette sul capo una risata improvvisa.
Mi sarei potuto rialzare, avrei potuto ritirare le gambe dal letto tormentoso: invece, volli rimanere cos, prostrato nell'umiliazione e nel dolore, con la faccia contro terra, dove sgocciolavo qualche lacrima e soffocavo qualche gemito.
Sentii prima uno stropicco di passi, poi una voce che aveva lo stesso accento della risata e un'altra ancora che diceva:
Oh, poverino! Oh, poverino!
Sorretto per un braccio, mi risolsi a mutar positura, e, dopo essermi quasi inginocchiato, ricaddi a terra, seduto, ma con tutto il corpo fuori del cespuglio che m'aveva preso in trappola.
Quella che aveva detto: Poverino!, ed ora esaminava le mie ammaccature e i miei sgraffi, era una giovane signora bionda, che, chinandosi, mi avvolgeva tutto in un profumo di cipria. Ma io guardavo l'altra, la fanciulla per cui ero scappato e caduto e che ora si teneva un po' lontano, ad osservarmi con le palpebre socchiuse e le labbra strette, incrociando le braccia dietro la schiena. Bruni e lunghi capelli le scendevano sulla spalle, pi folti dalla parte dalla quale inclinava il capo, e tra mezzo ad essi la faccia pareva piccola e quasi patita. La personcina, non nascosta pi dal cespuglio, col busto un po' gettato all'indietro, si disegnava sotto la veste rosea, che, allargata in basso a campana, scopriva, pi su del ginocchio, le gambette sottili. Ella rimaneva cos a fissarmi, ed io non riuscivo a capire se mi compiangesse o mi canzonasse.
Oh, povero piccolo! continuava a dir la signora. Dove ti duole? Qui? Qui? e mi sfiorava con dita leggiere, che odoravano anch'esse di cipria. Accennavo di no, col capo, per quanto mi toccasse le carni brucianti, e passandomi il braccio su gli occhi, me li asciugavo furtivamente con la manica. Ad un tratto, si volt verso la bambina: Elodia...
Elodia! Che nome strano! Come diverso da tutti gli altri che sapevo! Come simile a quelli che hanno i personaggi delle fiabe! Elodia! Elodia! Quasi che questa parola l'avesse rischiarata all'improvviso, vedevo la bambina diventarmi amica, e scoprivo nei suoi occhi tanta affettuosa dolcezza, che non temevo pi d'esser canzonato da lei.
Quando arrivammo in tre al prato dei papaveri, zio Luca salt in piedi con una rapidit che mi fece meraviglia e sorrise sempre a ci che gli disse la signora, come se la mia caduta fosse stata una cosa molto allegra.
...
Oramai pareva che la strana bottega dalla stoia di canne non avesse pi una cattiva potenza su zio Luca. Egli, andando al bosco, canticchiava o fischiava per via e, arrivato alla piazza, non badava a schivare i "microcefali", ma, anzi, al loro saluto rispondeva: Addio, carissimo! Buon giorno, amico! con uno scoppio di voce gaia che faceva voltare i passanti. Al ritorno, dopo che avevamo accompagnato Elodia e sua madre fino a casa, egli seguitava il cammino, col capo ciondoloni, sorridente a s stesso, senza motivo; e qualche volta era cos distratto, che ad una mia domanda improvvisa o non diceva nulla o mormorava a sproposito:
Eh, s! Vero... Vero...
Nel bosco, non si sdraiava pi sul prato dei papaveri, ma sedeva a fianco della signora su d'un sedile di pietra. Nei giorni umidi, che non eran radi, in quel principio di autunno, stendeva in lungo, sul sedile, il suo pastrano color tabacco. La bambina ed io andavamo insieme e liberamente, per i viali e per le macchie. La nostra amicizia era fatta di piccole parole, di frasi lievi e di lunghe pause di silenzio, nelle quali ci che ci eravamo detto prima pareva vibrar nel nostro profondo come, nell'aria, il metallo del corista dopo la rapida percossa.
Quand'ella mi aveva domandato il mio nome, quasi m'ero vergognato di quel Mario, che, a confronto d'Elodia, mi pareva insignificante e senza suono; ma poi, sentendolo chiamar da lei, avevo trovato in esso una grazia tenera e me ne compiacevo come d'una carezza.
La signora mutava spesso il colore e la foggia dell'abito. Erano gli anni in cui usavano gonne molto lunghe, che si tiravano su, con la mano sul fianco, un po' per vezzo e un po' per non strascicarle nella polvere e strapparle negl'inciampi. Ci a mia madre dava sempre non so che impaccio; cosicch quando io l'accompagnavo a messa, ella mi affidava il libro delle preghiere, per adoperar meglio in quell'atto la mano libera, mentre mi conduceva con l'altra; la mamma d'Elodia, invece, pareva divertirsi a fare ondeggiare le pieghe della gonna, che rialzava con due dita appena, incurvando il mignolo a forma di cornicino.
Sia che vestisse di bianco o di lilla o di seta cruda, aveva le vesti sempre ricche di spumeggianti merletti, e impregnava l'aria di profumo.
Ma Elodia non mutava mai la vestina color di rosa. Era un rosa un po' smorto, che dava nel viola e somigliava al colore dell'oleandro che fioriva nel mio giardino in fondo al cortile. A poco a poco, quel rosa divenne per me una sua grazia personale: qualche cosa che le apparteneva indissolubilmente, come il colore degli occhi o dei capelli. Non mi meravigliavo, quindi, ch'ella avesse sempre lo stesso abito, mentre sua madre ne mutava quasi uno al giorno; n mi pareva che fosse costretta, per questo, ad una povert umiliante. Anzi, l'unica veste l'arricchiva di tutti i miei doni fantastici, e ne fissava la figura, dentro di me, con linee inalterabili. Se si fosse vestita di un altro colore, mi avrebbe fatto pi meraviglia d'un improvviso sboccio di fiori azzurri sui ramoscelli dell'oleandro, ch'io ricordavo sempre agghindati in rosa.
...
Noi andavamo in cerca di ciclamini; e quelle piccole e schive grazie del bosco, che a me prima si mostravano molto di rado, non avevan timore di lei e si offrivano fiduciosamente ai suoi sguardi. Spesso sedevamo sull'erba e ci scambiavamo qualche confidenza. Elodia era venuta da un paese lontano, dopo un lungo viaggio; e poteva partire da un momento all'altro. Certamente, sarebbe tornata, ma non sapeva quando. Da che aveva memoria, ella e sua madre non si erano mai fermate per molto tempo in un luogo; ma andavano di qua e di l, con partenze improvvise come fughe.
Davvero? domandavo io. Tu non hai casa? Non hai mobili tuoi?
No, no... Non abbiamo che le valige. Per la biancheria e le vesti della mamma...
E tuo padre?
Ma  appunto lui che ci fa scappare! Com'arriva, noi partiamo.
Ci era cos strano ch'io non riuscivo a persuadermi.
Indubbiamente, ella e sua madre avevano un nemico, come l'aveva zio Luca e come l'avrei avuto anch'io nel futuro. Un uomo, che immaginavo simile all'uomo rosso dalla barba a forma di collare, le andava perseguitando da un luogo all'altro. Ma, cosa davvero straordinaria, quel nemico era il padre di Elodia: colui che, invece, avrebbe dovuto difenderla! Qualche volta, mi spaurivo al pensiero ch'egli poteva piombarci addosso all'improvviso, mentre eravamo nel bosco, slanciarsi sulla bambina, agguantarla e fuggirsene, con la povera creatura piangente tra le braccia. Anche se avessi gridato al soccorso, zio Luca e la signora sarebbero arrivati troppo tardi. Altre volte, temevo che la venuta dell'uomo malvagio le mettesse in fuga di sera o di notte, cosicch io, il giorno dopo, sarei andato al bosco ed avrei inutilmente aspettato Elodia, partita senza lasciarmi nemmeno un saluto. Comunque, sentivo come i nostri colloqui, la nostra amicizia, tutto il bene che prendevo dalla cara e piccola compagna e tutta la serena grazia ch'ella pareva spargere intorno, nel bosco, fossero insicuri e fugaci doni che da un'ora all'altra potevano mancare alla mia vita, e ci mi dava una tristezza fino ad allora ignota, che mi turbava ogni gioia.
Quando la mattina, a casa, strappavo dal grosso calendario murale del salotto il foglio del giorno prima, mi domandavo se il nuovo numero mi sarebbe stato amico e guardavo con rimpianto il foglio strappato, senza risolvermi a farne una pallottola, secondo il solito. Spesso insinuavo il dito da sotto, nell'ammasso dei fogli incollati, e facevo una piccola via allo sguardo, per spiare a distanza di mesi ci che dalla faccia di un giorno futuro poteva apparire: vedevo solo il piede delle grosse cifre stampate in rosso sopra la scritta del giorno: luned, marted, sabato... E pensavo che quando quelle cifre sarebbero state interamente scoperte, forse Elodia sarebbe gi partita.
...
Ma un altro nemico sopraggiunse improvviso: il mal tempo. Le piogge autunnali avvolsero la terra in una pesante rete di fili grigi; e i giorni si succedevano oscuri e pigri, costringendomi a stare in casa o per la furia dell'acqua o per la rabbia del vento. Tristi giorni, in cui Rosaria, per chiudere le persiane, aveva bisogno di chi l'aiutasse, e due persone quasi non bastavano a tener ferme le imposte, mentre l'impeto del vento sferzava la faccia e si precipitava nella stanza insieme con la pioggia. Spesso l'acqua entrava da sotto ai telai che non aderivano bene a terra e formava larghe pozze sulla soglia di piperno; allora la vecchia serva, quasi carponi, adoperando uno straccio a modo di spugna, la passava a poco a poco in una conca di rame. Altre volte, alzatasi la gonna sul capo e armatasi di una bacchetta di vimini, saliva sulla terrazza dei tetti, per aprire un passaggio all'acqua nelle gole che s'erano ingorgate.
Io guardavo dai vetri nel giardino, dove la pioggia mossa dal vento pareva ondeggiare come un velo di fumo, tra mezzo al quale vedevo torcersi disperatamente il povero oleandro, che nel mio pensiero si univa all'immagine di Elodia. E quasi che insieme con quell'arboscello si fosse dibattuta, sotto le sferze della pioggia e i morsi delle raffiche, la mia piccola amica dall'esile persona, pregavo tra me e me perch il vento ristasse un poco ed avesse piet di tanta pena in cos debole creatura. In altri autunni, avevo salutato festosamente i primi acquazzoni, pensando alle timide cornine delle chiocciole che, appena spiovuto, sarebbero apparse nel cortile, e alle barchette di carta che avrei fatto portar via dal rapido rigagnolo corrente dinanzi al portone. Allora mi piaceva rimpannucciarmi negli abiti di lana, che, tirati fuori in gran fretta dalle casse, avevano ancora, in qualche tasca, una pallottola di naftalina, e mi divertivo a fiatar sui vetri e tracciar ghirigori col dito su quella specie di patina nebulosa che vi lasciava il mio fiato, mentre pregustavo il sapor zuccherino delle castagne che bollivano sbucciate, insieme con le foglie di lauro.
Ora, finanche la tossetta ribelle ed aspra della nonna Dorotea mi faceva male come un singulto, che rispondesse allo sgomento del mio cuore.
Nei momenti di furia temporalesca, quando il mondo pareva ruinare in mezzo al rapido e continuo serpeggiar delle saette, e la nonna girava per le stanze agitando il campanello miracoloso della Santa Casa di Loreto, mentre dinanzi all'immagine della Madonna le fiammelle delle candele impazzivano in una supplica disperata, mi domandavo se veramente esistesse il buon Dio dell'arcobaleno, che aveva sorriso dall'alto alle colombe di No, o se non, piuttosto, anche in cielo vi fossero iddii spietati e furibondi, nemici d'ogni creatura pacifica e d'ogni cosa gentile. Allora pensavo a Ges come a un dolce, ma debole Dio-fanciullo, smarrito in mezzo agli altri, tanto pi forti di lui.
...
Persino mio padre era tenuto prigioniero dal mal tempo; eppure, zio Luca usciva. Coperto da un gran pastrano impermeabile che, sotto l'ultimo bottone, s'apriva sul davanti delle gambe in due alacce irrequiete e col cappello floscio calcato fin sopra gli occhi, gironzolava prima per tutta la casa, andando da una finestra all'altra e, di tratto in tratto, aprendo le imposte per sentir meglio il rumore della pioggia; poi, con quel brusco movimento della testa che pareva una capata nel vuoto e che significava l'improvviso affermarsi di una risoluzione, correva nella sala d'ingresso, afferrava l'ombrello, e via. E se il babbo o la mamma domandavano: Luca dov'?  uscito?, nonna Dorotea gemeva giungendo le mani: Oh, Signore! Signore!
Io che ero il solo a sapere dov'egli andava e come fosse giusto che andasse, mi raccomandavo tacitamente con lo sguardo perch volesse portare anche me; ma pareva non intendermi, e mi lasciava nella mia pena solitaria e muta, che nessun altro, all'infuori di lui, avrebbe potuto indovinare. Il colpo della porta, ch'egli sbatteva violentemente alle spalle, mi stordiva come una mazzata. Da allora, cominciavo ad aspettarlo. Le ore passavano e si accendevano i lumi, che in quelle sere d'autunno avevano sempre una luce spaurita e ondeggiante. Finalmente, udivo il girar della chiave nella toppa. Egli entrava nella sala d'ingresso, tutto fradicio di pioggia: finanche la faccia era rigata, a volte, da tanti piccoli canaletti, di cui soffiava via le stille che gli scorrevano in bocca. Posava a terra l'ombrello aperto, che restava cos ad ingombrar la sala, poggiando sulla punta delle stecche e piagnucolando malinconicamente sull'ammattonato; ma non rispondeva all'ansiosa interrogazione dei miei occhi e si stirava con tutte e due le mani le falde del cappello. N io avevo animo di domandargli come stesse Elodia e perch non mi mandasse nemmeno un saluto.
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Il sole torn, pallido, quasi malaticcio, ma pure benevolo come lo sguardo di un vecchio amico. I fili d'erba del cortile che, immollandosi, avevan piegato il capo, ora pian piano lo rialzavano. Zio Luca mi disse:
Se vuoi uscire con me, preprati.
Ci significava ch'io, tra poco, avrei rivisto Elodia. Era un giorno freddo, e m'avevano imbacuccato nel cappotto alla marinara, facendomi calzar guanti pelosi che m'impacciavano le dita. Zio Luca mi tirava dietro a s, in tutte le pozzanghere. Ma io ero felice e mi divertivo a guardar le perline che scorrevano senza cadere lungo i fili del telegrafo. Avevo la certezza che, al bosco, al Porto o altrove, l'incontro atteso non poteva mancare. Infatti, andammo proprio a prendere lei, e aspettammo gi, dinanzi al portone di casa sua, che scendesse insieme con la madre. Aveva sempre la vestina rosa e tossiva un poco.
Come uscimmo dal portone, il vento freddo d'autunno ci prese in un turbine di foglie secche, che s'impigliavano nei capelli della mia piccola amica. Io camminavo in silenzio accanto a lei, che pareva portata dalla vela della sua vestina e dalla farfalla della sciarpa che la madre le aveva avvoltolata al collo. Pur andando piano, dovevamo fermarci, di tratto in tratto, per aspettar zio Luca e la signora, che si infervoravano con la voce e coi gesti in un continuo discorso, come due persone che non si trovino d'accordo e vogliano persuadersi a vicenda. La mamma di Elodia batteva a terra la punta dell'ombrellino, zio Luca stendeva una mano nell'aria, quasi per impedirle di andare innanzi o all'improvviso faceva un passo indietro e si fermava allargando le braccia. Ogni tanto, una ventata, perduta la pazienza, li investiva con uno spintone, e la signora si riparava la pettinatura, zio Luca cercava di tener quiete le alacce del cappotto. Quando, finalmente, ci raggiungevano, ammutolivano d'un tratto, ma pareva che la loro fronte meditasse le altre parole d'aggiungere al discorso. Allora noi due riprendevamo a camminare, d'accordo sempre nel passo e nel silenzio. Ad un certo punto, essi mutarono contegno. La signora mostrava di non aver pi nulla da dire e non prestar pi attenzione che ai propri stivalini, presi da una subitanea sveltezza; mentre zio Luca, da parte sua, le continuava a parlare storcendo il capo e camminando di fianco. Or io sentivo che il tono della sua voce s'era fatto supplice, quasi lamentoso, come quello dei mendicanti che insistono nella richiesta dell'elemosina. Egli non era pi il sorridente marinaio, n il misterioso uomo afflitto che mi s'era rivelato nella barca, n il fuggitivo, ma taciturno sprezzator dei "microcefali", e non tornava ad essere nemmeno il bambino mal cresciuto che si dilettava a passar la vernice sui letti di ferro. Di tutte le sue trasformazioni questa era la pi strana ed anche la pi spiacevole.
Per lo sguardo lagrimoso e l'atteggiamento umile di tutta la faccia, per la voce che col suo lagno voleva muovere a piet, per la camminatura curva e di scancio con la quale si trascinava, mi pareva che fosse sul punto di levarsi il cappello e tenderlo alla signora che, infastidita e sprezzante, si sollevava lo strascico della gonna con un gesto, non birichino come al solito, ma superbamente maestoso. Mi veniva al pensiero l'accattone dall'abito in brandelli e dal capo coperto di croste che entrava nel cortile di casa e si percoteva con le sue stesse mani la faccia. E quasi m'aspettavo che la mamma d'Elodia si risolvesse ad aprir la borsa e a liberarsi cos del questuante ostinato. Invece ella, d'un tratto, afferr bruscamente la figlia e la strapp dal mio fianco. Mi fermai sbalordito, in mezzo alla via; e urtato da zio Luca, che camminava alla cieca, per poco non caddi a terra. Eravamo in una piazza, ornata di robinie, in vicinanza del Porto. Tutto all'intorno si aprivano le case della povera gente, ognuna di una stanza e di un piano solo. In quel pomeriggio, a pie' d'un albero, un gruppo di monelli rideva e vociava, guardando in alto, dove una grossa scimmia, legata ad un ramo con una lunga catena, si grattava furiosamente sulla natica, e spenzolandosi, ammiccava ai monelli tra mezzo ad orribili smorfie.
Pi in l, sotto le stanghe d'una vettura, un cavallo mangiava con la testa in un sacco. La signora sal nella vettura tirandosi dietro Elodia. Il vetturino stacc il sacco dal muso della bestia e, montato in serpa, fece schioccar la frusta. Zio Luca rest immobile, con le braccia allargate, fino a che il rumore delle ruote si perse lontano. Poi chin il mento sul petto. Il vento turbinava sempre le foglie secche; ed io avevo voglia di piangere. Mi pareva che le porte delle case che circondavano la piazza s'aprissero come enormi bocche a gridarmi parole di scherno. E avevo il presentimento che non avrei pi visto Elodia, strappatami dalla madre.
Guardai zio Luca e m'accorsi, stupefatto, che nei suoi occhi s'era gi affacciata una lacrima. Allora mi strinsi a lui e gli presi la mano.
Cos, adagio e svogliati, c'incamminammo in ritorno pi triste di quello che facemmo dal Porto, mentre nel cielo si mostrava una striscia di rosa, larga quanto la vestina d'Elodia, e nel fondo della piazza, tra gli urli dei monelli, la scimmia si dondolava dall'albero di robinia, attaccandosi ad un ramo con la coda.
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Capitolo 5.
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Amis e Amile.
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Non ricordo quando e come Amis e Amile cominciarono a sorridere nella mia vita fantastica. Credo, ma posso ingannarmi, che la prima volta mi apparvero in una vignetta: forse vidi, in qualche libro o in qualche rivista, una tavola colorata, che suppongo riproducesse la scena d'un ballo: forse, tra mezzo ad altri personaggi, di cui non trovo traccia nella memoria, Amis e Amile dovevano essere raffigurati fanciulli, e ciascuno con la coppa d'oro in mano. Ma di tutto ci sono assai dubbioso, come d'un sogno; e pu darsi benissimo che quei due fanciulli io non li abbia veduti in nessun posto e me li sia soltanto immaginati. Certo  che la loro poetica leggenda me la raccont mio padre, per quanto  assai probabile che dovetti dargliene io stesso l'occasione con una domanda.
La voce del babbo, sempre un po' grave, ma musicale e serena, si ridesta ora dentro di me e mi riporta dalla lontananza degli anni, pi che le parole di quel racconto, il loro accento e il loro spirito: uno spirito cos semplicemente gentile, che anche allora potetti intenderlo, e cogliere, perci, la delicata grazia dell'antico poemetto francese.
In due diverse contrade, nascono due bambini; sono tutt'e due belli, buoni e d'alto lignaggio. Ciascuno dei due padri, senza che sappia dell'altro, fa pensiero di portare a Roma il proprio figliuolo, perch abbia il battesimo dal Papa in persona. E tutt'e due partono nello stesso tempo, ciascuno dal proprio paese, quando i loro bambini sono nell'et di tre anni. La sorte vuole ch'essi a Roma capitino nello stesso albergo:  gi scritto in Cielo che quei due nuovi cuori debbano essere fratelli d'amicizia. Infatti, come un bambino vede l'altro, apre le braccia e gli va incontro: nell'abbraccio le loro bocche s'uniscono, i loro riccioli si confondono e i loro destini si sposano. Il Papa benedice in Terra ci che Dio ha gi benedetto in Cielo; e, imponendo le mani sulle due testoline che si toccano, li battezza con i nomi di Amis e Amile, che significano entrambi amicizia. Poi dona a ciascuno una coppa d'oro.
Come si somigliano i due fanciullini, cos sono eguali le due coppe. Benedette anch'esse dal Papa, hanno un potere straordinario: sempre che l'uno accoster le labbra a quella ch' sua, sentir ravvivarsi e rinforzarsi ad ogni sorso l'amore per l'altro.
Cos avviene; e Amis Amile non si trovano mai soli nella gioia o nel dolore. Anche quando sono separati dalla sventura, e non possono unirsi con la mano, si uniscono con i pensieri, che vincono tutte le distanze. Se Amis vuol rivedere il volto d'Amile, o Amile quello d'Amis, basta che ciascuno guardi in fondo alla sua coppa con gli occhi dell'affettuoso desiderio: l'amico gli apparir. Ed essi vi guardano nei giorni buoni e nei cattivi, quando i loro occhi sono sfavillanti di sorriso o velati di lacrime.
Pi fortunato  Amile, mentre Amis va povero e ramingo; ma chi ha la fede di un altro cuore fraterno non  mai miserabile, ed egli si presenta alla casa del compagno, dov' accolto e curato da un terribile male che l'aveva messo in punto di morte. Cos guarisce dalla lebbra e vince la sfortuna. Di nuovo uniti, Amis e Amile vivono anni felici. Poi le trombe della guerra li chiamano dalla pace del loro castello. Il Papa  in pericolo; il Papa li ha benedetti e per il Papa essi debbono combattere. Un gran re (Carlo Magno) prende le difese del Papa, e da lui Amis e Amile ricevono le armi. Poich sono nobili e valorosi, hanno il comando di cinquecento cavalieri.
La battaglia  lunga e terribile. Essi spingono i loro cavalli dove pi aspramente si combatte, e ora sono vicini, ora lontani, portati qua e l dall'ondeggiar della lotta sanguinosa. Tra mezzo al fragor delle armi che si cozzano, allo scalpito delle bestie che galoppano e s'impennano e alle grida degli uomini che s'attaccano, s'azzuffano e si scavalcano, Amis e Amile si chiamano a vicenda, e fanno udire i loro nomi da un estremo all'altro del campo, come squilli d'amore pi alti dello strepito guerresco, fino a che anch'essi cadono e tacciono per sempre.
Dopo la vittoria si cerca di loro, per ordine del gran re, che vuole onorarli con solenni funerali. I cercatori rivoltano i morti che giacciono proni e tergono la faccia a quegli altri che la nascondono sotto grumi di sangue, o, guardando le armature, passano oltre. Alla fine scorgono due tombe. Uniti per l'eternit, Amis e Amile riposano in quelle due tombe, sorte prodigiosamente e messe l'una accanto all'altra come i letti di due buoni fratelli.
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Questo racconto mi fece scoprire in me il cuore di Amis: un cuore che, forse, m'era gi nato e fiorito attraverso i dubbii, le apprensioni e le paure della mia infanzia un po' troppo solitaria e lontana dalle altre vite infantili, ed ora si rivelava in un bisogno di devozione, di tenerezza, di fiducia per una creatura che mi fosse pari negli anni e che, nonostante, potesse sorreggermi. Sospiravo, cos, per la mancanza e, insieme, per l'attesa d'Amile. Elodia era improvvisamente sparita; ma se pure mi fosse stata vicina, non avrebbe potuto prendere il posto di lui.
Dov'era Amile? Non certo tra quei pochi bambini che conoscevo. A qualcuno m'ero accostato sorridente, chiedendogli amicizia con gli occhi e ne avevo avuto una tacita ma immediata repulsa, in una mossa o in un gesto che m'aveva spento il sorriso. Se mi fossi incontrato con Amile, egli mi avrebbe riconosciuto a prima vista, e saremmo corsi l'uno nelle braccia dell'altro, come i due piccoli nell'albergo di Roma. Dov'era, dunque? Che faceva solo e lontano? Sospirava anche lui in attesa di Amis? Qualche volta disperavo che non ci saremmo mai incontrati: forse eravamo ciascuno in un punto opposto del mondo, e ognuno di noi sarebbe morto, struggendosi nel vano desiderio di trovar l'altro. Ma pi spesso pensavo a quell'incontro come ad un avvenimento sicuro, sebbene non precisabile nel tempo e nel luogo, tra un anno, tra due, tra quattro; ma, comunque, prima che diventassi un uomo, ("grande", senza Amile, non sarei potuto diventare), in una festa, in una passeggiata solitaria, a bordo di una di quelle navi che avevo viste nel Porto, insieme con zio Luca, o in un paese lontano, dove si parlasse una lingua straniera. Cos, l'incontro m'appariva alla fantasia in visioni diverse e staccate come altrettanti quadri, ma le figure principali eran sempre le stesse, e sempre in un medesimo atteggiamento: due fanciulli che andavano l'uno verso l'altro con le braccia aperte. Amile forse mi somigliava nei tratti (il suo volto era un po' vago come quello d'un abbozzo), sebbene bruno e pi robusto di me. Eravamo perfettamente eguali nella statura, ed anche nell'abito: l'armatura dei due cavalieri combattenti in difesa del Papa era diventata qualche cosa di simile alla divisa che portano gli allievi dei collegi militari. Credo che in questo costante particolare del mio quadro fantastico ci fosse pi che l'ammirazione puerile per l'uniforme, il proposito di significare con essa, a noi e agli altri, un'identit di cuore e di vita e il sentimento che ogni nostra volontaria diversit personale, sia pur nella foggia o nel colore della veste, avrebbe tradito una cos perfetta fratellanza. L'idea del militare, del guerresco, non era solo nell'abito di cui vestivo me ed Amile: quando sentivo il rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe, e, correndo al balcone, vedevo passare i soldati che facevano rintronar la terra con la cadenza della loro marcia, o quando m'imbattevo in una compagnia di lancieri che avevano l'alloggio sulla strada per cui s'andava al bosco e che attraversavano spesso il paese, con un lento, ma solenne incedere; allora il pensiero d'Amile mi prendeva pi forte, quasi in un desiderio insofferente d'attesa, come se l'aria risuonante di note marziali o di passi cadenzati o dello scalpito che i cavalli facevano sulle lastre di lava, animasse dentro di me, in pi ampio palpito, il cuore d'Amis, che non voleva pi essere solo. Ci avveniva, forse, perch quell'unione, quella fratellanza sospirata mi appariva una specie di milizia. Io, naturalmente timido, pacifico, debole, sognavo la lotta e la guerra, ma a patto che Amile mi si tenesse al fianco. Poich i nemici erano in agguato nel fondo del futuro, bisognava o vincerli o soccombere, vittima loro come zio Luca. Solo, avevo paura anche della loro ombra; in compagnia di Amile, li avrei sfidati a battaglia.
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Un giorno che accompagnavo Rosaria, uscita per la spesa, incontrammo per istrada una vecchia signora, tutta tremolante, che camminava rasente ai muri, appoggiandosi ad un ombrello.
Donna Giuditta! disse Rosaria. Come state? Non mi riconoscete pi?
Eh, eh! fece quella, guardandoci Sicuro che vi riconosco... Sicuro... sicuro e muoveva continuamente la testa a dir di s, sempre di s. Aveva un cappello di paglia nera, con due nastri che s'univano, sotto la gola, in un gran fiocco a forma di farfalla.
Dorotea sta bene? E Giovanna? Come sta Giovanna?
Tutti bene. Questo  il suo bambino.
Oh, caro! e con la mano incerta mi sfior il berretto Quanti figlioli ha Giovanna?...
Uno solo, donna Giuditta.
Ah, solo questo! e mi guardava, continuando a far cenno di s. Un bel ragazzo... ma abbiategli cura, per amor di Dio! Ho perduto un nipote di undici anni per un bicchiere d'acqua fredda che bevve dopo una sudata! E questo qui mi pare troppo gentile, un poco cagionevole... Che avesse i vermi?
No, sta bene; ma  di costituzione delicata. Venne al mondo insieme con un altro. Voi sapete, i gemelli non sono mai molto forti.
Trasalii, e mi feci attento. Sentivo questo per la prima volta.
Come? Come? domand la vecchia Erano due gemelli? E l'altro  angelo del Signore?
S, rispose Rosaria l'altro non visse nemmeno un giorno.
Eh, eh! O prima o dopo, per lo pi uno dei gemelli deve morire. Addio, piccolo! Mantieniti sano. E riprese a camminare, tutta tremolante e ingobbita.
Rosaria diss'io piano, vincendo il tremito della voce  proprio vero?
Che cosa? Che hai? e mi parve spaventata.
Perch nessuno m'ha detto niente? Perch? Lo voglio sapere...
Benedetti ragazzi! Stanno sempre con l'orecchio teso! sospir Rosaria. Ebbene, non bisogna che tu domandi alla mamma... Il fratellino venne prima, tu dopo; tutt'e due nello stesso giorno. Quando tu nascesti, egli era gi morto. Questa  tutta la storia. Ora che la sai, non ne parlare con nessuno.
Come si chiamava? domandai.
Ma non fu battezzato! Visse cos poco...
Ah! pensavo io Egli era Amile.
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Cos, bruscamente, per istrada, la mia fantasia ebbe una scossa, dalla quale per molti anni non si rimise pi. I quadri dell'incontro, le visioni dei due fanciulli che si tendevano le braccia scomparvero d'un tratto: Amile non era pi nel futuro; non pi una speranza, un desiderio, un'attesa di gioia, ma un rimpianto ed un lutto. La sorte ci aveva uniti in quella patria di cielo dove i bambini non nati ancora forse volano leggieri come forma d'aria e cantano dolci canzoni senza parole, in attesa di scendere sulla terra, nella casa dei ricchi e dei poveri, dove, forse, non verrebbero mai se una madre non li chiamasse; insieme avevamo fatto il viaggio fino alle soglie della vita e su quelle soglie, precedendomi, egli era caduto. Come della patria di cielo, cos del compagno fratello, la mia mente non aveva memoria, ma il mio cuore se ne ricordava. Se n'era ricordato sempre, attraverso le malinconie, i timori, i dubbii, i sospiri, che io avevo creduti ansia d'attesa per un amico a venire, ed invece erano rimpianto per un fratello morto. Ma se Rosaria non avesse parlato, io non avrei capito il mio cuore. Ed avrei continuato a tradire inconsapevolmente la fedelt del mio lutto col desiderio vano d'un compagno che non potevo trovare. La sorte aveva legato Amis e Amile della leggenda meno di noi due che aveva fatti gemelli; poi, d'un colpo, mettendoci al mondo, ci aveva strappati l'uno dall'altro. I buoni amici della coppa d'oro vincevano la distanza cercandosi ed unendosi coi pensieri; ma i pensieri miei per cercare e ritrovare il gemello morto dovevano superare una distanza che non era di questa terra, e nella quale essi si sperdevano tra ombre paurose. Ora sapevo perch ero debole, timido, vinto gi dai nemici prima di combattere; dal giorno della mia nascita ero un povero sopravvissuto, un'anima superstite, una vita monca, una met che da sola  misera come un resto. I gemelli son fatti cos che in due formano una creatura perfetta; chi di loro sopravvive  un cuore mancante, che non pu sanarsi, perch non pu congiungersi con nessun altro.
Tutto questo sentivo sicuramente, ma non l'avrei saputo significare.
Com'era morto Amile? A volte tornavo indietro con la fantasia e mi ritrovavo con lui nel giorno terribile della strage comandata da Erode. Egli era tenuto in braccio da nonna Dorotea, com'io da Rosaria. Ci tendevamo le mani, ci guardavamo storcendo il collo. Poi, dopo la fuga affannosa per le cento e cento viuzze, fummo divisi dal furor della mischia. Egli cadde lontano da me, e, calpestato dagli zoccoli dei cavalli, rest ucciso su quel tragico campo, confuso, forse, in un mucchio d'altri bambini caduti. Invano nonna Dorotea e Rosaria lo cercarono per ore ed ore, strisciando qua e l, quasi carponi, sull'ampia spiazzata della strage.
Non trovarono se non me solo, e forse avrebbero fatto meglio a lasciarmi tra i morti, perch, morto anch'io, tutt'e due potessimo unire le nostre tombe, come Amis e Amile dalle coppe di oro, dopo la battaglia contro i nemici del Papa.
Qualche volta pensavo ch'egli fosse ancora vivo: forse nel giorno della nascita era stato rapito per sortilegio ed ora stava prigioniero in un solitario castello, dalle porte murate, donde, improvvisamente, sarebbe uscito per tornare al mio fianco. Ma questa immaginazione non diventava mai speranza: essa era incerta e resisteva poco, come un occhiolino bianco in una carta che, bruciandosi, s'annerisca.
Avevo domandato a Rosaria:
Dove lo portarono? Ora dov'?
E Rosaria mi aveva riposto:
Lo mettemmo in una cassettina piccola come una scatoletta di bambola e gli facemmo un lettuccio di ovatta. Ma non avemmo tempo di occuparci troppo di lui, perch subito arrivasti tu, che strillavi per dieci, e noi tutti ti corremmo attorno... Dove vuoi che lo portassero? Al paese dei morti, al Camposanto... Non bisogna affliggersi! Egli sta meglio di noi.  un angelo di Dio.
Ma io non potevo credere che Amile fosse diventato un angelo, e, veramente, quest'idea non mi piaceva nemmeno. L'angelo  una creatura celeste, troppo aerea, troppo diversa da quelle di quaggi: Amile, cos trasformato, perdeva ogni parentela con me e diventava una forma vaga, senza profilo, come una nube diafana. Io avevo bisogno di raffigurarmelo in veste umana, tale da somigliarmi nel viso e nella persona, come due gemelli si somigliano, sia pure fantasma, ma caro fantasma dall'aspetto vagheggiato e che, nell'al di l, continuasse a crescere in modo da pareggiar sempre la mia statura.
Nello stesso tempo, m'apparivano le immagini della nostra duplice vita, quale sarebbe stata se egli non fosse morto. Il mio rimpianto animava continue visioni, che mi tenevano lontano ed assente da ci che m'era d'intorno. Spesso la mamma o qualcun altro dei miei mi domandava, allora, a che cosa pensassi; e quelle voci mi facevano trasalire. In quei momenti avevo fastidio d'esser guardato in faccia. Ci avveniva specialmente alla fine del desinare, cos che io, per schivar le domande e gli sguardi, poggiavo il capo sulla tavola, fingendo d'addormentarmi.
Nel chiuso di me si svolgeva, allora, la vita che sarebbe stata, dal buio del principio fino al buio d'un avvenire molto lontano, in cui le figure si sperdevano; e le mie immagini erano come le vignette d'un romanzo, che del racconto illustrano solo i punti di maggior risalto: Amile ed io, sorridenti in braccio alla mamma, l'uno a destra, l'altro a sinistra; noi due che camminavamo, tenuti con le guide da una persona sola (Rosaria o nonna Dorotea), come una pariglia di cavallini minuscoli; noi due che chinavamo la testa sullo stesso sillabario, l dove il dito del babbo ci faceva da segno, sottolineando la parola; noi due che, vestiti di bianco, con i ciuffi dei capelli sfuggenti da sotto al berrettino di maglia giallo canario, andavamo a messa tenendoci per mano, tra la mamma e la nonna; noi due che, la sera, nella nostra camera, dopo che la mamma era venuta a rincalzarci le coperte e a baciarci in fronte, ci chiamavamo dai lettini messi l'uno accanto all'altro, a bassa voce nello scuro: Amis! Amile! Amile! Amis!, fino a che il sonno ci scendeva dolce sulle palpebre, e ci univa pure nei sogni. Anche le cose care, ma dispaiate, si duplicavano: la forchettina e il bicchiere d'argento, un po' ammaccato all'orlo (esso si mutava nelle due coppe sacre), l'anello d'avorio per il tovagliolo, la medaglia della Madonna di Pompei da portarsi come uno scapolare; e quanti altri oggetti avevano un significato di ricordo, un'anima di grazia o una luce di bellezza.
In quelle visioni, Amile appariva pi di me vivace nello aspetto, sciolto nei modi, fermo nel portamento. L'immaginavo, cos, quale sarei voluto essere e purtroppo non ero; e il mio desiderio di forza, di coraggio, di allegra vivacit si soddisfaceva in lui, ch'era un secondo me stesso, ma coi capelli e gli occhi scuri, come a mostrare una vita pi maschia.
Per ci, in altre visioni, noi andavamo insieme per istrada, ed egli scacciava un cane ringhioso o faceva zittire un monello schernitore; scendevamo insieme in giardino, ed arrivava saltando ai frutti pi alti, che coglieva e spartiva con me; o ci trovavamo tutt'e due in luoghi solitarii, ed io mi stringevo a lui; in mezzo a una tempesta di folgori, e chiudevo gli occhi sul suo petto.
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Fino ad allora avevo sempre salutato con festoso spirito il giorno anniversario della mia nascita, il ventiquattro di marzo. Esso mi rallegrava soprattutto per quell'aria di tenero vezzeggiamento, di carezzevole amore, nella quale m'avvolgevano famiglia ed estranei, come in uno spiro di vita pi affettuosa e gentile, che si rivelava perfino nel tono di voce con cui mi si dicevano le cose anche pi indifferenti ed ordinarie. Tanto mi piaceva che, la sera, mi accoravo per la prossima fine di quella beatitudine; e la mamma soleva consolarmi col ripetere che "ogni festa dura otto giorni".
Ma il mio primo compleanno, dopo ch'ebbi saputo la morte di Amile, arriv disperatamente triste. Svegliandomi, vidi mia madre che si chinava su di me e mi sorrideva. Rosaria aveva dischiuso gli scuretti, e nella camera entrava il sole della mattina. Baci, augurii, sorrisi di festa e raggi di sole non dissiparono, tuttavia, la pena che stava nel mio profondo.
Guarda qui! disse la mamma.
Seduto in mezzo al letto, guardai a' piedi. Avevano disteso sul drappo un abito di velluto turchino dai luccicanti bottoni.
Guarda! Guarda! ripeteva Rosaria; ed era venuto anche il babbo a vedere che viso facessi.
L'abito somigliava molto a quella specie di uniforme che indossavano Amis e Amile nei miei quadri fantastici, quando Amile non era il gemello morto.
Che hai? Non dici nulla? Non ti piace? si meravigliavano all'intorno.
Io pensavo tra me e me: Uno solo, uno solo!..., e mi mancava l'animo per fingere la gioia. Mi provai malvolentieri quell'abito, senza nemmeno mirarmi nello specchio dell'armadio.
Che cos'era Amis, privo d'Amile? E perch si festeggiava il compleanno d'Amis, se, in quello stesso giorno, Amile era morto? Tutto mi pareva scuro, malinconico, desolato, perfino il cielo e il giardino, non come quando annotta o s'annuvola, ma come quando dal Vesuvio in eruzione, sui nostri paesi, di solito soleggiati e gai, si alzano e si stendono cortine di cenere, attraverso cui la luce del giorno si fa fredda e grigia, mettendo nelle cose e nei cuori un lugubre senso di angoscia.
Nessuno dei miei pensava che quel compleanno fosse anche un anniversario di morte. La mamma pareva non ricordarsi pi del suo figliuolo, che in quel giorno avevano portato al Camposanto.
Se fossi stato io il morto e Amile il gemello vivente, ecco che mia madre, tutta lieta nel festeggiar l'altro, non avrebbe avuto un pensiero per me, nemmeno nella ricorrenza funebre!
La sera andai presto a coricarmi, ma non potei prender sonno. Che faceva Amile? Dove si trovava? Nella cassettina piccola come una scatola di bambola, sopra un lettuccio d'ovatta; ma la cassa era sepolta nella terra nericcia del Camposanto, e forse quella terra entrava per le fessure del legno marcito e riempiva la bocca di lui. Dal balcone della mia camera si vedeva lontano un gruppo di cipressi, gli alberi che ebbero da Dio l'ufficio pietoso e triste di vegliare il paese dei morti. Laggi stava Amile.
Non resistetti pi al desiderio di guardare verso quella parte, prima d'addormentarmi. Scesi dal letto e corsi al balcone, che apersi a fatica.
Ecco i cipressi, radi e diritti sotto un piccolo sciame di stelle tremolanti.
La notte era fredda, e i miei piedi nudi rabbrividivano sul piperno umido.
Amile, pensavo io, muovendo le labbra come per accennar le parole tu non sei, forse, nella piccola scatola; come Amile della coppa d'oro, hai tu pure un castello, forse dietro quegli alberi scuri, ma esso  silenzioso e invisibile agli uomini. Amis del racconto battette alle porte dell'amico: malato e povero, ebbe amorevole accoglienza. Forse anch'io un giorno chiamer il tuo nome dinanzi alla tua casa. Sii buono con me; accoglimi nella tua dimora invisibile, quando ti chieder d'entrarci. Sappi che ti sono e rimarr fedele.
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Capitolo 6.
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La Compagnia del gallo.
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Avevo dieci anni, quando mio padre m'iscrisse al primo corso del ginnasio privato, ch'era l'unico del paese. Bench la scuola non fosse molto distante da casa nostra, all'andata e all'uscita mi accompagnava Rosaria.
Il primo giorno arrivai alle dieci, quando gli scolari eran gi tutti nelle classi e le lezioni erano cominciate da un'ora. Avevo un biglietto del babbo per il preside, che si chiamava Macedonio Lamarra, ed era anche il proprietario dell'Istituto, a cui aveva dato il suo nome. Mi fecero aspettare in un corridoio freddo e semibuio, dove, appena Rosaria mi lasci, sentii prendermi dallo scoramento della solitudine. Le iscrizioni a matita, sui muri scalcinati ed umidi, le quali segnavano evviva ed abbasso a nomi ignoti, e parole che avevo udite gridare qualche volta, dalla via, ma non avevo viste mai prima d'allora tracciate in lettere, mi parvero un beffardo coro di monelli sudici, che mi circondassero in girotondo e m'imponessero, con le minacce, di prender parte al baccano. Finalmente venne il preside. Era un uomo piccolo e calvo, dal colorito giallo cartapecora, in un soprabito con lunghe falde e di color sanguigno.
Bene, bene... Tu sei il figlio di... coso. Bene, bene! Andiamo in classe.
Com'egli apparve, tutti gli scolari s'alzarono in piedi, nei banchi, con un gran rumore di tavolette smosse; dalla cattedra scese un prete, inseguito dalle lugubri ali della sua sottana, e scambi, sulla porta, qualche parola con l'altro.
Io guardavo quelli che dovevano essere i miei compagni. Fino ad allora, avevo studiato, solitario e tranquillo, alla scuola paterna; e perci cos gran numero di ragazzi, all'incirca una trentina, mi rendeva curioso, ma anche un po' timido. Rimasti in piedi, parlottavano tra loro o continuavano a far muovere le tavolette dei banchi, che gemevano nei cardini: qualcuno scalpitava come un cavallo fermo e impaziente. Quando l'uomo dal soprabito and via, il prete risal in cattedra, accennandomi un posto vuoto in un banco di prima fila. Poi, accostando un occhio solo al registro, si mise a scriver piano piano, come se dipingesse.
Io, che m'ero messo a sedere, non sapendo che farne del mio berretto alla marinara, me lo giravo tra le mani. Il mio vicino di banco me lo prese garbatamente, cos che credetti volesse levarmi d'impiccio, ma subito m'accorsi che lo consegnava al compagno di dietro. Non avendo l'audacia di voltarmi per seguire le peripezie del mio copricapo, cercavo di rendermi conto del suo viaggio dalle risatine represse e dalle parole a mezza voce che nascevano ora a un punto ora all'altro della classe, dai banchi dei lati estremi e di prima fila a quelli del fondo, e indicavano le varie stazioni, per cui il berretto passava di mano in mano, senza fermarsi, come nel gioco della "cena cinese". Ad un tratto lo vidi volare in alto, verso il soffitto, e poi ricadere a terra, a pie' della lavagna, dove si pos, voltandosi verso di me dalla parte del nastro, su cui era la scritta: R. N. Duilio. Il prete aveva alzata la testa dal registro, quando gi la parabola del volo s'era quasi compiuta. Segu un silenzio profondo, in cui mi sentii violentemente arrossire.
Buonacossa disse il professore, guardando in aria. E poich io, non credendomi chiamato, non davo segno d'aver inteso, ripetette pi forte:
Buonacossa, alzatevi!
Allora, con mia gran meraviglia, dal fondo della classe fece eco una voce sgradevole, a me gi nota:
Buona coscia, alzatevi! Siete sordo, Buona coscia?
Qua e l, una specie di gorgoglo, come quello di un gargarismo, tradiva gli sforzi disperati di qualcuno per soffocare il riso. Il professore scatt in piedi, puntando. i pugni sulla cattedra, e protendendo il busto. Tutta la pelle della faccia, e specialmente sotto gli orecchi, gli si era coperta di quelle chiazze violacee che io vedevo apparire sul molliccio sacco del polpo, quando Rosaria, per liberarsi le mani dai tentacoli, lo sbatteva sul marmo della cucina.
Fuori, Simoni! Subito fuori!
Un ragazzo si precipit dall'ultima fila di banchi, e venne avanti con tanto fracasso, che si sarebbe potuto credere all'uscita violenta dell'intera scolaresca. Passandomi dinanzi, storse la faccia dalla mia parte, e mi fece una smorfia. Allora vidi su d'un corpo mingherlino la testa dell'uomo rosso, a cui solo mancava la barba. Egli finse non accorgersi del mio berretto, e lo schiacci con un piede.
...
Oramai eran passati tre anni da che, andando al bosco con zio Luca, m'ero imbattuto in quell'uomo dallo sguardo insopportabile; e da allora, sebbene non l'avessi rivisto che in rari e brevi incontri, non avevo mai potuto dimenticarlo. Forse l'impressione viva e sgradevole s'era rafforzata in me dal giorno ch'egli era venuto a casa nostra, e noi tutti, perfino il babbo, eravamo stati costretti a presentarci dinanzi a lui con un braccio nudo, sfilato dalla camicia, sul quale egli s'era divertito a incidere una rete di sgraffii con la punta d'una sua penna. Allora, mentr'io, col mento sulla spalla, mi guardavo le goccioline di sangue che mi arrossivano gli sgraffii brucianti, egli mi aveva gettato in faccia il fragore aspro della sua risata.
Ora ecco che lo ritrovavo, stranamente impicciolito nel corpo, e con i calzoncini corti. Aveva pur sempre la stessa testa dai capelli rossi, gli stessi occhi che, attraverso le lenti, parevano proiettare tanti puntolini rossicci, la stessa voce che straziava i nervi come lo strider del gesso sulla lavagna. Non potevo fuggirlo, ora che diventava mio compagno di scuola.
Il nuovo ingiunse il professore vada a mettere il berretto all'attaccapanni e torni subito a posto.
In alto, a capo della cattedra, stavano attaccati al muro i ritratti del Re e della Regina. Il Re aveva uno sguardo un po' vago ed annoiato, come chi  costretto ad esser presente anche dove non vorrebbe; e, certo, non dava ascolto alla voce monotona del prete, che metteva un'irresistibile voglia di socchiuder le palpebre. Ma la Regina sorrideva benevolmente agli alunni, sopra la testa del professore; anzi, a guardar bene, pareva che sorridesse proprio a me.
In quella classe, piuttosto oscura e malinconica, dove anche il sole entrava con un raggio sbadigliante e polveroso, ella era l'unico volto amico, e mi faceva pensare a mia madre, che si mostrasse per incoraggiarmi e tenermi compagnia.
Il professore poteva pure diventar pavonazzo, gonfiarsi, gridare, battere il pugno sulla cattedra; ella avrebbe continuato a sorridere, per dirmi silenziosamente:
Bambino, ti voglio bene.
Ci mi confortava un poco nello smarrimento in cui m'aveva fatto cadere la vista del piccolo uomo rosso.
...
Durante la mezz'ora di ricreazione, egli era rientrato in classe con un'aria spavalda, e, seduto sulla tavola della cattedra, dimenava le gambe e batteva le calcagna contro lo schermo di legno del davanti, mentre lavorava coi denti intorno a una grossa frittata messa in mezzo al pane. Ad un tratto si tolse dalla tasca del giubbetto una penna di gallo e l'agit nell'aria, con tutto il braccio spiegato e col fervore di chi sventoli un vessillo sul capo d'una moltitudine.
Quattro o cinque ragazzi accorsero, gridando, intorno a lui.
Lo scolaro ch'era mio vicino di banco, e che mi aveva fatto il cattivo scherzo del berretto, mi sussurr, additandomi quel gruppo:
Ecco la compagnia del Gallo!
Ah! E che cos'? risposi, vagamente inquieto.
Una compagnia... com'una setta. Per appartenervi, bisogna mostrare di non aver paura n dei professori n del preside. Simone Simoni  il capo.
Simone Simoni?
S, il figlio del dottore Simoni; quello che ha una barba rossa... cos... e spieg il "cos" con un cenno della mano sotto il mento. Ma io non avevo bisogno di quel cenno per immaginarmi la forma di quella barba.
E tu sei de' loro? domandai.
Ah, no; non m'hanno voluto. Io non temo Lamarra o il prete, ma ho paura del professore di matematica.
A questo punto, Simone fece una strizzatina d'occhi agli altri della Compagnia, e cominci a beffeggiarmi, seguito dal corso di tutti gli affiliati:
Buona coscia! Buona coscia!
Mi sforzai di sorridere, ma sentivo venirmi le lacrime, e chinai la testa sulle pere che avevo messe fuori, sul banco.
L'altro continuava ad istruirmi:
 inutile. Ti chiameranno sempre cos. Sarai sempre "Buona coscia", come io sar sempre il "sergente".
Il sergente? gli domandai E perch?
Il ragazzo si strinse nelle spalle quasi a significare:  un nome come un altro. Solo pi tardi seppi che egli s'era meritato quel secondo battesimo per la sudicia abitudine di pulirsi il naso con la manica della giacchetta, in modo da fregiarsi il braccio come di un argenteo gallone.
...
Simone e i suoi compagni cominciarono subito contro di me una guerra senza tregua.
Pur troppo, le lunghe falde del preside mi apparivano tanto mobili e malsicure nei loro ondeggiamenti, che non pensavo nemmeno a servirmene come d'una difesa contro i becchi e gli sproni di quei galli ferocemente ostinati. Certo, se avessi avuto facolt di scegliere il genere dei miei supplizii, qualunque altro mi sarebbe parso preferibile all'ingiurioso ritornello con cui sconciavano il mio cognome. Esso non soltanto mi fischiava all'orecchio, anche fuori di scuola, ma qualche volta, con segrete e moleste vibrazioni, quasi mi turbava la vista, cos da farmi leggere "Buonacoscia" perfino sulla targhetta della porta di casa. Da ci mi veniva una tristezza profonda, un'infelicit continua, come di una dolorosa vergogna familiare. La sera, a tavola, guardavo mio padre, e mi meravigliavo che potesse parlar gravemente o comporre il viso alla sua abituale seriet, un po' fiera, quando anche sul suo capo pendeva l'ombra grottesca di quel soprannome. Egli, cos, mi faceva pensare al nostro professore di matematica, che spiegava solennemente la lezione senza accorgersi che alle spalle un alunno lo scherniva con boccacce o gesti ridicoli; oppure a un signore sconosciuto, che un giorno avevo visto passeggiare per via con molto sussiego, portando sul cappello una di quelle frecce di carta che lanciano i ragazzi. Avevo sperato nel passar del tempo, che avrebbe potuto annoiare o stancare Simone di quella guerra, gli avevo finanche sorriso, per impetrar pace, affettando una simpatia, che era, invece, l'impotenza della vittima, ma non avevo ottenuto per ci nemmeno un giorno di tregua.
Sotto tanto furore di accanita persecuzione, la "rosa" della grammatica latina veniva su, nel mio cervello, rachitica e tormentata come il fiore di quei rosai malaticci che nascono gi vecchi e storti in un terreno troppo battuto dal vento.
Pi che mai, allora, piangevo la mancanza d'Amile, il fratello morto, che non avevo mai conosciuto. In due, seduti nello stesso banco, uniti dall'amore, saremmo stati forti contro tutta la Compagnia del Gallo. Ahim, invece, al posto che sarebbe dovuto toccare a lui, stava un ragazzo estraneo, che non confortava la mia solitudine! Se, alla chiama dei professori, due Buonacossa avessero risposto; se Amis e Amile, insieme nella scuola, insieme nella ricreazione, insieme all'entrata e all'uscita, avessero portato in mezzo agli altri la meraviglia della loro perfetta unione, chi avrebbe osato ripetere l'oltraggioso nomignolo? Professori ed alunni si sarebbero sentiti ingentilire, e il piccolo "uomo rosso" avrebbe chinato la testa, confuso: accanto ad Amis, Amile sarebbe apparso alto e diritto, mio gemello e mio maggiore. Ma egli era soltanto un caro fantasma; ed io, vinto, sopraffatto, scorato, cercai scampo nelle stesse fila nemiche.
Simone Simoni tratt la resa. Mi fece capire che non potevo aver l'onore d'appartenere alla Compagnia del Gallo, se non mostravo pubblicamente d'esserne degno. Mi sarei dovuto sottoporre a una specie d'esame, in tre prove solenni, e solo dopo una buona riuscita, avrei potuto portare una penna di gallo, ma, badassi bene! pi piccola di quella che usava il capo, a cui tutti dovevano cieca obbedienza. A questi patti, nessuno mi avrebbe chiamato pi "Buona coscia".
Il primo cimento fu il pi duro. Il professore di matematica, ch'era una pertica d'uomo con una strana voce di vecchierella, ma con due occhi di rospo, i quali spaventavano tutta la classe, tranne, si capisce, la Compagnia del Gallo, quando finiva di spiegare un teorema sulla lavagna, lanciava a posto il gesso con un tiro in cui all'impeto d'un sacro entusiasmo si univa la soddisfazione del giocoliere, che mostri la sua abilit, e, tuffandosi la mano nei capelli, si voltava di botto a domandarci:  chiaro o no?
A memoria di alunno, la domanda non aveva mai avuta risposta negativa. E, veramente, il professore pareva escludere, col tono della voce, che ci fosse possibile.
Simone Simoni m'impose di fargli mutar credenza.
Il peso della prova era schiacciante per le mie povere spalle; ma dovetti chinar la testa e accettarlo.
Covai quel "no" per le tre ore delle lezioni precedenti, con un'attesa pi angosciosa ed incerta di quella con cui, forse, un anarchico novizio cova la bomba che tiene nascosta addosso.
Al momento opportuno le forze mi mancarono e, pi che lanciarlo, lo feci scivolar gi.
Il professore tese l'orecchio; poi, convinto d'essersi ingannato, pass ad un secondo teorema.
Allora, su d'un pezzo di carta, Simone Simoni mi mand i suoi ordini:
Prova fallita vergognosamente. Ripeterla subito. Voce, per dio!
Che la Regina mi voglia perdonare; ma io chiesi al suo volto sorridente il coraggio per il secondo tentativo. Non come un anarchico, ma come un tempo i "Camelots du Roi" affrontai il cimento col pensiero rivolto ad un'Augusta Corona. Dietro le mie spalle, i compagni scommettevano sul risultato.
Il professore fece un mezzo salto.
Eh? Non  chiaro? Chi  la bestia che ha detto di no? Si faccia conoscere! e si mangiava la classe con i suoi occhi di rospo.
Buonacossa... Buonacossa... sentii mormorare all'intorno.
Lei? Lei? S'alzi, e ripeta. Lei trova che non  chiaro? Dica, dunque!  chiaro o no?
Allora, come per uno scatto automatico, sul quale la mia volont non potesse nulla, mi usc di bocca una lunga scarica di "no!" rabbiosi e secchi.
Il professore mi tir per un braccio fuori del banco:
Tgliti dai piedi, imbecille!
Quasi gettato oltre la porta, corsi in fondo al corridoio e mi lasciai cadere affranto su d'uno scalino di pietra, per cui si andava ai cessi. Pi tardi, Simone Simoni venne a stringermi la mano.
...
Dopo due altre prove, ebbi anch'io una penna di gallo. Nei quadratini dei registri gli zeri, a mio conto, cominciarono ad allinearsi in una fila paurosa: sottili e inclinati a destra, come li segnava nervosamente il professore di matematica, e rotondi e trionfi, come pareva dipingerli il prete, essi avevano tutti uno stesso potere nefasto.
Ma, in compenso, Simone Simoni diceva d'essere mio amico. E quella amicizia, ch'era una tirannia da una parte e una servit dall'altra, mi cingeva con la tenacia di un nodo scorsoio. La mia naturale e antica ripugnanza per l'"uomo rosso", che mi spingeva involontariamente a dibattermi, non serviva se non a rinsaldare la stretta.
Egli mi accompagnava per via, cominciava a venire finanche a casa, ad entrar nella mia camera, a stendere le mani sugli oggetti famigliari. In breve tempo invase tutta la mia giornata. La notte camminava scompostamente nei miei sogni come un monello in un giardino pubblico.
...
Fece risuonare la sua voce aspra, il suo riso simile a quello del padre nelle stanze dove non avevo mai sentito che voci piacevoli e care; ingombr con l'orribile immagine della sua testa rossa i grandi specchi che eran soliti riprodurre le amate figure di mia madre e di nonna Dorotea nel giro dell'abituali faccende; e sedette, qualche volta, dinanzi alla scrivania del babbo, mentr'egli era fuori, sull'alta sedia di legno scolpito, che m'era sempre apparsa un inviolabile trono.
Veniva col pretesto di studiare e portava, insieme con qualche fascicolo strappato ai libri di scuola, un sudicio mazzo di carte, col quale m'insegnava i giochi, spiegandomi il valore dei colori e delle figure. Cavava i pennini dalle mie penne e, strofinando con un pezzetto di carta vetrata, li faceva parer nuovi e li prendeva per s. Metteva fuori un grosso temperino, di cui apriva la lama coi denti, e scalfiva le spalliere delle sedie o l'incerato della tavola. Qualche volta si levava di tasca cicche e zolfanelli e, usando per bocchino una cannuccia di pipa, fumava superbamente dinanzi ai miei occhi confusi. Ma, soprattutto, si divertiva a ripetere parole di quelle che, nel ginnasio Lamarra, imbrattavano le pareti del corridoio. Esse, per me, avevano un significato oscuro, molto vago, che non mi suggeriva nessun'immagine precisa; ma che, tuttavia, si riferiva genericamente a cose che mostrar di sapere sarebbe stata un'orribile vergogna. Come, per esempio, scoprire dinanzi a qualcuno certe parti del nostro corpo.
A Simone Simoni parevano, invece, le pi degne d'essere pronunziate, gridate, ripetute; e le faceva passare, prepotenti e boriose, in mezzo alle altre, che si tiravano da parte, quasi che al confronto non fossero se non umili serve, folla di povera gente, senza luce d'amore e di bellezza.
Il luogo dove egli perdeva ogni freno e imperversava peggio che per via erano le tre soffitte e la terrazza del tetto. Impugnava le lance, rovesciava coi calci le damigiane, sgomentava la signora dall'unico occhio. Appena appariva sulla terrazza, i colombi s'alzavano a volo e si disperdevano per i tetti, i comignoli e i cornicioni delle case all'intorno. Solo le madri rimanevano sulla covata, pronte all'estrema difesa.
Io lo seguivo con una faccia di condannato a morte che pure si sforzi a sorridere; e non osavo mai dire: Questo no! Mi stringeva a lui un patto inviolabile, col quale avevo ottenuto il rispetto del mio cognome. E tutto mi pareva minor male che sentirmi chiamare "Buona coscia".
...
Da principio i miei l'accolsero benevolmente. La mamma s'intratteneva finanche a parlare con lui, che rispondeva guardando a terra, attraverso le lenti, ma con un'aria di figliuolo mansueto. Ci mi dava non so che fastidio, ed avrei voluto che quei colloqui non avvenissero; vi assistevo in silenzio, e di tratto in tratto cercavo di romperli con un movimento o con una parola, in cui si tradiva la mia impazienza. Solo zio Luca, il povero zio Luca, che dopo l'ultima passeggiata con Elodia era ridiventato casalingo e taciturno, sempre che l'incontrava pareva scansarlo con lo sguardo, come se avesse visto uno di quei "microcefali" della piazza.
Ma presto le cose cambiarono. La prima a gridar l'allerta dovette essere Rosaria. Poi che mi accompagnava per via tra casa e scuola, e Simone s'univa quasi sempre a noi, ella ebbe subito modo di scandalizzarsi del contegno che il piccolo uomo rosso teneva in pubblico, senza nessun riguardo per i passanti. Infatti vociava, schiamazzava, tirava calci ai cani e ai gatti, e spesso litigava coi monelli, dando saggio di quelle tali parole di cui mostrava una straordinaria conoscenza. Soprattutto, l'attiravano le trecce delle ragazze. A quell'attrazione non resisteva che di rado, quando cedere gli sarebbe potuto costare un solenne castigo. Se le bambine andavano sole o in debole compagnia, con un salto piombava alle loro spalle e dava uno strappo violento alle trecce come ad una corda di campanello. Qualcuna delle vittime fuggiva impaurita, qualche altra scoppiava in singhiozzi, qualche altra ancora si ribellava, con grida terribili o tentava la vendetta, mentr'egli si batteva le mani sulle cosce e prorompeva nella sua speciale risata. Ricordo una ragazzina piccola, pallida, dalle trecce color giallo scialbo, come il grano di quei vasi che nonna Dorotea teneva al buio, per poi metterli fuori, il gioved santo, dinanzi al Sepolcro: una povera bambina che, dopo lo strappo improvviso, si guard intorno con occhi cos dolorosamente smarriti, che parevano vacillare tra la supplica e il rimprovero. Poich Simone era stato svelto a scappar via, ella non poteva sapere chi le avesse tirato i capelli; e ora guardava lui, ora me, in una incertezza che mi affliggeva. Avrei voluto gridare che non ero stato io, tanto mi faceva male quel muto sguardo sotto il quale mi sentivo arrossire. Ma pi temevo il sospetto e pi, confondendomi, avevo coscienza di raffermarlo. Anche dopo molto tempo, il pensiero che quella bambina mi avesse preso per il colpevole si svegliava all'improvviso e mi toglieva la pace.
...
L'inverno del mio decimo anno  tra i pi penosi che abbia vissuti. Siamo soliti sorridere delle nostre sofferenze infantili, quando ricordandole, le pesiamo col nostro cuore d'uomini; e, per questo sbaglio di valutazione, diciamo beata un'et che, a volte,  cupamente infelice. Tra tanti che sospirano verso l'infanzia son pochi quelli che non la guardino dall'alto della loro attuale statura. E quasi nessuno pensa che la vera letizia  un frutto a cui, non solo la mano, ma finanche gli occhi del fanciullo non possono arrivare.
Legato alla compagnia di Simone Simoni, che mi ripugnava e m'avvinceva, insofferente della schiavit ed incapace di romperla, mi sentivo colpevole verso i miei per tutti gli zeri che nei registri di scuola segnavano una infamante condanna.
Quando, la sera, mio padre rincasava, dopo la sua lunga giornata di lavoro, cercavo con uno sguardo ansioso di capire se egli avesse saputo; e schivavo di trovarmi a solo a solo con lui, per paura di domande che mi avrebbero confuso. Nel vederlo sorridente, lieto, tranquillo, che mi parlava col solito tono amorevole, quando a tavola gli sedevo vicino, mi sbigottivo all'idea che un giorno, immancabilmente prossimo, quella faccia si sarebbe fatta dura ed aspra contro di me.
Allora provavo ad immaginarmi la sua collera, finanche le parole che mi avrebbe dette, mentre mandavo gi i bocconi, dei quali non sentivo nessun sapore.
Domani incontrer Lamarra pensavo guardando nel mio piatto. Se non domani, dopo domani... Forse andr all'istituto.
E fissavo un termine, oltre il quale, in tutti i casi, egli avrebbe avuto notizia di quegli zeri. Il giorno dell'Epifania... Domenica a quindici... Erano le colonne d'Ercole delle mie pi audaci speranze.
...
Una sera piovosa, ai principii dell'anno, entrai in camera del babbo, che, allora allora tornato, stava seduto sulla poltroncina a pie' del letto e stentava a sfilarsi le calosce. Mi chinai per aiutarlo, ma egli mi scost la mano.
Grazie, mi disse fo da me; e poi aggiunse piano, con una voce pi triste che severa: Ho parlato col tuo preside. Sono molto scontento, molto scontento...
Quel rimprovero, che pure m'aspettavo, ma non in quel tono accorato e senza collera, mi fiacc, accasciandomi in una specie di sbalordimento ebete: ricordo doloroso che non torna mai senza riportarmi l'immagine delle calosce che s'afflosciarono a terra con la loro piatta suola di guttaperca, e sulle quali il mio sguardo si pos a lungo, in una fissit vuota d'osservazione. Da quel giorno, nell'aria di casa, trovai non so che pesantezza, che me la rendeva quasi irrespirabile. Mi pareva che anche nonna Dorotea e Rosaria si fossero irrigidite a mio riguardo in un contegno sostenuto, ostilmente taciturno; il babbo, poi, mi scansava perfino con gli occhi. Il peggio era che nessuno mi diceva una parola di biasimo, ma tutti mostravano di condursi secondo un'intesa, che si rivelava in certi piccoli sgarbi, in certi modi bruschi o in un'indifferenza ostentata. Avevo previsto le furie di una bufera, e soffocavo in una specie di calma paurosa.
Allora cominciai a sperare in una malattia, fosse pure grave, da mettermi in pericolo di morte; attorno al mio capezzale il cerchio dell'indifferenza si sarebbe rotto, tutti avrebbero preso cura di me, e il babbo, specialmente, sarebbe ritornato dolce ed amorevole, affliggendosi in cuor suo, allora che sarebbe stata in giuoco la mia salvezza, d'avermi tenuto un cos duro e spietato broncio. Io avrei regolato col mio respiro la vita di tutti gli altri, pronti a soddisfarmi in ogni minimo desiderio, attenti ai miei cenni, ansiosi per il mio silenzio, lieti per le mie parole; col pensiero a me, anche quando lontano dal mio letto. Ma il malanno non veniva, e i giorni si succedevano ai giorni, sotto lo stesso cielo corrucciato ed inerte. Poi, Simone Simoni s'incaric di rinnovar l'aria, suscitando una tempesta.
Era un pomeriggio di gennaio, verso il tramonto. Egli venne e m'annunci, con gli occhietti luccicanti di furberia sotto le lenti:
Andiamo in terrazza; vedrai che bella cosa faremo! e si batt le mani su d'una tasca.
Salimmo per le scale di piperno, senza che nessuno ci vedesse: quando fummo sulla terrazza, mise fuori una piccola forcella di legno, alle cui punte era attaccato un cordone d'elastico, doppio un pollice. Impugnando con una mano la forcella, con un dito dell'altra tese il cordone fino a renderlo sottile come uno spago. Tra il dito e l'elastico premeva un sassolino. Ad un tratto, sentii un sibilo e, quasi nello stesso tempo, un piccolo colpo sulle tegole di una casa lontana.
Bene, bene! disse soddisfatto Ora vedrai se so tirar giusto.
Allora, in una specie di sbalordimento, che m'impediva di arrestare Simone con le grida o col braccio, assistetti supinamente a qualche cosa di spaventevole. Egli aveva posato sul parapetto della terrazza un pugno di pietruzze, che s'era tolto di tasca, e con movimenti sicuri e compassati, come compisse un lecito esercizio, prese a bersagliare i vetri di tutte le case all'intorno, vicine e lontane, dovunque arrivasse quel tiro che pareva lungo quanto la vista. Cominci da quelli pi lontani, che sorridevano al sole del tramonto con un'anima d'oro; a mano a mano che li colpiva, inesorabile, proprio nel loro sorriso sfavillante, essi s'infrangevano l'un dopo l'altro, con un rumore che m'arrivava debole e fioco, ma che pure aveva non so che di triste. Poi pass ai pi vicini, che il colpo forava senza spezzare. Intanto, prima qui, poi l i balconi e le finestre colpite s'aprivano, e nel vano s'affacciavano delle figure, che, indistinte per la lontananza e la penombra, parevano fantasmi agitati, percotendo l'aria con gesti di minaccia, di cui l'indirizzo era vago. Le loro voci s'udivano confusamente stridule, come in un sogno pauroso.
Accovcciati, accovcciati disse Simone, e s'appiatt dietro il parapetto, tirandomi gi con una mano, mentre s'aprivano le imposte delle case prossime, e gli improperii cominciavano ad arrivare con terribile chiarezza.
Simone avanti, io dietro, strisciammo carponi sul lastrico, verso l'uscio delle soffitta. Ma, ad un tratto, credendomi al riparo da ogni sguardo, malaccortamente mi raddrizzai; e un urlo feroce mi colse sul dorso, abbattendomi.
Dalla terrazza dei Buonacossa! Dalla terrazza dei Buonacossa!
Pochi minuti dopo, una folla di gente inferocita irruppe nel nostro cortile.
...
Mio padre mi tolse dal ginnasio Lamarra e mi mand a studiare da un vecchio, che si chiamava La Rovere e teneva scuola nella sua camera, insegnando lettere e scienze in berretto da notte. Non radunava mai pi di tre scolari per volta, e intramezzava la lezione con lunghe sorsate d'acqua e sciroppo d'orzo, di cui aveva sempre un bicchiere dinanzi a s. Per lui l'insegnamento era una specie di confidenza da farsi a bassa voce, quasi all'orecchio degli ascoltatori, con molte pause e sguardi sospettosi all'intorno, proprio come la confessione d'un gran segreto, che, per amor di Dio, nessun altro deve sapere. Quando sentiva uno sproposito, giungeva le mani ed alzava gli occhi al soffitto, mormorando: Figlio! Figlio! Da casa sua alla nostra c'era una distanza di cento passi, ch'io facevo da solo.
Uscito, cos, dal ginnasio Lamarra, credetti d'essere sciolto anche dal mio impegno con la Compagnia del Gallo, ma Simone Simoni che, dopo l'episodio dei vetri, era stato messo fuori da casa nostra, mi fece la posta per via e m'impose i suoi ordini.
Bada! Tu appartieni sempre alla Compagnia del Gallo! Ricordati che mi hai giurato obbedienza.
Ma ora non son pi tuo compagno di scuola osai ribattere  tutt'altra cosa...
 la stessa cosa. Saresti uno spergiuro. Bada bene, eh! Spergiuro, saresti spergiuro! e ripetette la parola con un accento di profondo disprezzo. Mai come allora il piccolo "uomo rosso" mi era parso cos ripugnante. Tentai di andarmene adagio adagio, come chi vuol far capire ch' pronto a fermarsi al primo richiamo, ma egli m'afferr bruscamente per un braccio:
Bada, Buona coscia, e i suoi occhi sprizzavano fiamme da dietro le lenti tu non conosci ancora chi sia Simone Simoni.
Va bene. mormorai. Che debbo fare?
Obbedirmi e allent la stretta. Tu appartieni sempre alla Compagnia. Siamo intesi.
...
La primavera cominci con uno straordinario avvenimento in famiglia: mutammo casa. I preparativi per lo sgombero, nei quali ebbi anch'io la mia parte, e le speranze d'una vita nuova in luoghi nuovi, un po' vaghe nell'immaginazione, ma pur liete di promesse, mi presero tanto e cos fervorosamente, che il mio cuore mi precedette nella partenza; e mi separai da quel piccolo mondo che era stato tutta la mia vita fino ad allora, con lo stesso animo di chi lascia la sua citt per un'altra da cui s'aspetta fortuna, e nel salutare gli amici  gi lontano. Ma poi, come il viaggiatore, la sera dopo dell'arrivo, rif tra s e s il cammino all'indietro e chiede perdono agli amici del commiato distratto, con un rimpianto e un rammarico ch'essi non sapranno, cos, pi tardi, io riandai alla vecchia casa con tutti i miei commossi ricordi, e per molto tempo non me ne seppi staccare.
Nella nuova casa, ch'era pi piccola, e che i miei presero in affitto per un bisogno di risparmio da me allora non supposto nemmeno, non ebbi una camera tutta mia, ma dovetti dormire con zio Luca.
I nostri balconi affacciavano sulla piazza delle robinie, in vicinanza del Porto. Quando il vento veniva dal mare, arrivava l'odore, acuto e sgradevole, d'una vicina fabbrica di concimi chimici, che dava il mal di capo a mia madre.
Di quella casa ho un ricordo senza lacune, ma che, forse, appunto per la sicurezza delle sue linee, mi par freddo e nudo come una di quelle piante disegnate a penna, che si tengono esposte nelle portinerie.
A me essa non piacque se non il primo giorno, quando ci venni con Rosaria, mentre i facchini scaricavano mobili e bauli, e li disponevano in disordine, per le stanze. Rosaria girava di qua e di l, spalancando i balconi e le finestre, e di tratto in tratto si chinava a salutare, con le braccia allargate, una persona invisibile ma presente.
Buon giorno, Bella "'Mbriana". Mandaci salute e provvidenza, Bella "'Mbriana!".
La Bella 'Mbriana non si faceva vedere; ma anche se si fosse mostrata, nessuno ne avrebbe avuto paura. Ella non prende mai l'aspetto di un fantasma inquieto, come ne appaiono nelle fredde case del Nord: nelle nostre terre di sole e di chiaro di luna, quelle lugubri forme non le converrebbero.  una specie di fata casalinga, un poco plebea, che, se mai parla, usa il vernacolo: una Cenerentola lieta e rubiconda, dalle braccia sode, ch'escon fuori dalle maniche scorciate sul gomito. Ogni casa ne ha una; e chi sa ingraziarsi con quell'ospite, trova una provvida amica, che tiene lontani i malanni, le cure e la morte.
...
Ora il cammino ch'io facevo da solo per andar dal mio vecchio professore s'era allungato di molto. Due volte al giorno dovevo passare per l'altra piazza, dinanzi alla misteriosa bottega dall'ondeggiante cortina. Su quella soglia, vedevo spesso l'"uomo rosso" grande; e ci era sempre, chiss perch, immancabile presagio che, pi tardi, avrei incontrato il piccolo. Un pomeriggio, tra mezzo ai bastoncelli di canne, s'affacci Simone.
Aspetta un poco, Buonacossa...
Addio, addio, ho fatto tardi.
Incoscientemente, io facevo il gesto di zio Luca nel salutare i "microcefali".
Entra. egli ingiunse Hai capito che "devi" entrare?
E, per significarmi la sua volont imperiosa, si tolse di tasca la penna di gallo e me la mostr. Allora chinai la testa, come sempre, e varcai la soglia, su cui stava la tabella CIRCOLO DEL PROGRESSO. Cos conobbi l'interno di quella stanza a pian terreno, ch'io avevo creduto per tanto tempo un luogo di terribili macchinazioni. Attorno a una gran tavola coperta da un panno verde, e riparata da basse sponde, che ne arginavano il piano come un muricciuolo, stavano quattro "microcefali", ciascuno con una lunga asta nel pugno e, a turno, curvandosi sulle sponde, su cui qualche volta, nello stendersi, premevano il ventre, si servivano di quelle aste per far cozzare l'una contro l'altra delle palle colorate, che, dal secco rumore dei loro scontri, parevano molto dure. Supposi vagamente che quello fosse un gioco, sebbene la gravit delle facce e degli atti facesse piuttosto pensare ad un'impresa difficile. Simone ed io sedemmo su d'un lungo divano che accostava la parete del fondo. C'era poco spazio, e gli uomini, girando attorno alla tavola, spesso ci urtavano col manico delle stecche.
Che vuoi? domandai a Simone.
Egli m'indic tre ragazzi che, proprio in quel momento, entravano dalla strada.
La Compagnia del Gallo si riunisce. Abbiamo scelto il Circolo per sede delle nostre adunanze.
Perch il gallo capo avesse chiamato a quella raccolta anche me non riuscii a capir bene; infatti si trattava di casi del ginnasio Lamarra e di certi provvedimenti da adottare contro il professore di matematica. Comunque, non potevo andarmene senza il permesso di Simone. Improvvisamente, tra i colpi secchi delle palle che si cozzavano, mi parve udire il mio cognome mischiato ad una parola di senso oscuro ch'era ripetuta pi di tutte le altre: Carambola...
Allora stetti attento e capii che parlavano di mio padre. Buonacossa... Luigi Buonacossa. Non c'era dubbio.
Carambola disse uno Egli  con l'acqua alla gola... Vedrete che non si salver!
Beh! rispose un altro Colpa sua. Vivevano da gran signori.
Carambola; e con questa diciassette... Buonacossa  rovinato, perch si  messo nelle mani di... e un nome che non ricordo.
Mi sentivo tremar tutto: c'era molto buio nella mia mente, ma nel buio la certezza che mio padre correva un gran pericolo.
La figura della metafora m'appariva dinanzi agli occhi come un quadro terrificante: il babbo si dibatteva nel mare in tempesta, senza che nessuno si slanciasse a salvarlo.
Buonacossa ha firmato e una lunga pausa, seguita dal cozzo delle palle. Il cuore mi veniva meno. Carambola! Ventiquattro! Ha firmato... altra pausa, in cui colui che parlava esamin la punta della stecca ha firmato una cambiale...
Una cambiale? pensavo io e che vuol dire? Ma dal tono cupo di quella voce capii che il babbo aveva fatto qualche cosa d'irreparabile.
Segu un momento di litigio rumoroso tra Simone e gli altri compagni, che non mi permise di sentire altro. Dopo, la prima parola che afferrai fu "Luca".
Chiappanuvole... disse uno.
Testa piena di fumo aggiunse un altro.
Uomo di paglia... Disoccupato...
Ora le voci dei "microcefali" s'erano fatte rabbiose.
Bisogner pure che smetta di stare con le mani in tasca, adesso che il fratello  rovinato.
Che potr fare?  un buono a nulla... Carambola! Trentadue!
Ci ho gusto per la signora...
Quale signora? domand uno.
Giovanna... Giovanna...
Feci un salto. Mia madre! E perch ardivano chiamarla per nome? Ah no, questo poi era insopportabile!
Si dava delle arie! Si faceva riverire come una principessa! E non  di pasta migliore delle altre...
Il volto sottile e un po' malinconico di mia madre si disegnava pallido al di sopra di quelle teste, ondeggiante tra le dense spire di fumo che s' alzavan dai sigari: ella pareva socchiudere gli occhi e tossire, ma appena appena, per quell'aria attossicata.
Se gli uomini, che stavano curvi sul panno verde della gran tavola, levando lo sguardo, l'avessero vista, avrebbero taciuto d'un tratto, e si sarebbero inchinati profondamente. Mia madre! Come potevano parlare male di lei? Sotto le mani che mi nascondevano la faccia, lente lacrime cominciarono a scorrere. E per la prima volta nasceva in me un desiderio di forza: saltare al collo di uno di loro! strozzargli le parole in bocca!
Sentii la risata dell'"uomo rosso" grande.
Buon giorno. C' mio figlio qui?
Allora scoppiai in singhiozzi. Tutti si voltarono a guardarmi. Subito il padre di Simone mi riconobbe:
Toh, il piccolo Buonacossa! Perch piange a questo modo?
Il piccolo Buonacossa mormorarono gli altri meravigliati. Ah, l'abbiamo fatta bella!
...
Sveglio nel letto, voltandomi e rivoltandomi tra le lenzuola, cercavo d'immaginarmi che cosa fosse una cambiale, quella terribile carta con cui ci leghiamo alla pallida cura e alla sua sorella indivisibile, l'insonnia. Nel letto accanto al mio, zio Luca russava con una monotona e regolare cadenza di respiro.
"Buono a nulla... uomo di paglia...", le parole dei "microcefali" mi saltellavano nella testa, risuonando sordamente come monete false in un salvadanaio di terracotta. Egli non sapeva, altrimenti non avrebbe dormito un cos placido sonno! Tuttavia, quel russare mi dava non so che fastidio, quasi una stizza contro di lui, che col sonno, e forse coi sogni, se n'andava, indifferente e spensierato, lontano da me, dalla nostra casa, dalla angoscia dell'oscuro pericolo. Allora cominciai ad agitarmi nel letto, in modo da scuoterlo tutto, per far rumore: la spalliera batteva contro la parete, i ferramenti del fusto cigolavano e gemevano, le assi scricchiolavano; ma zio Luca non dava segno di sentire.
Spazientitomi, lo chiamai:
Zio Luca... zio Luca...
Mi parve, che, alla fine, si fosse svegliato.
Zio Luca insistetti. Egli mi rispose con una specie di gemito.
Zio Luca, che cos' una cambiale?
Con un secondo gemito, si volt sull'altro fianco e si rimise a russare.
Le coperte mi pesavano addosso, non resistevo pi. Restai un momento incerto, seduto sulla sponda del letto; poi saltai a terra e, a piedi nudi, in camicia com'ero, mi mossi per uscir di camera, camminando a tentoni nel buio e stentando a trovar l'uscio. Avevo bisogno di sapere se nel resto della casa tutto fosse in pace. Appena sulla soglia del salotto, vidi sul pavimento una striscia di luce, che si stendeva a terra, passando di sotto alla porta socchiusa dello studio del babbo. Mi avvicinai, rattenendo il respiro, e guardai dallo spiraglio.
Seduto al solito posto, sull'alta sedia intarsiata, mio padre stava intento a scrivere: la testa, abbassandosi sulla scrivania, s'inchinava un po' dalla mia parte, fin quasi a toccare la frangia del paralume, e, sotto quel fascio di luce, mi appariva inargentata di capelli bianchi, come non l'avevo mai vista.
Egli scriveva, scriveva, scriveva; e, di tratto in tratto, alzava la faccia, a guardare in alto, con gli occhi increspati e la penna nel pugno. Io lo vedevo di profilo, muover la bocca come se masticasse cose amare: forse le parole dello scritto. Poi lasci cader la penna e si prese la faccia tra le mani. Com'era diventato vecchio, stanco, disfatto! E come respirava penosamente!
Babbo! Babbo! gemetti; ma per me solo, non perch egli mi sentisse.
Urtai col gomito il battente dell'uscio, che si schiuse scricchiolando.
Mio padre fece un salto: Mario!
Non potevo dormire... non avevo sonno... e, parlando, mi tremavano le labbra. Mi prese in braccio e mi mise a sedere sui suoi ginocchi, dinanzi alla scrivania.
Che mani fredde, povero Mario! Perch non potevi dormire? Che cos'hai?
Niente... niente...
Ah, tu tremi, piccolo! Ti sei raffreddato, cos, in camicia e scalzo...
Guardando alla sfuggita il foglio che stava sulla scrivania, avevo visto ch'era una lettera, e avevo letto "Caro Simoni...". Ma mio padre non poteva nemmeno sospettare che tremassi per l'uomo rosso. Tuttavia coperse il foglio con la cartasuga.
 un'ora dopo la mezzanotte, Mario... Bisogna tornare a letto... e mi stringeva a s, dondolandomi. Per un momento restammo muti tutt'e due, quasi abbracciati; poi, come indovinando la mia inquietudine, egli mi punt un dito sulla fronte.
Che c' qui sotto? Che s'agita nel tuo piccolo cranio? e aggiunse piano, con una voce carezzevole, ma un po' triste: Mario, Mario, tu hai un cuore di fiaba, un piccolo cuore che accoglie tutte le ombre... Ebbene, devi cercare di vincerlo. Bisogna esser forti, piccolo Mario... bisogna aiutare il babbo che si fa vecchio...
Cos parlando, mi aveva preso la mano e se la teneva sul petto, dov'io sentivo battere un cuore, che non era di fiaba come il mio, ma che, pure, in quel momento, doveva essere un po' incerto.
Tu fantastichi troppo, e spesso ti smarrisci tra le tue fantasie che non sono sempre belle... Questo  un male, di cui devi guarire. Per te, e anche per il tuo babbo,  necessario che tu diventi un piccolo uomo... Io comincio ad essere stanco, vecchio, ad aver bisogno di un appoggio. Tu devi esser quello: un ragazzo fermo e saldo come un uomo; cos ch'io possa metterti le mani sulla spalla, per sorreggermi. Hai capito? Vuoi? e mi sfiorava il viso col viso.
Io accennavo e mormoravo di s, ma dentro di me gli rispondevo:
Un altro, un altro ti avrebbe potuto sorreggere, non io. Amile, mio fratello morto... O, forse, tutt'e due insieme, perch, s'egli vivesse, io sarei meno debole. E questa notte saremmo in due attorno a te, e tu potresti mettere una mano sulla mia spalla, un'altra su quella di Amile, appoggiandoti pi a lui, che sentiresti sicuro e fermo. Ma egli  morto e m'ha lasciato solo. Povero gemello sopravvissuto, io non sono che una met senza forza... Amile! S'egli fosse qui, tu non manderesti quella lettera al dottore Simoni.
Non sapevo che dicesse quella lettera, ma ero certo che mio padre aveva penato nello scriverla, e perci si sentiva vecchio e stanco.
...
Qualche giorno dopo, scendendo dal professor La Rovere, trovai gi, fuori la via, il piccolo "uomo rosso" che stava ad aspettarmi.
Oggi verr a farti visita. Non conosco ancora la tua nuova casa e le sue parole gli mettevano un luccicho di canzonatura negli occhi, che parevano muoversi come due viscidi e strani animaletti tra i ciuffi delle ciglia rossicce.
Non  possibile. risposi. Sai bene che mio padre non vuole...
Non vuole? Dici che non vuole? Ripeti, ripeti... e si torceva tutto, in un accesso di risa, da far voltare i passanti.
Lo guardai tra indispettito e meravigliato.
Che ti piglia, Simone? Che c' da ridere a questo modo?
Vedrai che tuo padre vorr... Sarebbe straordinario se si permettesse di non volere... straordinario!
Perch? ribattei Egli  padrone in casa sua e per la prima volta riuscivo ad essere aspro.
Non  pi padrone nemmeno di un chiodo. Mio padre gli ha prestato danaro, tanto danaro quanto bastava a comprar tutto... Ora il vero padrone  lui, mio padre.
Bugiardo! Bugiardo! gridai Che sciocchezza inventi?
Egli non si scompose:
Bene, tu sei libero di non credere. Ma  certo che senza il nostro danaro e disse "nostro" calcando la parola tu e tutta la tua famiglia andreste per la strada come una trib di zingari. Chi vuoi che mi metta fuori di casa tua? Ora essa mi appartiene. Hai capito?
Come? Come?
Mi girava la testa quasi venissi meno. Non  possibile! Ma ripensavo alla lettera che avevo visto sulla scrivania. Simone, trionfante, mi lasci nel mio angoscioso sbalordimento.
Arrivederci, Buona Coscia! Sempre amici, eh? e se ne scapp via, attaccandosi dietro a una carrozza.
Babbo, babbo, perch hai fatto questo? mi domandavo dentro di me. O povera nostra casa! O poveri noi! "Essi" allungano la mano su tutto quanto ci  caro! E tu ti sei messo in ginocchio dinanzi a loro! Anche la mamma sta in ginocchio con la fronte a terra, ed "essi" la guardano ridendo!
Quasi mi aspettavo di vedere la mia casa divenuta orribile perfino all'esterno, come se una lebbra di licheni ne deturpasse la facciata.
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Capitolo 7.
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Ombre.
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Dall'andamento della nostra famiglia non traspariva nulla che potesse far pensare a qualche cosa di grave o d'insolito, e rivelare la soggezione in cui eravamo caduti. Soltanto una sera zio Luca turb in modo strano, e all'improvviso, la tranquillit dei nostri desinari, che, se non erano molto gioviali, ma, anzi, a volte, un po' musoni, pure non avevano mai sussultato per le scosse degli animi incolleriti o soverchiamente vibranti nei contrasti. Io non sapevo ancora l'amarezza o il bruciore dei bocconi che si ingozzano in un silenzio pauroso, prima o dopo una tempesta di grida, mentre s'abbassano sul piatto le fronti pallide e gli occhi torbi; n avevo provato la pena di vedere una donna cara che, fingendo di passarsi il tovagliolo sulle labbra, soffochi un singhiozzo o si asciughi furtivamente le lacrime, quando dal posto vuoto di chi abbia piantato in asso la mensa par diffondersi attorno non so che gelido soffio. Ma queste dolorose esperienze non posso dire, in verit, che cominciassero quella sera.
La scena di cui zio Luca fu quasi l'unico attore mi lasci pi sbalordito che afflitto.
Quella sera egli pareva biascicare il cibo, come se non avesse appetito, o, nel mentre gli mutavano il piatto, appallottolava la mollica del pane tra l'indice e il pollice, stando altrove col pensiero.
Poi, svegliatosi d'improvviso, si raddrizz rumorosamente sulla sedia, e disse, senza guardare in faccia nessuno:
Dunque,  risoluto...
E poich tutti rimanevano zitti, ripet ancora: Dunque... dunque, io parto.
La sua voce era grave, ma tranquilla.
Nonna Dorotea smise di mangiare; il babbo alz le spalle.
Fu questo piccolo atto che produsse "l'eruzione". Zio Luca battette un pugno sulla tavola, facendo risuonare i bicchieri.
Ah, perdio!... ah, perdio!... e le parole gli si spezzavano tra i denti. Qui si crede che io scherzi... che non sia capace di fare quello che ho pensato... che... che...
C'era da temere che si strozzasse.
Va bene, clmati rispose il babbo. Ne riparleremo un'altra volta.
No gridava zio Luca con maggior furia io non voglio continuare a viver cos... Ora parto subito. Libero voi e libero me. Capisci? Libero me! Questa non  vita... non  vita che si dura...
Luca! Luca! gemeva nonna Dorotea.
Ah, perdio! Parto subito... anche domani.
S'era alzato in piedi, facendo rovesciare la sedia, e accaldandosi in faccia, gestiva ed urlava.
Ho sopportato fino ad oggi... Ora basta. Chi non crede si ricreder e scagli il tovagliolo in mezzo alla tavola.
Che fuori mi si giudichi in un modo o nell'altro, me ne infischio; ma che qui dentro... che mio fratello...
Il babbo prima aveva accennato a me, forse per farlo tacere; ora seguitava a mangiare, mostrandosi tutt'intento a tagliar la carne e portarla alla bocca, come se nulla fosse; ma le sue mani tradivano un leggiero tremito.
Me ne vado... me ne vado. Qui mi sento come in galera... e ripeteva sempre su per gi le stesse parole. Alla fine, continuando a gesticolare, si mosse per uscire di stanza.
Aspetta, Luca... Che fai? Nonna Dorotea cercava di trattenerlo.
Lasciami... lasciami... e, uscendo, sbatt la porta. Noi quattro non rifiatammo. Rosaria, che girava attorno per il servizio, rimen a posto la nonna. S'udiva solo il suono secco delle noci che il babbo schiacciava.
Andato timidamente in camera, trovai zio Luca che, rosso ancora in volto e con gli occhi gravi di broncio, metteva fuori la sua roba, come chi si prepari a far le valige.
Mi spogliai adagio, per rendergli anche meno sensibile la mia presenza, e mi feci piccolo piccolo sotto le lenzuola. Ma fino a tardi non riuscii a prender sonno, un po' per il tumulto delle mie idee e un po' per la luce dei lumi ch'egli teneva accesi e per il frastuono che faceva in camera, passeggiando di qua e di l e rovistando in tutti i cassetti.
...
La mattina dopo, zio Luca non part, e la camera rimase in disordine per tutto il giorno, fino a che la nonna e Rosaria non fecero rientrare la roba nei cassetti, mentr'egli era andato dal barbiere.
Non parte, perch non pu partire si lamentava la nonna. Bisogna che aspetti il piroscafo... ma tra quindici giorni...
E l'altra:
Ma no, signora; state tranquilla! Vedrete che non partir mai.
Pi tardi Rosaria mi confid altre cose, che illuminarono le mie confuse supposizioni. Egli sarebbe dovuto andare assai lontano, nel Brasile, dove viveva un amico suo. Quest'amico di tratto in tratto gli scriveva, ma una lettera ogni secolo. Allora zio Luca annunziava a tutti il suo improvviso proposito di raggiungerlo.
Cos, a lunga distanza di tempo tra una volta e l'altra, ripeteva l'annunzio e i preparativi di quella partenza. L'ultima volta ci era avvenuto undici anni addietro, poco dopo la mia nascita.
Nemmeno ora partir concluse Rosaria Ma che gusto ci trova a far piangere quella poverella? e intendeva dire nonna Dorotea.
Pure, a me non pareva improbabile che partisse sul serio. Il ricordo della nostra passeggiata in barca mi faceva quasi pensare che il capo di zio Luca fosse sacro ai venti oceanici; soltanto mi meravigliavo che egli avesse al mondo un amico. Ecco che, pi fortunato di me, poteva allontanarsi dalla tirannia dei due Simoni; portare in un'altra terra le sue valige e trapiantare il suo cuore accanto ad un cuore devoto!
Ora aprivo spesso l'Atlante e facevo sulla carta quel lungo viaggio, navigando col dito. Uscivo dal golfo di Napoli, oltrepassavo lo stretto di Gibilterra, m'immergevo nella zona dipinta in un azzurro pi carico a simboleggiare le maggiori profondit.
Per quanto a quei tempi gi cominciassi a conoscere i libri d'avventure, pure disdegnavo d'imbrancarmi con tante altre immaginazioni di fanciulli, che seguono la scia dei navigatori celebri, facendo capriole come i delfini, goffi e pazienti accattoni del mare. Io non mi imbattevo in navi di pirati, non scampavo dal naufragio in isole misteriose, non approdavo in terre di cannibali; soltanto, sull'ampia distesa degli oceani, fuggivo i due uomini rossi.
E invidiavo zio Luca che avrebbe potuto far davvero quel viaggio.
...
D'estate continuavo le mie lezioni col vecchio La Rovere. Un pomeriggio, ai primi di giugno, mentre tornavo pian piano a casa lungo il marciapiede, scorsi una signora e una fanciulla che venivano innanzi, l'una accosto all'altra. La signora, che teneva aperto l'ombrellino, forse per vezzo, perch da quel lato non c'era sole, non portava cappello, com'usano i villeggianti in campagna, e, camminando, pareva dimenarsi in capricciose mossette da bambina; la piccola, invece, aveva l'aria e il passo un po' gravi, quasi da donna pensosa che facesse da guida all'altra. Le raffigurai subito, ma, per timidezza, sarei passato oltre senza mostrare di riconoscerle, se quelle non fossero state pronte a chiamare:
Oh, Mario, Mario!
Elodia era molto cresciuta: s'era, specialmente, allungata, come spigando in un bel fusto diritto e sottile; ma portava ancora i capelli cadenti sulle spalle e aveva nel volto la stessa espressione di tranquillit un po' velata. La veste, anche allora rosa, poteva farmi pensare che ci fossimo lasciati il giorno prima.
Contammo insieme che erano passati quasi cinque anni dalla nostra conoscenza nel bosco.
Noi rimaniamo qui fino a settembre disse la signora. I tuoi tutti bene? Zio Luca?
Zio Luca sta per partire risposi, lieto di dare una notizia importante. Andr nel Brasile, a Rio de Janeiro.
Ah, s? e sorrise Ma ora non hai pi bisogno di lui per le tue passeggiate. Ora sei un giovinetto. Su, accompagnaci a casa; vuoi?
Strinsi i quaderni delle lezioni sotto il braccio, e mi posi a lato di Elodia.
Abitavano su di una strada aperta da poco, in una villetta d'un piano, piccola quanto una scatola. Le stanze erano linde, ma quasi nude. Si vedevano pi valige e bauli che mobili.
Un momento che rimasi solo con Elodia, ella mi confid che il padre era morto da un anno. E, nel dir questo, la sua voce non si fece triste. Suo padre era il suo nemico.
...
Ci rivedemmo molto spesso. Elodia, secondo un costume che nei nostri paesi meridionali usa poco, e, vent'anni fa, ancora meno, usciva sola, per far lei stessa la spesa. Sua madre l'incaricava specialmente di comprar le frutta.
Incontrandoci per istrada, e molte volte, da mia parte, non per caso, io l'accompagnavo da una bottega all'altra e mi fermavo con lei dinanzi alle ceste o alle carrette dei venditori. Quell'umile ufficio non le toglieva nulla della sua naturale finezza. Le ciliege, le albicocche, le pesche non mi parevano mai cos belle come quando stavano tra le sue mani.
Metteva tutto in un panierino di vimini bianco e verde, e non consentiva mai che glielo portassi io. Soltanto provavo fastidio nel vederla dare o prendere il denaro, specie quando era in monete spicciole, che mi pareva l'imbrattassero le dita. Andavamo sempre d'accordo, eravamo due placidi fanciulli, e le nostre et assommate non facevano venticinque anni. Penso che le persone d'animo non volgare dovessero guardarci con occhi sorridenti. Tuttavia un'oscura inquietudine mi turbava il piacere di quelle passeggiate, perch sentivo dietro di noi l'ombra di Simone Simoni. Erano gi parecchi giorni che giravamo insieme per il paese senza incontrarlo, ma, purtroppo, ci non poteva durar sempre; e, al pensiero del primo incontro, guardavo con angosciosa preoccupazione i lunghi e sottili capelli d'Elodia, che le scendevano sulle spalle in bell'onde delicatamente mobili. Inconsapevole del pericolo, pareva quasi ostentarli come una grazia, al pari di una pianta che dondoli vezzosamente le sue tenere foglioline, e non sospetti in fondo al cielo la nuvola nera dell'uragano che ne far scempio. Del resto, a che sarebbe valso metterla in guardia? Io vigilavo per lei, sebbene sapessi che nessuna vigilanza poteva salvarla, e mi preparavo l'animo alla guerra, con propositi di coraggio, e per fino, nel peggior caso, di vendetta. Nell'attesa, cercavo guadagnar tempo, scansare, il pi a lungo possibile, il piccolo uomo rosso. Perci, con la scusa di prender le strade migliori, portavo Elodia per vicoli e vicoletti, in tortuosi andirivieni, pur d'evitare la piazza centrale, dove Simone Simoni poteva affacciarsi dalla cortina del Circolo. Imbattendosi in Elodia sola, egli, forse, l'avrebbe lasciata tranquilla; vedendola insieme con me, gli sarebbe parso un punto d'onore darle una prova del suo potere tirannico.
...
La riaccompagnavo verso casa, quando un piccolo sassolino, lanciato alle nostre spalle, ci cadde dinanzi, rimbalzando fin sopra un piede di lei. Ci voltammo: nessuno! Altri dieci passi, e un proiettile della stessa specie ruzzol a terra, dopo un urt contro la colonnetta d'un lampione. Non c'era dubbio che ci avessero presi di mira, ma nessuno dei passanti, frettolosi o serii, poteva essere il persecutore. C'incamminammo di nuovo, e di nuovo fummo colpiti. Questa volta per, pi sollecito a voltarmi, potetti vedere il piccolo uomo rosso che si rimpiattava schiacciandosi con le spalle al muro.
Che hai? mi domand Elodia, preoccupata.
Niente, niente. Andiamo... ma tremavo tutto, tra la collera e il timore.
Hai visto il monello che scaglia le pietre?
No, no... Non ho visto niente.
Vedevo, invece, con la coda dell'occhio, Simone che ci seguiva pian piano, in distanza. M'ero accostato ad Elodia, stringendo i pugni nelle tasche dei pantaloncini.
Le pietre, o, meglio, le pietruzze, perch, in verit, eran molto piccole, non cadevano pi; ma egli ci seguiva sempre, e quel suo contegno inoperoso mi turbava minacciosamente, come l'oscura macchinazione di chiss quale assalto. Imboccammo una strada, la percorremmo tutta, sempre con lui dietro, che camminava rasente al muro, ma ch'io riconoscevo dall'ombra. Con mia grande meraviglia, arrivammo fino a casa d'Elodia, senza ch'egli balzasse fuori da quella insidiosa inattivit.
Appena fui solo, mi si punt dinanzi a sbarrarmi il passo.
Bene, benissimo! Bel cavaliere! e sghignazzava.
Ancora fremente di sdegno, gli gridai:
Sai che cosa ha detto? Che sei un monello.
Simone parve turbarsi.
Come? Come? Dunque, m'ha visto?
No; ma mi ha domandato: Chi  quel monello che scaglia le pietre?
Ah! Le pietre! Egli appariva evidentemente confuso. Non avrebbero fatto male a una formica! Ma come si chiama quella gattina? Dove l'hai conosciuta?
La conosco da quando era piccola.
Ed esci ogni giorno con lei?
L'incontro qualche volta. Molto raramente... Simone rise:
Molto raramente! Oh, Buona Coscia! Se vi seguo da tre giorni! Ieri compraste le albicocche. Un nastro di una sua scarpetta ogni tanto si scioglieva. L'altro ieri eravate cos storditi che per poco non vi cacciaste sotto le ruote di una carrozza. Vedi se dico la bugia!
Restai muto per la meraviglia.
Simone Simoni ci era venuto dietro senza allungar le mani sui capelli di lei! E a che scopo ci seguiva da tre giorni? Tutto ci mi pareva inesplicabile.
Egli, a un tratto, mi domand con voce grave: Tu l'ami?
Mi sentii arrossire e mormorai: Stupido!
Anche volendo, non avrei saputo rispondergli. In quel tempo, alla parola "amore", che leggevo o sentivo dire cos spesso, associavo l'idea d'un mistero delizioso che non mi poteva essere svelato se non nell'et della giovinezza. Quando, nella stagione opportuna, l'amore sarebbe fiorito dentro di me, certamente l'avrei offerto ad Elodia, ma per ora ogni accenno a quel mistero mi turbava.
Intanto, Simone continuava:
Bisogna ch'io la conosca. Tu me la devi far conoscere. E aggiunse minacciosamente: Dopo tutto, son sempre il tuo capo.
Ci non solo mi ramment il patto che mi legava a lui, ma anche il terribile dominio che per mezzo di suo padre egli aveva sulla nostra casa.
...
In verit, non ebbe bisogno di me per conoscere Elodia. Il giorno dopo ci fece la posta per istrada e si un a noi, senza altro; da allora, per circa un mese, non ci lasci pi.
Ella trovava ch'era brutto, ma, in fondo, un bravo ragazzo, come un tempo credeva mia madre: avrei voluto avvertirla di stare in guardia; e pure, per non so che ritegno, non dissi niente; anzi assentii. Del resto, pareva diventato serio e tranquillo e solo di tanto in tanto, con l'aspro fragor del suo riso, tradiva l'animo che cercava nascondere. Scambiava con Elodia appena poche parole e, spesso, impappinandosi, guardava a terra; ma non rinunciava a mettersi, quasi sempre, tra me e lei; e, talvolta, di nascosto, mi tirava calci negli stinchi, come per ischerzo. La signora Reiner, la mamma d'Elodia, l'accolse benevolmente in casa e l'addolc con la marmellata di lamponi, di cui teneva molti barattoli sparsi qua e l per le stanze. Cos, purtroppo, in nessun luogo potevo star lontano dal piccolo uomo rosso. Pure essendo convinto ch'egli non avesse potere sul cuore d'Elodia, mi spiaceva e quasi mi meravigliava che in presenza di lui ella riuscisse a sorridere.
...
Poi, improvvisamente, Simone Simoni non si cur pi di raggiungerci per istrada, ma, nello stesso tempo, non smise di occuparsi di noi. Vedendomi, mi parlava sempre della mia piccola amica.
Ebbene, l'hai baciata? Non l'hai baciata ancora?
Quest'era la sua idea dominante.
Bisogna che tu la baci! Diamine, non sei pi un bambino!
E poich io mostravo d'aver fastidio e impaccio per quelle parole, mi beffava col solito riso.
Hai vergogna? Credi ch'ella non abbia voglia d'esser baciata? S'io fossi in te... e si fregava le mani.
Altre volte mi afferrava per il giubbetto e m'imponeva con la prepotenza di sentire i suoi consigli.
Aspetta, imbecille! Un bacio  presto dato! Tu devi metterle un braccio intorno al collo, cos... Ma bada bene di baciarla sulla bocca, sul suo muso di gattina... A lungo, fino a che ti mancher il respiro. Vedrai che socchiuder gli occhi...
Io mi svincolavo, avvampando di rossore, mormorando: Sta zitto! Vattene! Ma egli continuava, implacabile, a spiegarmi "la necessit" di quel bacio. Diceva ch'ero uno sciocco, che non conoscevo le donne e che tanta ignoranza, alla mia et, era ridicola, addirittura vergognosa. Paragonava Elodia a una servetta di quindici anni che suo padre teneva in casa, e della quale egli si serviva come d'un docile strumento per le sue esperienze. Concludeva sempre con lo stesso ritornello: Bisogna che tu la baci! Bisogna che tu la baci!
Qualche volta aggiungeva perfino:
Bada che io posso comandartelo. Ricordati che appartieni alla Compagnia del Gallo!
L per l molte delle sue parole mi sfuggivano; ma pi tardi mi tornavano alla memoria con una insistenza ossessionante. L'amore rimaneva per me un mistero, ma ecco che, oltre il mistero, come l'intendevo io, delizioso e quasi divino, ce n'era anche un altro, di cui Simone Simoni mi scopriva la torbida schiuma. Contro la mia volont, nella mia mente turbata si formavano immagini odiose, dove una delle figure era Elodia e l'altra il piccolo uomo rosso. Ma tutte, per fortuna, si dissolvevano quand'ella mi stava vicino. I suoi begli occhi, che in quell'immagini non vedevo mai aperti, guardandomi con la loro limpida e pura grazia, vincevano dentro di me ogni larva opaca. Ed io sentivo nascermi nel cuore il desiderio di un bacio, che non fosse per quello di cui parlava Simone.
...
Egli non s'appag di turbarmi solo con quei perversi consigli; un giorno mi si fece incontro con la faccia malignamente furbesca di chi gode, in precedenza, della confusione che le sue parole produrranno sull'ascoltatore.
Eh, eh! Non l'hai baciata ancora? Ebbene, io s...
Non  vero! gridai.
S, nei sogni...  la stessa cosa. Me la sogno quasi ogni notte.
Non ti credo. Nemmeno questo  vero.
Verissimo continu Simone Eh, mio caro, tu potresti legarle mani e piedi, murarla in una stanza, portarla in capo al mondo, senza impedirle, con questo, di venire liberamente nei miei sogni.
Tentai ribattere: Tu... tu... ma non riuscivo a dir nulla. Ero costernato e fremente.
Da allora, ad ogni nostro incontro, mi ripeteva con crudele sogghigno:
Anche questa notte... Ci trova gusto, la gattina!
E, poich cercavo scappar via, mi correva dietro per afferrarmi:
Vieni qua... Senti! e si smascellava dal ridere. Ti voglio raccontar tutto...
Cos, di me debole, aveva scoperto il punto pi debole, dove potesse meglio ferirmi: la fantasia. Gi molto prima, quando i miei pochi anni vacillavano ancora tra l'immagine di Erode e quelle dei "microcefali", i sogni miei e degli altri mi impressionavano, come il vago riverbero di un mondo ignoto, che, per, fosse pi grave di minacce, che lietamente favoloso. La sera, poggiando la testa sul guanciale, mi pareva quasi di abbandonarmi in bala di un perverso potere. Pi il mio cuore desiderava e richiamava le visioni grate dei volti familiari o si rifugiava nel ricordo di cose gentili e belle, e pi nel sonno mi apparivano larve di paura, aspetti difformi e nemici, o si muoveva un'oscura moltitudine di visi sconosciuti, tra i quali mi smarrivo angosciosamente, come un povero bambino, separato dalla mamma, nell'ondeggiar di una folla che si agiti a sommossa.
Nel bosco, mi chinavo a guardar zio Luca dormente sul prato dei papaveri, e ne spiavo ansioso la faccia che mutava espressione, rivelando spesso una sofferenza che la mia vista non poteva sopportare. Che cosa avveniva sotto quella fronte, a volte impenetrabile e rigida come una pietra, a volte increspata come un velo?
Pi tardi, quando avevo gi dieci anni, salendo, un pomeriggio estivo, verso le falde del Vesuvio, avevo veduto un cacciatore addormentato sul margine di un campo, e, presso di lui, il suo cane, che stava a guardia della giacchetta stesa sull'erba. Quando, poco dopo, ripassai, il cane, puntandosi sulle zampe davanti, guardava la faccia del dormiente, ed abbaiava inquieto. Certo, la bestia fedele scorgeva un nemico passare nel sonno del padrone.
Che nel mio o nell'altrui cervello tenuto dal sonno s'agitassero forme e spettri di paurosa apparenza e, tra mezzo, qualche immagine gentile andasse travolta o si dibattesse perdutamente, come una povera donna spinta innanzi da una compagnia di avvinazzati, questo, senza dubbio, m'affliggeva; ma che il sogno altrui potesse stendersi come una mano rapace sulle cose delicate e pure che pi amavo, e impadronirsene e insozzarle, mostrando la vanit d'ogni difesa, questo mi era un tormento insopportabile, a cui s'univa il bruciore di non so che vergogna. Bastava ch'io andassi per istrada con mia madre o con Elodia, e che l'ubriaco uscito dalla taverna per nuotar dietro la sua ombra, o il mendicante cencioso seduto sui gradini della chiesa per sfasciarsi la piaga della gamba, levassero lo sguardo un momento solo, breve quanto un battito di palpebre, su quelle care persone, perch poi, la notte, potessero richiamarle nel turpe mondo dei loro sogni.
Cos il piccolo uomo rosso mi toglieva Elodia. Per un bisogno naturale di alleviare il dolore di quell'idea, che altrimenti sarebbe stato atroce, pensavo che non tutto il racconto di Simone fosse vero, e che ella non dovesse sorridere tra le braccia di lui, ma puntargli una mano contro il petto e buttar la testa all'indietro, in un disperato sforzo di ripulsa.
Ho letto, or non  molto, ma non so pi dove, e non ricordo se in prosa o in versi, parole che significavano su per gi questo: "La sua fronte si copriva di rossore, vergognandosi di passare nei sogni degli uomini". Allora io desideravo e cercavo quel rossore sulla piccola fronte d'Elodia inconsapevole. Non vedendolo, ero rattristato da quella mancanza come da una colpa di lei.
Un giorno che dentro di me i tormentosi pensieri fomentavano pi acri, m'incontrai con Simone quasi dinanzi al Circolo.
Vieni qua. cominci a dire Anche stanotte...
Mi sentii prendere da una furia prorompente, incontenibile, quasi nel mio corpo fosse entrato un altro pi gagliardo, e gli scagliai sul muso il grosso vocabolario latino che tenevo sotto il braccio. Le lenti gli caddero a terra rompendosi; egli, dopo un momento d'incertezza, strinse i pugni e con un urlo mi salt contro.
Furioso come uno schiavo che insorge, feci anch'io un salto in avanti. Ci azzuffammo, ci percotemmo, ci rotolammo nella polvere della strada, graffiandoci e mordendoci; lo misi sotto e fui messo sotto, mentre ci strappavamo i panni e i bottoni in una lotta selvaggia. Alla fine ci separarono; ma credo che, pur mantenuto, io continuassi a tirar calci nel vuoto. Forse anche per questo la gente accorsa prese le parti di Simone. Un "microcefalo", che dalla soglia del Circolo aveva assistito a tutta la scena, testimoni solennemente che il primo ad incominciare ero stato io.
Ma perch? Senza un motivo! dicevano attorno  un ragazzo malvagio!
Ed io, a testa bassa, tra i rimproveri e lo sdegno di tutti, mi avviai verso casa, molto pi ammaccato e sanguinante del piccolo uomo rosso.
...
Elodia e sua madre furono pi sollecite delle rondini a lasciare il nostro paese; ma, al contrario delle rondini, fuggivano verso il nord. In attesa che la bella stagione me le riportasse, andavo a vedere qualche volta la villa che avevano abitata; finch un giorno, da una di quelle finestre a pianterreno, s'affacci un vecchio prete, che, guardandomi con cipiglio sospettoso, piant precipitosamente tutt'e due le mani su d'una maglietta stesa ad asciugare sul davanzale.
Intanto il caro fantasma d'Amile, che durante il soggiorno d'Elodia s'era tenuto in disparte, usciva di nuovo dalla dimora dietro gli oscuri cipressi per ritrovare il gemello superstite. Quando per rievocavo con pi vivo rimpianto l'immagine della fanciulla lontana e mi vedevo insieme con lei, nel desiderio o nel ricordo, Amile non entrava in quelle visioni; similmente, allorch Amile m'era a lato, ella non veniva in mezzo a noi. Cos Elodia ed Amile non si trovavano mai insieme, come due persone destinate a non incontrarsi.
Verso la fine d'autunno zio Luca ci annunzi improvvisamente che tra una settimana sarebbe partito per Rio de Ianeiro. Questa volta nessuno poteva dubitar pi: aveva perfino fissato il suo posto sul piroscafo, ch'era inglese, aveva nome Union e in quel momento era gi arrivato a Genova, da dove sarebbe venuto subito a Napoli. L'ultima notte che passai insieme con zio Luca, in quella camera che avevamo in comune, e dove ora mi rincresceva di restar solo, valse ad accostarci l'uno all'altro pi di tutti gli anni precedenti.
Sul principio rimanemmo zitti tutt'e due, ma non riuscivamo a prender sonno, e ognuno si voltava e rivoltava nel proprio letto. In mezzo alla camera stava posato a terra un grosso baule, e il suo massiccio corpo, cupamente vago nel buio, mi dava l'idea d'una bara. Di tanto in tanto, mi sforzavo a tossire un poco, per fare intendere a zio Luca ch'ero sempre sveglio e per dirgli cos: Bada! Non ti lascio solo in questa notte! Ti fo compagnia come posso!
Egli pareva rispondermi col muoversi sotto le coperte. Poi, mi chiam a bassa voce.
Mario... Ti d fastidio se accendo una sigaretta? Capisci, mi sento un po'... un po'... e non trovava la parola. La luce del fiammifero quasi mi graffi gli occhi.
Parto col cattivo tempo... Avr giorni di mare grosso.
Rio de Ianeiro risposi vuol dire fiume di gennaio. Ma gennaio  come luglio da noi. Tu vi troverai l'estate e mi venne al pensiero la figura del professore La Rovere.
Segu un momento di silenzio: dalla parte ov'era zio Luca la punta della sigaretta aveva un palpito intenso nel buio. Ad un tratto egli mi domand:
Di' ragazzo; ti dispiace che me ne vada?
Certo, molto.
Dispiace anche a me.  una triste partenza. E chi sa a che sorte vado incontro!
Vai da un amico dissi timidamente.
Un amico! S, dice d'essermi amico... In fondo, con tutto il mio bagaglio, m'avventuro nell'ignoto peggio di un contadino della Calabria... di un povero diavolo d'emigrante che sia spinto per le spalle dalla miseria. Almeno, quelli l portano con loro una pazienza da bue e, quasi sempre, la giovent. Io ho quarantacinque anni.
Poi aggiunse con altra voce: Tu non ripeterai questo a nessuno; e, meno che a tutti, alla nonna.
Avrei voluto rispondere: Zio Luca, non partire! Rimani con noi!, ma domandai solo, con labbra tremanti:
Allora, perch?
La punta di brace della sigaretta acceler quasi convulsamente i suoi palpiti.
Perch parto? e le parole stentavano ad uscirgli di bocca. Perch non posso rimanere pi qui... perch tutto  meglio di questa mia vita da vecchio gatto di casa. I familiari non gli tirano pedate e non lo mettono fuori per commiserazione; ma quella commiserazione com' pesante! Tu sei ragazzo e non puoi capire...
M'ero sollevato su d'un fianco, alzando la testa dal guanciale, e ficcavo gli occhi nell'ombra, verso zio Luca, quasi volessi scoprirne la faccia. Improvvisamente, egli strinse tra le dita il palpito luminoso della sigaretta, soffocandolo, e mormor rapido: Sst! Zitto! Fingi di dormire.
Dal salotto entr in camera, per l'uscio socchiuso, un tremulo semicerchio di chiarore. Sentii nonna Dorotea chiamar piano dalla soglia: Luca... Luca...
Ma zio Luca non rispose; e la nonna, dopo esser rimasta qualche momento ferma ed in ascolto, fece un piccolo sospiro e s'allontan con un soffocato strascinar di pianelle, portandosi dietro quella luce malcerta. Zio Luca s'agit di nuovo nel letto.
L'hai vista? Povera vecchia! Nemmeno lei dormir questa notte! Dev'essere penoso, per una vecchia madre, che un figlio se ne vada tanto lontano, perch... perch... e s'interruppe. Poi riprese: Mario, io ti lascio ancora ragazzo; e potrei anche non tornare. Cerca di non farti una troppo cattiva idea di zio Luca...
E continu con una voce pi calma, ma sconsolatamente rassegnata, che venendo dall'ombra, acquistava, quasi una gravit di mistero:
Ci sono uomini che la sorte ha colpiti nel corpo: o ciechi o paralitici: povere creature che hanno bisogno d'appoggiarsi ad altri anche per passar dal letto alla sedia, o che, senz'aiuto, non potrebbero nemmeno portarsi il cibo alla bocca. Sono inabili a viver da soli; ed  un dovere l'assisterli. Ma non sono sempre i pi disgraziati. C' un'altra specie d'inabili, per cui il prossimo non ha nessun riguardo: uomini sani nel corpo e pure inetti a vivere la loro vita come tutti. Perch? Che cos'hanno? Non sono n i pi sciocchi n i pi cattivi: ma qualche cosa, nella testa o nel cuore, li fa maldestri a muoversi nelle file dell'umanit... Le loro azioni e i loro propositi hanno sempre un arresto di sviluppo, come avviene talvolta per i girini di rana, che rimangono e muoiono allo stato di larve. Iddio non voglia che anche tu, Mario, sia uno di quelli, come zio Luca...
Alla fine riuscii a gridar le parole che mi stavano da tempo nell'animo:
Non partire, zio Luca! Rimani con me!
Improvvisamente scoprivo di volergli molto bene.
Zio Luca scese dal letto e mi cerc nello scuro la fronte, per baciarmi. I nostri due cuori, l'uno presso l'altro, si dicevano una muta simpatia, che veniva da un'affinit intima, bench a noi non ancora nota.
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Capitolo 8.
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Tibut.
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Elodia torn a giugno; come l'anno prima, l'accompagnavo spesso per istrada, e, qualche volta, facevamo insieme lunghe passeggiate, anche senza la signora Reiner. Simone Simoni ammalatosi di tifo alla fine dell'inverno, era tenuto in casa da una lunga convalescenza, e, pi ancora, secondo diceva suo padre, dalla vergogna di mostrarsi in pubblico mentre gli cadevano i capelli, ch'io speravo rimettesse di un altro colore, meno sgradevole.
Ma, purtroppo, la sorte non mi concedeva mai scampo dagli uomini rossi: invece del piccolo, mi turbava ora l'ombra del grande.
Sempre che, riaccompagnando a casa Elodia, ero invitato da lei ad entrare, trovavo in salotto il Dottore insieme con la signora Reiner, la quale, anzich aver fastidio della risata aspra comune ai Simoni padre e figlio, pareva dilettarsene bambinescamente, arrovesciando la testa sulla spalliera della poltrona a dondolo e scherzando coi piedini irrequieti, che or s or no toccavano terra. Allora io pensavo al povero zio Luca (che dal Brasile scriveva di non star male) e lo rivedevo, come circa sette anni prima, nel bosco, in atteggiamento d'accattone supplichevole e ostinato, mentre l'altra camminava fiera e sprezzante, senza guardarlo nemmeno. Cos mi cadeva il piacere di trattenermi con Elodia in un luogo raccolto, che non fosse la strada; di sederle vicino, nell'intimit d'una casa, dove due persone che s'amino, e non vivano insieme, prendono dall'aria familiare un'ebbrezza composta, che li avviva teneramente, e, baciandosi con gli occhi e con le parole, fanno sogni di placida vita comune.
...
Spesso, per incarico della signora Reiner, andavamo a comprare i mostaccioli dalle monache del "Cuore di Ges". Il piccolo convento stava su d'una strada solitaria, una di quelle che da noi chiamano "cupe", chiusa ai lati da muri che alzavano una cresta di cocci.
Una volta, mentre tornavamo, affrettandoci un poco perch si faceva buio, sentimmo alle spalle un mugolo timido, ma continuato, e vedemmo qualche cosa che quasi ruzzolava verso di noi: un cagnolino, tutto testa, che pareva equilibrarsi a stento con le larghe orecchie, e, di tratto in tratto, batteva il muso a terra. Come ci raggiunse, ci si strofin ai piedi, senza smettere il suo gemito pietoso e raccomandandosi anche con gli occhi, a somiglianza dei bambini che vogliono farsi prendere in collo.
Era un cucciolo di qualche mese appena, dal manto nero, su cui spiccavano bizzarre isole bianche, sparse qua e l come macchie di calce.
Elodia s'era chinata ad accarezzarlo, ed esso, con rapide spennellate della lingua rosea, la ringraziava affettuosamente.
Povera bestiolina! Ti sei smarrito? T'hanno abbandonato? Hai fame?
Per la strada non si vedeva nessuno che potessimo credere il padrone, n c'erano case dalle quali il cucciolo fosse potuto venir fuori. Chiss da dove s'era trascinato fin l!
Facciamo finta d'andarcene diss'io. Proviamo se ci segue.
Esso rest un momento incerto, poi ricominci a guaire, correndoci dietro a fatica e quasi arrancando con le zampette davanti, che mal reggevano il peso della testa; ma noi andavamo svelti, e la povera bestia, pur correndo, perdeva sempre terreno. Alla fine si ferm scoraggiata e, col mugolar pi forte, parve volerci implorare di aver piet e di non lasciarlo solo.
Elodia torn indietro e lo prese in braccio.
Accarzzalo! Senti che bel pelo! mi disse  morbido come un pulcino.
La mia mano incontrava timidamente quella di lei, pi sicura: e il tiepido e liscio manto del cagnolino, che stava accoccolato a forma di cercine tra il braccio e il petto della fanciulla, mi metteva nelle dita un leggero brivido, come quando siamo un po' febbricitanti e il nostro tatto  pi sensibile. Ella, chinando la testa col mento sul petto, mi sfiorava la fronte coi capelli, e nel sussurrare affettuose parole al cagnolino, accarezzava con la voce anche me. La mia tenerezza discendeva da lei al cucciolo, che m'era diventato subito caro; ed io sentivo, quasi inconsapevolmente, quello che poi ho capito meglio: cio, che due persone, le quali si vogliano bene, allora sono pi prossime quando paiono dimenticarsi in un comune amore per un altro oggetto, sia esso un bimbo, o sia pure un povero cagnolino trovato per istrada. Ma allora dentro di me c'era anche un'ombra di smarrimento, come se i miei sensi oscillassero un poco per il capogiro di un'ebbrezza leggiera, per una tremula onda di vertigine, che s o no toccava il cuore.
Elodia si mise a camminare col cagnolino tra le braccia.
Me lo prendo io... Me lo porto a casa, povera bestia!
Poi lo pass a me. Era tanto piccolo, ch'entrava nel mio berretto alla marinara.
Bisogna trovargli un nome, un bel nome. diceva lei. Guardalo com' carino!
M'ero accorto che sbagliava con l'usare il maschile e l'avvertii un po' impacciato, quasi vergognandomi:
Non  un cane;  una cagna...
Ah,  una cagna... Suggeriscimi tu un nome...
Me ne venne subito uno all'orecchio, uscito prepotente non so da quale oscurit della mia memoria:
Tibut... Va bene Tibut?
Ella trov che andava benissimo.
...
Tibut fu accolta amorevolmente anche dalla signora Reiner. Bench fosse una trovatella, una povera creatura bastarda, visse la beata infanzia di una figlia unica in una casa ricca, dove ci sia una nonnina molto giovane e un po' sbrigliata che, nemmeno quando sgrida, sappia fare la faccia seria. Ebbe comune con me l'antipatia per il dottore Simoni, quasi che avesse capito i discorsi di lui, che diceva di non amar le bestie e cercava spaventare la signora Reiner per i pericoli che ci mettiamo in casa con un cane.
A volte, mentre l'uomo rosso pareva chiedere il bando di Tibut, questa si rifugiava sui miei ginocchi o in grembo a Elodia e ringhiava sordamente, con piccoli sussulti di tutto il corpo. La signora Reiner arrovesciava la testa, ridendo; il dottore s'alzava e, per mostrarsi buono, veniva presso di noi a far l'atto d'accarezzar la cagnetta, ma la sfiorava appena con mano cauta, temendo il morso ch'io gli auguravo.
Presto Titub divenne abile a correre, e ci accompagnava sempre nelle nostre uscite, facendo risuonare il bubbolo, che le danzava capriccioso davanti alla macchia bianca del petto: qualche volta rimaneva indietro a puntar le lucertole o fare il muso di broncio ad un gatto; poi ci raggiungeva o ci sorpassava come una freccia, girandosi verso di noi con un ruzzolone. Ma era sempre docile al nostro richiamo, e mostrava d'aver per tutt'e due uno stesso amore fedele.
Il principio di quell'estate mi torna al ricordo come un tempo di tregua, non privo di qualche sorriso: passavo la maggior parte del giorno fuori casa e i miei non mi rimproveravano delle lunghe assenze. Soltanto, la mamma che non m'aveva mai chiesto notizie di Elodia, pur sapendo di quella mia amicizia, mi fissava, talvolta, con uno sguardo quasi interrogativo e un po' triste, nel quale, allora, se avessi capito, avrei scorto l'ansia sospettosa dell'amor materno, che sente non pi tutto suo l'animo del figlio e s'affligge d'una pena che, per la sua purezza, non converrebbe chiamar col nome volgare di gelosia.
Io avrei tanto voluto che conoscesse la mia piccola amica, le parlasse e se la stringesse al petto come una figliuola; e spesso univo nella mia mente quelle due persone a me care, immaginandomi un futuro, di cui, per, non avevo fiduciose speranze.
Intanto Elodia cominci a farmi accenni che mi preoccupavano: pareva che la madre avesse idea di metterla in collegio, a Firenze; e, l'estate ventura, portarla con s nella Svizzera. Poi mi disse che s, l'estate, sarebbero venute un'altra volta a passarla da noi, ma che, certo, ella andava in collegio, e quell'anno ci saremmo separati anche pi presto.
Ci eravamo proposti di passare allegramente i giorni di vita comune che ci avanzavano; ma il pensiero dell'immancabile distacco, il dubbio che, forse, non ci saremmo rivisti nemmeno l'anno venturo, e quella deserta immagine che produceva in me, e credo anche in Elodia, la parola "collegio", quasi fosse stata simile alle altre "monastero" o "prigione", ci rattristavano contro ogni proponimento.
Ad accrescere la nostra tristezza il tempo si guast dalla fine di luglio, e continu per tutto agosto quasi sempre piovoso; mentre Simone, guarito del tutto e rimesso i capelli del color di prima, si affacciava qualche volta nel salotto della signora Reiner, dove suo padre dominava pi che mai.
Solo Tibut era vivace e festosa, e dava guerra alle zanzare o inseguiva col musetto in su quei bioccoli che il fiato della stagione moribonda portava via agli oleandri del giardino e spingeva, in aeree giravolte, da una stanza all'altra.
Tibut sussurrava spesso Elodia, richiamandola tu non sai che la padrona ti dovr lasciare... Ne avrai pena? Mi dimenticherai subito?
Quelle parole m'accoravano come se andassero a me. E il dottore saltava su con la sua risata insopportabile:
Bene, bene; il collegio ti far donna, bambina mia!
Io guardavo la signora Reiner e mi domandavo come potesse aver l'animo di separarsi dalla figlia: eccola l che si dondolava indifferente o sorrideva, battendo a terra il tacco della scarpetta.
La sera prima della partenza, Elodia mi disse all'orecchio:
Tibut la prenderai tu... Hai capito? La porterai a casa tua.
Eravamo seduti su d'una panca, accanto al muro della villa, sul quale s'apriva l'occhio tondo della sala d'entrata.
Tibut... chiam Elodia. Tibut corse e le salt in grembo. Ella stette un momento in silenzio, con una guancia sulla testa della cagnetta. Le nostre spalle si toccavano. Poi mi pose Tibut sui ginocchi e, accarezzandola sempre, le sussurr:
Ecco il tuo padrone, Tibut... Tu gli vuoi gi bene. Gliene vuoi da quando ci seguisti per istrada. Ora io me ne vado e ti lascio a lui. Non devi dimenticarmi... Egli, qualche volta, chiamer il mio nome, dir "Elodia" dinanzi a te, e tu tenderai le orecchie e muoverai la coda, ricordandomi.  vero che farai cos?
La bocca d'Elodia m'era tanto prossima, che ne sentivo l'alito in faccia. Le labbra mi tremavano; e poich non eran brave a dire le parole del commiato, pareva volessero scambiar con lei un timido saluto, sfiorando le sue. D'improvviso, sul nostro capo, scrosci una risata che ci fece balzare in piedi... Vedemmo Simone Simoni che s'era sporto con tutto il busto fuori del finestrino della sala e ci ammiccava di dietro alle lenti, luccicanti nell'ombra.
Cos mancai il primo bacio d'amore.
...
Tibut fece subito amicizia con la mamma e nonna Dorotea; ma non riusc a vincere la diffidenza di Rosaria, che temeva i furti in cucina.
La povera nonna non aveva pi nel mio cuore il posto di una volta: ella se n'era accorta da tempo, e, certamente, ne soffriva, pur mostrando di non badare a me, come se non fossi esistito. Dopo la partenza di zio Luca, aveva un'aria di maggior vecchiezza: tossicolava sempre e passava molte ore del giorno in camera sua, seduta su d'una poltrona, con uno scialle di lana sui ginocchi.
Qualche volta io attraversavo di corsa la sua camera: allora la sentivo brontolare non so che rimproveri. Soltanto cos mi dava segno di quella specie di rancore, ch'era, tuttavia, affetto. Ma la mia mente m'allontanava da lei, come gi m'aveva staccato da Rosaria. Era presto perch l'una e l'altra potessero parlarmi con la dolcezza dei ricordi; era tardi perch tra me e loro potesse ancora resistere l'antico legame. Infatti, nessuna delle mie immaginazioni le ricercava pi.
Tibut mi riavvicin un poco alla vecchia nonna: quando le saltava in grembo e s'accoccolava per dormire nel caldo dello scialle, la vedevo cos bene accolta, che me ne compiacevo in segreto e pensavo che nonna Dorotea avrebbe posato amorevolmente l'incerta mano sul capo d'Elodia, se anche quella le fosse venuta vicino.
A quel tempo, cio verso la fine del mio tredicesimo anno, risalgono i primi ricordi di un altro pi penoso distacco della mia vita interiore: tra me e mio padre cominci allora e continu, aggravandosi sino alla morte di lui, una distanza che raffreddava i nostri rapporti e che, non significata da un manifesto dissidio, ma fatta pi di silenzio che di parole, nessuno di noi due riusciva a misurar bene e ognuno forse credeva maggiore di quanto fosse, come avviene per una falla apertasi nel buio.
Eravamo entrambi naturalmente taciturni, e il babbo, per le sue occupazioni che lo tenevano tutto il giorno fuori di casa, passava con me solo le poche ore tra il desinare e la mia andata a letto, quando, stanco dalla giornata di lavoro, si chiudeva un po' nel suo bisogno di riposo. Anche per questo la nostra reciproca confidenza diventava difficile.
La pi triste condanna d'un uomo costretto a una lunga occupazione pel bene della sua famiglia  appunto in ci, che ogni ora ch'egli passa lontano di casa, nel suo ufficio, nella sua fabbrica o nella sua bottega, pu portargli via qualche cosa di conosciuto, di caro, di riposto, dall'animo dei suoi familiari, e perfino da quello dei propri figliuoli; e pu fare in esso un vuoto, o peggio, tutta un'altra vita, che gli si potr rilevare in un momento solo, agghiacciandolo per l'angoscia.
Io sentivo nel silenzio del babbo, pi che un rimprovero, quella specie di broncio continuo che chi s' accorto d'essersi illuso nelle sue speranze riguardo ad una persona, tiene quasi sempre verso questa, quando pure non la pu incolpare del suo passato inganno; e capivo che egli vedeva crescer con me una pianta non simile a quella che aveva creduto indovinare dai primi germogli.
In che cosa gli spiacessi non sapevo bene: forse era scontento della mia timidit, che credeva fiacchezza d'animo, della mia mancanza d'ardore, che m'impediva d'appassionarmi particolarmente per qualunque studio e che, forse, gli pareva indizio di torpore mentale; e, soprattutto, della mia tendenza a fantasticare, che, facendomi ritroso a quelle occupazioni le quali richiedono una cura attenta, o distraendomi, nel mentre le seguivo, era presa da lui per pigrizia e svogliatezza al lavoro.
A poco a poco mi persuasi ch'egli mi trattava duramente, perch mi scorgeva dar segni di una natura affine a quella di zio Luca. E ritenendo durezza e quasi ostilit ci, che, senza dubbio, era affettuosa preoccupazione per la mia sorte avvenire, cominciai a credere che mio padre fosse ingiusto con me, come gi prima lo era stato col suo povero fratello. Rafforzai cos nell'intimo del mio cuore un sentimento di solidariet con lo zio lontano, sentimento del quale avevo avvertito il primo nascere nell'ultima notte passata in veglia con lui. Dal Brasile zio Luca ci mandava scarse e brevi lettere: io presi a scrivergli di frequente e a lungo; in tal modo si stabil tra noi due una corrispondenza, dove gli altri non avevano nessuna parte.
Come tutti i timidi, nelle lettere vincevamo facilmente l'impaccio delle mutue confessioni, che, a voce, ci sarebbe parso insuperabile. Egli mi trattava da "giovanetto ormai in grado di capire", e mi chiamava "secondo s stesso", e finanche "figliuolo spirituale". La sua lontananza era un "esilio", egli era "lo zio esule", e tornava spesso su questa idea, facendomi intendere che era stato esule anche in patria, a casa nostra.
Cos zio Luca, che ai miei sguardi infantili era apparso un goffo bambino malcresciuto, ora, nella mia immaginazione, risplendeva quasi dell'aureola dei martiri; e ci che un tempo avevo spregiato in lui come segno d'inferiorit rispetto a mio padre, si mutava, invece, in una specie di grazia naturale: nella varia e sempre simpatica bizzarria di uno spirito un po' disordinato, ma buono e profondo. Molto della sua vita mi rimaneva oscuro e ignoto, per quanto cercassi d'integrar con la fantasia le notizie manchevoli; pure, m'andavo persuadendo che la sua partenza era stata l'epilogo necessario di una guerra sorda fattagli da mio padre.
Una volta m'aveva mandato, in una lettera, una strana parafrasi della favola "Superior stabat lupus", sottolineando queste parole e raffigurandosi chiaramente nella parte della vittima. Chi fosse il lupo non mi diceva, ma io ero sicuro di averlo capito.
...
Poich Elodia non tornava, solo Tibut poteva essere la mia compagna. Quando ero costretto a lasciarla a casa, dovendo andare dal professor La Rovere, mi sentivo inquieto per il timore che nella mia assenza le capitasse qualche disgrazia, e al ritorno la vedevo al balcone con la testina sporta in gi tra i ferri della ringhiera, impaziente pel desiderio di farmi festa. Quasi ogni giorno uscivamo insieme in lunghe passeggiate, durante le quali io rievocavo quella che avrei voluto fosse con noi non in ricordo, ma in persona. Un po' per la mia indole, un po' perch tutti gli uomini m'apparivano simili a quelli che avevo conosciuti e m'immaginavo nemici, e pi ancora per un bisogno di scansar gli sguardi, quasi temendo mi violassero i pensieri, me ne andavo in luoghi deserti, al bosco o lungo la spiaggia, e m'intrattenevo in colloqui con me stesso o con Tibut, che pareva intendere, se non le mie parole, il loro accento di amore e di rimpianto.
A volte, nel bosco, mi sdraiavo sul prato dei papaveri, come zio Luca, e, con Tibut sul petto, sperdevo gli occhi nel cielo. Io ero a quei tempi nell'et che si dice ingrata, qual', infatti, ma pi a s stessa che agli altri; e dal fermento del mio animo cominciavo a sentir vaporare qualche cosa di torbido, che si rivelava in uno stordimento sgradevole, bench passeggiero.
Eppure, in quella solitudine, disteso sul prato del bosco o sulla rena della spiaggia, mi sentivo, a volte, in attesa di una prossima rivelazione, che avrebbe fatto luce dentro e fuori di me, fugando le malinconie, le ansie, le angosce, come paurose larve del buio. Allora io sarei passato in un attimo dalla fanciullezza alla giovent, alla vera vita; e ci mi sarebbe stato facile e rapido, come m'era il risveglio, la mattina, quando qualcuno entrava nella mia camera e apriva le imposte del balcone.
Forse tutto il mistero del mondo, soprattutto il mistero dell'amore, stava in una sola parola, che mi pareva vedere scritta a grandi, ma pallide e incerte lettere, sull'azzurro del cielo: "volutt". La leggevo, senza intenderla ancora; ma con un balzo del cuore pi che della mente, un giorno l'avrei compresa, ed essa mi sarebbe apparsa in segni splendenti come raggi di sole. L'aurora di quella nuova vita si sarebbe specchiata festosa negli occhi d'Elodia.
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A giugno, uscendo dal collegio, Elodia era andata con la madre in Isvizzera; e tutte le mie speranze gi da quell'estate correvano all'altra ventura.
Un giorno, tornando a casa, non trovai Tibut. Rosaria mi disse che Simone Simoni era venuto a prendersela in mio nome, per portarla a spasso.
Simone? Quando? Ah, me l'ha fatta! e mi precipitai in istrada alla ricerca di lui.
Pi d'una volta m'aveva chiesto di portar a passeggio Tibut, ma io non avevo mai acconsentito. Tibut non mi pareva cosa da darsi in prestito e, tanto meno, al piccolo uomo rosso. Ora, profittando della mia assenza, egli era riuscito a cavarsi quel gusto. Lo cercai perfino al Circolo, chiesi di lui a tutti, se l'avessero visto in giro con la cagna: ero irritato e, insieme, impensierito. Dopo la zuffa, nella quale, veramente, m'era toccata la peggio, egli aveva sempre verso di me un contegno ambiguo, e, pur mostrando noncuranza ogni volta che c'incontravamo, metteva nel guardarmi e nel parlarmi una minaccia sottintesa, come a dire: Vedrai se sapr castigarti d'esserti ribellato!
Alla fine lo vidi venir innanzi adagio dal fondo della lunga e diritta strada che dalla piazza della robinie porta alla Stazione. Teneva Tibut al guinzaglio, e da lontano nella camminatura della povera bestia mi parve scorgere una obbedienza forzata, quasi rigida.
Io mi misi a chiamarla; essa, sentendomi, dava stratte al laccio; poi riusc a liberarsi e, trascinando il guinzaglio per terra, mi corse incontro. Simone la segu lemme lemme, senza scomporsi. Non lo volli aspettare, e gli voltai le spalle.
Un momento! mi grid lui. Senti prima che cosa  successo.  uscita di casa signorina e ritorna signora!
Che? che?
Mi si teneva un po' a distanza, ridendo.
Siamo stati al Porto. L un grosso cane s' innamorato di Tibut. Lo sposo  bello, ma ha il difettuccio di zoppicare.
E poi che dovette credere che io volessi saltargli addosso, mentre che in verit ogni mia idea vacillava per il colpo improvviso, cominci a retrocedere, sempre guardandomi e sghignazzando:
Era tempo che trovasse un marito... Era tempo che trovasse un marito...
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Sul principio, volli non pensare alla "cosa orribile", mi sforzai a credere che non fosse vera, e Simone Simoni avesse mentito. Ma l'immagine del fatto, entrata nella mia mente, vi si teneva e vi dominava; e la mia volont non giovava a farmi schermo, come non ci giova chiudere le palpebre per liberarci da quella specie di macchie che, a volte, ci rotano lente, ma ostinate, dinanzi alla vista.
Quando Tibut mi si accostava scodinzolando o mi saltava sui ginocchi, dovevo vincere non so che impulso per non mandarla via; spesso cominciavo ad accarezzarla, e, quasi dimentico, mi lasciavo prendere dalla tenerezza di prima, cos che me la stringevo al petto o la baciavo sulla testa; poi, all'improvviso, il ricordo mi tornava anche pi crudamente vivace e, come per un brusco moto di ripugnanza, la scacciavo, quasi buttandola a terra. Essa rimaneva umiliata: con la coda tra le gambe e le orecchie basse, pareva chiedermi la ragione dell'improvvisa ripulsa. Allora sentivo d'essere stato ingiusto, ma non avevo l'animo di riparare a quell'ingiustizia, e non richiamavo Tibut. Le sue forme, le sue mosse, perfino la sua grazia festosa, m'apparivano guastate da un'impurit che intorbidava quanto di pi gentile e pi gelosamente caro avevo riposto in essa: il ricordo d'Elodia.
Tentavo di staccar l'immagine della fanciulla da quella di Tibut; ma l'una e l'altra erano cos unite nella mia mente, che non riuscivo a separarle. Ed io stesso facevo offesa al mio cuore, macchiando ci che avrei voluto conservare immacolato.
Intanto Tibut cominciava a rivelar nel corpo la triste avventura che aveva avuta al Porto; ed io quasi m'indignavo di vederla, incosciente della sua vergogna, mettersi in mostra per casa.
Una sera, Rosaria, mentre ci serviva a tavola, disse, guardando la cagna, che di solito la seguiva col musetto teso verso il vassoio ch'ella portava in giro, ed ora rimaneva mogia e svogliata su di una sedia:
Gesummio, questa bestia mi fa pensare! Che ci stia preparando dei cagnolini?
Mi sentii avvampar di rossore e mi chinai confuso con la faccia sulla tovaglia. Oramai tutti "sapevano".
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Tibut, ingrossando, mi divent addirittura odiosa. Si trascinava goffamente, oppressa dal ventre pieno, e anche se stava rimpiattata nel cantuccio di un divano o sotto un tavolino, mi pareva ingombrar la stanza e pesar sul mio respiro come un incubo. Quella vista mi cacciava di casa o mi spingeva a chiudermi in camera, dove passavo lunghe ore steso sul letto, col corpo pigro, ma la mente in delirio.
L'idea delle nozze, che prima mi veniva soavemente vaga col profumo dei fiori che inghirlandano le spose e con la dolcezza della musica che si suona per loro, si precisava in una visione ripugnante. La leggiadra, la gentilezza, la sorridente modestia, che fino ad allora mi erano apparse come un manto di grazia di cui s'avvolgessero le donne, e, pi di tutte, le giovani e le fanciulle, ora in nessuna valevano a nascondere la femmina, sorella di Tibut e condannata alla stessa sorte d'impurit e di vergogna. Elodia passava e ripassava nel mio delirio, coprendosi la faccia con le mani, come per una sua colpa. E perfino mia madre perdeva qualche raggio della sua aureola.
A volte, quando lasciavo la mia camera, mi sentivo la testa confusa e pesante, come per un'ubbriacatura male sfumata.
Attraversando il salotto, se trovavo l'uscio aperto, guardavo alla sfuggita nella camera di nonna Dorotea. La vecchia nonna era indulgente con Tibut e l'accoglieva ancora nel morbido del suo scialle. Ciondolando il capo nel suo continuo sonnecchiar d'ammalata, pareva chinarsi a proteggere il riposo della cagna gravida.
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Oramai credevo d'aver penetrato il mistero, di cui avevo atteso come una festa dell'anima la rivelazione: non luce, non gioia, non bellezza, ma ombra e turpitudine. La parola "volutt" ora mi appariva nel cielo come un'enorme macchia di fango che l'insozzasse. E, per maggior tristezza, sentivo che tutte le creature del mondo, anche quelle a me pi care e pi vicine, davano un lieto consenso alla vergognosa sorte, contro la quale il mio cuore solo si rivoltava.
Un giorno attaccai il guinzaglio al collare di Tibut e la portai fuori di casa, quasi trascinandola per istrada. Non sapevo bene che cosa avrei fatto; ma, comunque, volevo liberarmi dall'incubo nauseabondo, rivoltarmi contro l'impressione che mi soffocava. Forse avrei lasciato la cagna nel bosco, legandola a un albero; oppure l'avrei data in dono al primo monello in cui mi fossi imbattuto.
Dopo aver vagato di qua e di l, presi la via del Porto. Calava il sole, faceva freddo, e le banchine erano deserte. Tristi, sparuti cani, affamati anche negli occhi cisposi, alzavano il muso dalle immondizie per poi rimettersi subito a frugare, come quando ero venuto l per la prima volta, in compagnia di zio Luca. Guardai se tra quelli ci fosse il cagnaccio zoppo di cui aveva parlato Simone; ma non lo vidi.
Qualcuno s'avvicin a Tibut, annusandola; allora la tirai per il laccio, duramente.
Andai oltre, fin quasi alla punta del molo. Sotto il fianco esterno il mare batteva contro gli scogli accatastati a far riparo, rompendosi sul taglio dei massi e gorgogliando nelle pozze tra l'uno e l'altro. Ora avevo tolto il guinzaglio a Tibut e m'ero fermato a guardar le onde che incupivano e ribollivano come i miei pensieri. Tibut s'era affacciata anch'essa all'orlo del muraglione, quasi schiacciando a terra il ventre gonfio. Per un poco stetti immobile a fissarla, poi, sotto l'impulso dell'orrore, la spinsi di dietro col piede. Essa sdrucciol di fianco; e con un disperato sforzo, riusc ad aggrapparsi con l'unghie delle zampe davanti al ruvido scrmolo del molo: gi tutta fuori, si teneva sospesa, pi che col muso e con le unghie, col povero sguardo folle di paura e d'ansia. Mi chinai per afferrarla, ma la vidi cadere e gettai un grido.
Allora mi misi a correre, a fuggire, per il molo, per il Porto, per la strada; e mi pareva che Tibut, gi fantasma, mi seguisse affannosamente alle calcagna.
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Capitolo 9.
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Giacomo Telonio.
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La mia fantasia, dopo avermi spinto ad uccidere Tibut, rimase inerte e fiaccata per lungo tempo. Passarono mesi ed anni, che m'appaiono insignificanti alla memoria come una sfilata di facce comuni. Non pensavo a Elodia se non di rado e senza palpiti; avevo smesso la corrispondenza con zio Luca, e nell'orrore del mio delitto m'ero tanto avvilito da farmi torpido pure al rimorso.
Verso la fine del mio quindicesimo anno, nonna Dorotea mor di bronchite. La piansi, ma non molto e quasi di proposito, per non parere a me stesso d'animo duro. Poco dopo, Rosaria ci lasci, ritirandosi in un ospizio di vecchie.
Gli affari del babbo andavano male; ed egli, meno occupato, cominciava a rimanere in casa pi a lungo del solito. Spesso, girando per le stanze, s'affacciava in camera mia; se stavo steso sul letto a leggiucchiare o a sbadigliare nella mia penosa accidia, sentendolo venire, saltavo in piedi. Il mio letto sempre acciaccato  l'immagine pi significativa di quel triste periodo della mia vita, quando lo scorrer del tempo mi pareva espresso dal suono monotono dello "scacciapensieri", che, solitario pianto di qualche contadino seduto a terra sotto un albero, mi arrivava per ore ed ore da un orto dietro casa.
Ci che di me pensava allora mio padre  scritto in un quaderno che alla morte di lui trovai tra le altre carte. Esso  una specie di taccuino, dove sono annotate, a sbalzi di tempo, cose riguardanti gli affari e le spese della nostra famiglia, e, di tratto in tratto, preoccupazioni, fedi e dubbii di pi riposta natura.
"Mario", si legge a un punto, "ieri ha compito sedici anni. Continuo ad essere inquieto per il suo avvenire. Pure essendo ormai sul limitare della giovent, non mostra per nessun segno quei palpiti, quei fervori e quelle speranze che, anche folli o smodati, son proprii dell'et sua. Non mi dorrei di questo se almeno scorgessi in lui una di quelle indoli che si dicon pratiche e che, tenendosi lontane dai sogni, sono atte ad una vita mediocre, ma sicura di s".
Il mio povero babbo non intendeva che la mia mente era caduta nella prostrazione giusto per un eccesso di fantasia.
Intanto tiravo innanzi negli studii, sempre col vecchio La Rovere, e, dopo aver fatto gli esami di licenza ginnasiale in una scuola di Napoli, mi preparavo secondo il programma dei licei. Simone andava a studiare in citt, cosicch anche per questo ci vedevamo molto di rado, e nei brevi incontri ci salutavamo appena.
In casa La Rovere m'era condiscepolo un giovinetto magro e malinconico, afflitto da una barba precoce e da un difetto di pronuncia. Sua madre era un'appassionata lettrice di romanzi, specialmente francesi; ed egli, che si vantava di questo come di una gloria familiare, m'offerse di prestarmene qualcuno, tanto pi, diceva lui, che la madre, dopo averli letti, li abbandonava per casa come limoni spremuti. Cos, a poco a poco, m'iniziai ai piaceri della lettura e seppi com'essa dia caldo nelle lunghe notti d'inverno, quando il capo poggia su due guanciali e la mano che tiene il libro non esce fuori dalla coperta.
Attraverso i romanzi, mi sentii di nuovo vivere, ma mi risvegliai ad una vita tormentosa. Erano, per la maggior parte, libri di quel genere che dal Rousseau a noi ha denudato, in mille confessioni, la miseria umana, e, mostrando all'uomo come ogni nobile fede sia destinata ad esser tradita o delusa, l'ha persuaso a non alzar gli occhi al cielo senza Dio e a ricercar solo quella fugace gioia dei sensi, che, a prezzo di lacrime o di sangue e con torbido seguito di nausea, pu trovare nella sua squallida giornata terrena.
Quando, una volta, mio padre venne in camera mia, ed avendo scoperto quei libri, m'impose di restituirli subito, io mi ero gi stancato di quelle letture. Tuttavia, l'asprezza del babbo mi dispiacque, e continuai in seguito a farmi prestare romanzi dal mio compagno.
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A diciotto anni m'iscrissi alla facolt di legge dell'Universit di Napoli. Mi ci iscrissi contro voglia, anzi addirittura con avversione, presentendo che dagli studii giuridici non avrei tratto nessun profitto, e repugnando gi, col pensiero, dalla professione d'avvocato; ma non ebbi animo di venire in aperta guerra con mio padre. Pi che dalla paura di far male a lui, ero tenuto dal ritegno di addolorare la mamma, che del nostro muto contrasto era quasi sgomenta, e la sera, a tavola, quando stavamo l'uno di fronte all'altro, ostinatamente taciturni, si sforzava, in cento modi, di farci parlare e ci gettava occhiate afflitte e, insieme, ansiose, come per scrutare, nel fondo del nostro silenzio, la ragione del dissenso.
D'altra parte, non sentivo nessuna particolare tendenza per questo o quello studio: credevo che, forse, solo la musica m'avrebbe attratto, ma non mi avevano mai insegnato nemmeno una nota, ed ormai era troppo tardi per cominciare.
Il mio studentato pass senza scapigliature goliardiche e senza lasciarmi nessun ricordo caro, n di professori n di compagni. Non valse neppure a soddisfare mio padre, che, se non mi rimproverava mai, m'incolpava in silenzio, o almeno pareva m'incolpasse, dello scarso zelo che mettevo in quegli studii. Ci m'irritava come un'ingiustizia. Si pu pretendere dal forzato che egli faccia il suo lavoro, non gi che vi si appassioni.
Fino ad allora non ero stato a Napoli, pur tanto vicina al nostro paese, se non di rado e per breve tempo. Ora vi passavo la maggior parte del giorno, tornando, a sera, col tram che in un'ora mi portava a casa.
Dapprima fui stordito quasi piacevolmente dal chiasso festoso delle vie; poi mi sentii anche pi solitario e mi parve di andare in giro come un morto tra mezzo agli uomini pi vivi del mondo. Pensavo che proprio niente dell'anima meridionale fosse in me e che, forse, mi sarei trovato in patria solo in quelle lontane terre del nord, da cui venivano quei biondi e malinconici viaggiatori che, la sera, incontravo a via Caracciolo, fermi dinanzi al parapetto, in lunga contemplazione del mare. Da l, al tramonto, mi avviavo a prendere il tram, ripassando per Chiaia e Toledo. Nella folla vivace e chiacchierina che mi urtava e mi sospingeva, guardando i giovani dell'et mia che andavano allegri in due o in tre o con donne eleganti e belle, mi domandavo per quale sorte io fossi diverso e se tra quelle donne non potessi trovarne una, che m'insegnasse a godere come gli altri.
Con Tibut, io avevo buttato a mare ogni bene della mia adolescenza; e per lunghi anni il mio cuore stette inconsapevolmente sotto il peso di quel delitto, finch si risvegli alla pena viva delle lacrime.
Ho fretta di arrivare col mio ricordo a quel giorno. Salto cos una lunga lacuna di tempo, da cui si alzano rade e scialbe immagini, come forme di nebbia da una palude. Gli ultimi anni dei miei studii universitarii, la mia pratica legale presso l'avvocato Savastelli, le mie impazienze: tutto ci non merita d'esser narrato. Non provo nessun piacere a rivedermi nel vecchio studio del Savastelli, l, dietro la grossa tavola di noce, dove siedo per lunghe ore, adombrando con la tristezza della mia fronte la carta su cui scrivo. Di contro a me sta seduto Gregorio, "il giovane" che s' invecchiato a quel posto, e che, di tratto in tratto, alza la testa e mi fissa col suo sguardo afflitto, ma bonario, di mansueto cane barbone. Tolto commiato da lui, i miei ricordi si lasciano volentieri alle spalle la porta di quella casa. Eppure, fin quasi alla fine della loro via, non incontreranno se non angosce e dolori.
Il babbo m'incitava ad esordire pubblicamente nell'avvocatura, sperando che un esordio felice m'avrebbe attaccato per sempre alla professione. Per un anno e mezzo l'avvocato Savastelli m'impieg solo a copiar carte e a sbrigar pratiche; infine, cedendo alle insistenze di mio padre, ch'era suo amico, risolse di provarmi nella difesa di una causa penale. Io avrei "parlato" prima di lui, nella mia qualit di procuratore; nel caso di un mio cattivo risultato, che il Savastelli pareva ritener certo, egli sarebbe corso ai ripari, nell'interesse suo e del cliente.
Cominciai a studiarmi il processo; ma senza nessun entusiasmo, anzi con tanta svogliatezza che oziavo con gli occhi sulle pagine e non leggevo quasi nulla. Da principio non afferrai bene se non il nome dell'imputato, Giacomo Telonio, ripetuto in ogni pagina, qua e l: il nominato Giacomo Telonio, il sopraddetto Giacomo Telonio, o il prefato Telonio Giacomo... Esso non mi faceva pensare ad un uomo, ma mi pareva una delle solite tediose espressioni da legulei, di quei termini che s'incontrano ogni quattro righe nei manoscritti e negli stampati della letteratura curialesca.
Poi cominci ad alternarsi e a congiungersi con un altro: Pasquina; e questo nome femminile mi fece pi attento. Giacomo Telonio aveva ucciso Pasquina, d'ignoti. Tutto di lei era ignoto, o quasi: il padre, la vita prima che ella conoscesse Giacomo, e, pi d'ogni altra cosa, il suo cuore di donna. Giacomo l'aveva uccisa una notte, mentre ella gli dormiva a fianco. Ed aveva ucciso due vite, perch Pasquina era incinta.
Ed ecco il Savastelli che si degna di domandarmi:
Ebbene, avete letto? Che cosa ne pensate?
Poi, senza aspettare che gli risponda:
L'imputato ha un contegno strano. Spero che non vi sia sfuggito come la difesa abbia buon gioco. Egli rispetta la memoria della morta fino a sacrificare s stesso. Ma noi dobbiamo e possiamo parlare per lui. Ha tolto una fanciulla dalla strada, l'ha beneficata, pensa di farla sua moglie... Riceve male per bene; e, una notte, improvvisamente invasato dal suo sdegno di uomo, uccide non la donna, ma la bestia che gli dorme a fianco, tronfiamente supina nella sua colpa. Altra tesi: l'imputato tace, perch non ricorda nulla e non pu dir nulla. Ubbriachezza, incoscienza, irresponsabilit assoluta. Ma, naturalmente, bisogna scegliere subito una delle due vie e seguirla sino in fondo, senza badare all'altra. Tutt'e due potrebbero portare all'assoluzione.
Questo, su per gi, mi diceva il Savastelli, soddisfatto di s e battendo il rovescio della mano sull'incartamento del processo, posato sulla tavola.
Comunque, rinfrescate i vostri ricordi di letteratura russa. Ora  in voga. I giovani avvocati hanno sempre sulle labbra Dostoiewski e Tolstoi. Prima, s'esordiva con Dante. Bisogna adattarsi ai tempi.
Ma si capiva bene ch'egli non aveva nessuna fiducia in me.
Dunque, Giacomo Telonio esisteva davvero, oltre la carta rugosa su cui era scritto il suo nome: un uomo pativa in carcere, dopo aver ucciso; una giovane donna era morta, colpita nel sonno; e in tutt'e due i cuori, il vivente e l'altro sepolto e chiuso per sempre, sarei dovuto penetrare io, che mi sentivo inetto a guardare perfino nel mio stesso cuore. A poco a poco, quasi senza accorgermi, m'avvicinavo con la fantasia allo sconosciuto, col quale il Savastelli riteneva inutile farmi avere un colloquio. Mi avvicinavo e non riuscivo a intenderlo, attraverso il suo silenzio, se non prestandogli l'anima mia. Il mio delitto rassomigliava al suo; difendendo lui, avrei difeso anche me. Ma era bene, era giusto che facessi quella difesa?
Cos antiche immagini mi tornavano in mente, e quasi mi pareva d'aver ucciso non Tibut, ma Elodia fanciulla, che pesava sul mio cuore proprio come una morta.
Vidi Giacomo Telonio, la prima volta, il giorno del pubblico dibattimento. Stava nella gabbia, solitario e lontano, come in una segregazione di cui avesse segnato egli stesso, attorno a s, i limiti non visibili, ma pi fermi delle sbarre di ferro. Pallido, magro, dal viso glabro, simile a quello di un prete giovane che le astinenze facciano patire, rimaneva con lo sguardo in gi, non in una espressione che potesse tradire l'ipocrisia dell'umilt studiata, ma nell'altra dell'uomo ripiegato sulle cose interiori dell'anima sua. Nell'insieme, era di aspetto dimesso eppure non plebeo. Di volgare non aveva se non le mani, rosse e tozze, che teneva unite sui ginocchi e che parevano estranee a lui.
Mani omicide! pensai, e, preso da un piccolo brivido, mi guardai le mie.
Intanto l'avvocato Savastelli s'era accostato alla gabbia, per mormorargli non so che parole; egli lev un momento il capo voltandosi verso di me, poi si rifece immobile ed assente.
Mi sentivo l'animo malsicuro ed il cervello annebbiato. Sebbene avessi scritto e mandato a memoria, in lunghe notti insonni, tutto il mio discorso difensivo, ora temevo che, venuta la mia volta, non sarei riuscito a dir nulla; e non mi trovavo in mente se non periodi staccati e senz'ordine, che mi parevano un'accozzaglia di luoghi comuni. Ecco che Giacomo Telonio  fatto uscir dalla gabbia. Tutti tacciono, in attesa che risponda all'interrogatorio. Quella , dunque, la sua voce? Ma pare la voce di un bambino! Perch vogliono che parli pi forte? Si capisce che non pu! Eppure nessuna delle sue parole mi sfugge; e quando egli si ferma per un poco, chinando la testa, io intendo le altre parole che vorrebbe dire e che lascia in fondo al suo silenzio. Alla domanda del Presidente: Perch avete ucciso? prima tace e poi balbetta: Non so; non ricordo pi nulla.
Io potrei rispondere per lui, ma il Savastelli mi ha fissato la tesi, mi ha imposto il tema, oltre il quale non mi  lecito andare: incoscienza, irresponsabilit; menzogne che potranno essere la salvezza. L'interrogatorio di Giacomo Telonio  finito, comincia quello dei testimoni, della gente che ha conosciuto lui e la donna morta. Come passa il tempo e s'avvicina il momento d'alzarmi a parlare, mi sento sempre pi inquieto, e m'accorgo che gi mi tremano le labbra. Odo di tratto in tratto la voce del Savastelli che interrompe i testimoni, si rivolge al Presidente e, infine, discute col perito medico: una voce sempre sicura che s'abbassa e s'alza di tono, studiatamente, come quella di un attore che, pur nei momenti drammatici della sua parte, conservi freddo e calmo il suo cuore vero.
Ed ecco che si leva in piedi l'avvocato della Pubblica Accusa.  un uomo piccolo, acceso nel volto, su cui risaltano gli occhi neri. Mi par che indugi troppo prima di rompere il silenzio. Guarda verso la gabbia, poi cerca con gli occhi anche me; infine comincia a parlare a scatti e con un rapido e continuo gesto della mano destra, che chiude ed apre le dita come se scagliasse le parole.  duro, aspro, spietato. , pi che severo, nemico. Nomina l'uccisa; e pare getti materialmente il peso di quel cadavere su Giacomo Telonio, che s'accascia sul banco.
Anch'io mi sento oppresso e piego la testa. Mi volto verso l'avvocato Savastelli, che mi siede accanto, lo vedo tranquillamente occupato a sfogliare un libriccino di note, ed ho uno smarrimento di solitudine, come se la calma di lui fosse un abbandono. Quasi ho paura di scontrare i miei occhi con quelli del Procuratore del Re, e rimango con la testa abbassata a fissare il pavimento; poi mi pare che questo cominci a muoversi, a ondeggiare, come sul punto di aprirsi, e mi aggrappo con lo sguardo al Crocifisso, ch' attaccato alla parete del fondo, in capo alla cattedra della Corte. Ed ecco che il Cristo di legno si anima e vive, come se rinnovasse lo spasimo del suo martirio.  pietoso di "noi" o, invece, fremente pel male che abbiamo fatto? Che direbbe la sua bocca dolorosa, se si aprisse a parlare, qui, in quest'aula, dove l'aspra voce dell'Avvocato della Pubblica Accusa  ora sola a percuotere il silenzio?
Ad un tratto, scoppia un singhiozzo nella gabbia:  un lungo, desolato pianto infantile, il singhiozzare di un bambino che vorrebbe invocare piet e non riesce a dir sillaba, perch soffoca nell'ambascia. Il Procuratore del Re non s'arresta; d con la voce inesorabile anche su quel pianto, che a poco a poco si smorza sopraffatto. Ma prima ch'esso sia spento, un altro singhiozzo risponde, da qui, da mezzo a noi. Chi  mai? Tutti si voltano; anche il Procuratore del Re tace. E perch guardano verso la mia parte? Io? Sono stato io? Oramai non posso dubitarne: tutto il mio petto  duramente squassato. L'avvocato Savastelli mi stringe pel braccio; altri mi si affollano intorno. Buonacossa! che c'?
Sto male balbetto; e mi sento cadere sulle mani una pioggia di lacrime. Gregorio, il "giovane" del Savastelli e qualche altro mi portano fuori dell'aula. Tutto questo avviene come in sogno.
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Capitolo 10.
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Chiara.
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Non tornai pi nello studio del Savastelli, che certamente non mi rimpianse; ma, l per l, non ebbi l'animo di dire a mio padre come oramai fossi risoluto a romperla per sempre con la legge e con la professione d'avvocato.
Ingannai il babbo per un'intera settimana, venendo a Napoli ogni mattina e rincasando a sera, secondo il solito. Furono sette giorni d'irrequieto vagabondaggio per le vie, lunghi come sette anni di sconforto e di smarrimento. Camminavo per ore ed ore, girellando da un capo all'altro della citt, stancandomi peggio di un turista povero o d'un venditore ambulante; e, prendessi questa o quella strada, mi lasciassi cadere sulla panca d'un giardino pubblico o sedessi dinanzi al marmo di un caff fuori mano, mi pentivo subito della via che avevo presa e della fermata che avevo fatta.
A volte affrettavo improvvisamente il passo, come un uomo che si ricordi ad un tratto d'un affare urgente e abbia timore d'essere in ritardo: allora mi mettevo a raggiungere e a sorpassare un viandante pi frettoloso; ma poi sentivo la vanit di quella mia corsa, e, subitamente scorato, lasciavo che l'altro mi ripassasse avanti, e lo guardavo con invidia, perch, certo, la sua premura doveva avere uno scopo.
Anche ai tempi del mio studentato ero solito di andar girovagando per la citt; ma allora camminavo pigramente, sbattuto dalla folla, che mi trascinava e m'urtava come se tossi stato un corpo inerte; ora, invece, non ero portato da una forza del di fuori, ma dalla irrequietezza del mio spirito, che mi spingeva di qua e di l e quasi mi scagliava contro gli altri.
E come, nella mia sonnolenta adolescenza, avevo avuto sempre all'orecchio, quale monotono lagno del tempo che fluiva, il suono dello "scacciapensieri" che s'alzava dall'orto dietro casa, ora, dovunque andassi, mi pareva sentire quel gran pianto infantile, rotto da singhiozzi, ch'era stato il richiamo a cui la mia anima, svegliandosi, aveva risposto.
Quando mio padre m'annunci che avea ottenuto il posto d'amministratore da un grande proprietario della Basilicata e che sarebbe subito partito per la sua nuova residenza, non potetti tacergli pi a lungo che avevo smesso di far pratica presso l'avvocato Savastelli, non volendo continuare una professione per la quale non ero fatto. Durante quei penosi sette giorni ch'eran seguiti all'episodio in Corte d'Assise, non avevo abbozzato alcun disegno per il mio avvenire; perci, alle giuste domande del babbo: Che cosa conti di fare? A quale scopo vuoi indirizzare la tua vita? non potetti rispondere se non con mezze frasi, che tradivano la mancanza di propositi sicuri.
Anche allora noi due non ci dicemmo tutto quello che avevamo in cuore, ma mio padre fu buono, pur mostrandosi imbronciato. Mentre parlavo con lui, nel suo studio, mi parve vedere, due o tre volte, affacciarsi un'ombra dalla soglia: era la mamma, che vigilava timidamente.
Forse egli sent, senza accorgersene, l'amorevole preoccupazione di lei; forse, per la sua stessa bont, non seppe esser aspro: e poich io, in fine, nel bisogno di mostrargli che avevo in animo un proposito qualunque, mi afferrai a un'idea venutami l per l e gli dissi che intendevo iscrivermi alla facolt di lettere, per dedicarmi all'insegnamento, accondiscese, e stabil che mi avrebbe mandato, per i due anni che dovevo impiegare in quegli studii, un mensile sufficiente a farmi vivere da solo in citt.
Ci, senza dubbio, gli costava un gran sacrificio, ch'io allora accettai molto leggermente.
Mi preparavo, senza troppa afflizione, a veder partire i miei, a separarmi da mia madre.
Una sera, baciandomi, ella pianse un poco sul mio capo, qualche lacrima appena, che si asciug subito, sorridendo. Forse mi chiedeva parole che non dissi. Del resto, non avrei potuto fare il suo bene se non facendo il mio, e a quest'opera mi sentivo irrimediabilmente inetto.
...
A Napoli presi alloggio in pensione presso due coniugi vecchiotti, a cui fui presentato da Gregorio. Avevo per me una camera abbastanza grande, e mangiavo con loro (cio con l'uomo solo, perch la donna era occupata in cucina o a servirci a tavola) in una saletta mezz'oscura, che sentiva sempre di fumo.
Mi trovavo in un secondo piano d'un antico palazzo, che ne aveva altri quattro, con non so quanti inquilini, situato nel cuore della vecchia Napoli, l, sulla strada dove da un lato e dall'altro s'aprono le botteghe degli arredi sacri, con mostre di pianete, di fiori, di santi di legno e Ges Bambini di cera.
I miei ospiti non mi davano noia; l'uomo era un commensale finanche troppo taciturno, cosicch, a volte, mi pareva d'esser solo a tavola.
Era un impiegato delle Poste e, d'inverno, per arrotondar lo stipendio, prendeva in pensione uno studente, contentandosi d'una retta molto modesta.
Certo, la mia camera non era bella, ma nemmeno squallida, come quella, sotto i tetti, dei "bohmiens" tradizionali. Degli oggetti che la mobiliavano ho presso di me una vecchia litografia francese, che comprai per poche lire. L'avevo tanto fissata, dal mio tavolino, pur pensando ad altro, in ore tristi o liete, che col tempo l'ebbi cara, e, andando via, la presi come un ricordo.
A pie'  inciso: "Mort des Ambassadeurs de Darius. Amintas Roy de Macedoine traitta si favorablement les Ambassadeurs de Darius, que mesme contre la coustume il fit asseoir auprs d'eux des Dames Macedonienes au festin dont il les regala; les Perses abuserent de cet honneur et perdant le respect qu'on doit aux Dames se porterent jusqu' l'insolence. Mais Alexandre fils d'Amyntas pour venger cet outrage, fit retirer les Dames, et promettant aux Ambassadeurs de leur en envoyer de plus belles, fit abiller en femmes de jeunes garons qui ayant caches des pes sous leur habit, en percerent ces Insolens".
La mischia attorno alla tavola del banchetto mi ricordava l'altra "la difesa del corpo di Marco Bozzari" nella stampa che m'aveva impressionato bambino e ora aveva seguto in viaggio mio padre. Perci, forse, respiravo tra quelle pareti quasi un'aria di famiglia.
La mia camera aveva solo un balcone, di quelli che si dicono alla romana.
Spesso vedevo disegnarsi un'ombra sull'intonaco del muro di rimpetto: era l'ombra di una donna, che veniva e si ritirava lentamente, dopo una breve fermata in cui solo la forma a campana della veste fluttuava un poco sul muro. Si mostrava, cos, labile e tuttavia grave, come un sorriso mesto. Qualche volta si confondeva in mezzo alle altre ombre che si agitavano vivaci. Io non voltavo quasi mai il capo all'ins, verso il balcone che sovrastava al mio; ma, affacciandomi, guardavo subito se quell'ombra fosse l. Una sera la vidi al chiaro di luna e mi parve d'essere in compagnia.
Un mese dopo che i miei erano partiti ed io ero venuto ad abitare in citt, ricevetti una visita straordinaria.
Giovane Buonacossa, apri! Son io, il Dottor Simoni.
Rimase per un po' sulla soglia, guardando dentro, a sinistra e a destra; poi, come se con lo sguardo fosse diventato padrone del luogo, si fece avanti, nel mezzo della camera, e pos il cappello sul letto.
Bene, bene! Potevi capitar peggio. Eccoti "chez toi".
Segga diss'io, e stavo per aggiungere: Che cosa desidera?, tanto mi pareva impossibile ch'egli fosse venuto solo per farmi una visita.
Dalla morte di Tibut in poi, tra me e i due Simoni non c'erano stati che brevi e freddi incontri. In quel momento mi pareva che "l'uomo rosso grande" fosse uscito all'improvviso dal fondo della mia infanzia.
Egli, intanto, era seduto; e, poich io rimanevo zitto, cominci a parlare per conto suo, usando la forma interrogativa, che i medici portano dovunque, come un'abitudine, dal capezzale degli ammalati.
Scrivi ai tuoi? Hai amici? Studii?
Io gli rispondevo brevemente, calcando la voce sul "Lei", perch capisse che non avevo animo di fargli le mie confidenze. Poi pensai che forse mio padre l'aveva pregato di vigilare su me, e m'indispettii anche contro il babbo lontano.
Stavo per dirgli: Lei  troppo cortese, quando accetta simili incombenze ma, giusto allora, riandai a una notte inquieta della mia infanzia, e mi parve riveder il babbo dinanzi alla scrivania prendere un pezzo di cartasuga e, con rapida mossa, gettarlo sulla lettera di cui avevo letto le prime parole "Caro Simoni". Che cos'era avvenuto, poi? Mio padre aveva pagato il suo debito? Non sapevo nulla. Comunque, l'idea ch'io potessi avere un obbligo di gratitudine, sia pure indirettamente, verso "l'uomo rosso" mi riusciva insopportabile.
Seduto di fronte a lui lo vedevo parlare e, invece d'ascoltarlo, l'osservavo come per vagliar la forza della sua persona. Saltargli addosso, prenderlo alla gola, metterlo con le spalle a terra! Ma no; dopo il breve smarrimento della sorpresa, egli si sarebbe liberato di me in un minuto secondo, tenendomi strette tutt'e due le mani con una mano sola!... Intanto, s'era alzato e diceva:
Qualche volta, la domenica, potresti venire a mangiar con noi, in paese. Mio figlio ti rivedrebbe volentieri. Hai capito, giovane Buonacossa?
E, prendendo il cappello:
A proposito, sai chi mi ha chiesto di te, or non  molto? Elodia, la figlia della signora Reiner. L'ho incontrata con la madre ai bagni di Montecatini.
...
Se mio padre avesse potuto assistere in ispirito alla mia nuova vita di studente, non avrebbe avuto, certo, ragione di rallegrarsi. Ero, s, molto pi assiduo ai corsi di lettere di quanto non fossi stato, prima, alle lezioni di diritto; ma, pur varcando ogni giorno le soglie dell'Universit, lasciavo sempre la parte pi viva di me fuori l'ingresso, da dove le due meschine e brutte Sfingi di pietra grigia, con un volto di monaca eretto su d'un corpo di cane accosciato, guardano passare i tram e le automobili e non riescono a richiamare l'attenzione di nessuno.
Se un giovane, acceso d'amore per le lettere, iscrivendosi ai Corsi e ascoltandole lezioni dei professori ufficiali, viene a trovarsi nelle stesse condizioni di spirito di un povero innamorato, che, spinto dalla passione al matrimonio, sia costretto a passare la maggior parte del suo tempo col suocero, e perci invidi o rimpianga le gioie dell'amore libero; io, d'altra parte, avevo avuto anche prova di come sia insopportabile un matrimonio d'interesse, e ora ne avevo fatto un altro di comodo, nel quale non portavo n avversione da vincere n affetti da salvare, ma semplicemente indifferenza. Tuttavia, questa volta, nel cerchio pi piccolo dei miei nuovi compagni, ebbi perfino qualche amico. Scrivendo questo, penso a te, buon Deolema, dagli occhi afflitti di congiuntivite, ma dall'anima azzurreggiante di letizia francescana. E mi par di rivederti (come non ti ho pi rivisto da tanti anni) fare un gesto d'orrore e metterti le mani nei capelli, appena accennavo a dirti perch io credessi che anche il serafico San Francesco fosse stato una creatura senza pace. Eppure, mentre la tua bocca si storceva in una smorfia di dolorosa indignazione per ci che giudicavi una pazza bestemmia, i tuoi occhi non perdevano quell'espressione afflitta, che, in quel momento, pareva rivelare non la congiuntivite, ma la piet per la demenza dell'amico.
Ecco che ci raggiunge il grosso Mattia Trifa, dall'aspetto e dai modi un po' contadineschi, esuberante nell'aula chiusa, come una pianta grassa in un vaso stretto, travolgente nei corridoi e per istrada, come un torello lasciato libero. Infilato un braccio nel mio, mi strappa da te, Deolema, e mi trascina via dall'universit.
Vorrebbe condurmi al circolo Spartaco, da cui non mi sono ancora dimesso, sebbene non vi ponga pi piede. Ed io resisto e supplico di lasciarmi tornare a casa, senza spiegargli che non voglio andare l dove ho incontrato e potrei incontrare Simone Simoni. Veramente, dovrei anche confessargli che il mio quarto d'ora "d'umanitarismo socialista"  gi passato. La mia fede fu breve, perch nacque e fu distrutta dalla fantasia. Infatti, un tempo non potevo dimenticare il pianto di Giacomo Telonio, e l'ombra delle carceri mi pareva stendersi sul mondo come una macchia di vergogna. Perci chiesi la parola nell'assemblea del Circolo Spartaco, e parlando, come non avrei saputo in Corte d'Assise, ammonii i socii a ricordarsi degl'infelici che, specie nel silenzio della notte, mi parevano levar dalle carceri al cielo un lamento doloroso. Mi applaudirono tutti, anche quelli che non avevano mai sentito nulla di simile nelle loro notti insonni, ed io, Mattia Trifa ed un altro, fummo eletti componenti d'una Commissione, la quale doveva portar sollievo ai "dimenticati" nei luoghi di pena, per quanto le leggi permettessero.
Ma la sorte volle che avessi un colloquio proprio con Giacomo Telonio, e scoprissi questo stupidamente diverso da come me l'ero immaginato. Allora non udii pi il suo gran pianto infantile, e m'interessai meno di tutti gli altri infelici o "dimenticati". Poi, un giorno, al Circolo Spartaco, trovai Simone Simoni, che s'infervorava a discutere di problemi sociali e batteva il pugno sul tavolino. Ricordo che aveva una giacchetta a doppio petto, di color mosto, che lo infoderava e lo comprimeva quasi in modo da farlo scoppiare. Come mi vide, abbass il tono di voce e mi salut tra i denti: Ciao, Buona coscia.
Ci avveniva quindici giorni dopo la visita e l'invito che avevo ricevuto da parte di suo padre. Gli risposi appena; e sotto la punta dell'antiche parole di dileggio, mi sentii rifluire caldo l'antico odio; ma mi rattenni, e sedetti al solito posto, accanto alla grossa tavola, attorno alla quale si adunavano in assemblea tutti i socii di "Spartaco". Quando il Presidente, in nome di tutti noi, volle dare il benvenuto a Simone, dottore in chimica, e questi, dopo aver ascoltato soddisfatto, pulendosi col fazzoletto le lenti e arricciando gli occhietti nudi, si lev in piedi a ringraziare e a far professione di fede socialista, io dovetti mordermi le labbra per non gridare: Ora me ne vado.
Invece, andai via silenziosamente, ma fermamente risoluto a non tornar pi.
Ecco perch non voglio accompagnare Mattia Trita al Circolo, il quale, nato prima della grande guerra, ebbe un nome, che, dopo, serv a indicare, in Germania, tutt'un vasto partito.
Giacomo Telonio, carceri, umanitarismo socialista, per me furono una febbre datami e toltami dall'immaginazione, in un volger di due mesi appena. Tu, Mattia Trifa, non potevi capir questo. Eri un bravo ragazzo, ma di quelli che quando sono posseduti da un'idea non se ne liberano pi, e camminano, agiscono, parlano, sino alla fine dei loro giorni, come in dipendenza di quell'unica forza motrice, la quale non ha mai perplessit o stanchezza. E se penso che sei morto sul Carso, ucciso da una scheggia di bomba... Ma io sono ancora sotto il tuo braccio, nel ricordo, e tento dolcissimamente di svincolarmi, per tornare a casa, anzi nella mia camera, e affacciarmi al balcone e veder se mai sul muro di rimpetto ci sia l'ombra amica della sconosciuta.
...
La scala era stretta e un po' buia, con gli scalini di piperno alti e rosi dal tempo. D'inverno, sull'imbrunire, per non far inciampar la gente, bisognava accendere i lumi, che tutti, uno per pianerottolo, avevano una lampadina elettrica sempre stanca. Dai vetri rotti dei finestrini qualche volta entrava un pipistrello, che poi rimaneva prigioniero, e andava tentando, come pazzo, una via d'uscita, da un ballatoio all'altro. La mattina, quel raggio di sole che riusciva a penetrare di traverso pareva non aver altro scopo che mettere in mostra i ragnateli tessuti nei cantucci.
A volte, risalendo a casa verso mezzogiorno, raggiungevo per la scala la moglie del mio ospite; la quale, per la pinguedine e per gli anni, faceva la salita pian piano, appoggiando una mano al muro in mancanza d'altro appoggiatoio. Io vedevo di dietro le sue calcagna che parevano schiacciare i tacchi e il rosso violetto delle calze che usciva da sotto l'orlo bianco bigio della sottana. Appena mi sentiva venire, si fermava ansimando; aveva sempre qualche fagotto sotto il braccio, e m'invitava a passare avanti con un sorriso e qualche parola che l'affanno spezzettava.
Altre volte incontravo il marito, che scendeva o saliva con un passo rigido, quasi militaresco, a cui le sbocconcellature degli scalini tendevano improvvisi e irriverenti tranelli. Egli allargava le braccia per equilibrarsi e bestemmiava il pericolo scampato.
Il notaio Sinnici (il maggiore inquilino del terzo piano) saliva sempre con le mani incrociate dietro la schiena, le quali tenevano lento e sospeso il bastone. Al mio saluto, prima mi squadrava, e poi rispondeva scrollando il capo pi volte. Ma nello scendere aveva meno sussiego, e, con lo sguardo a terra, si faceva precedere dalla punta della sua canna.
Era un uomo anziano, non privo d'una certa boria. Lo dicevano affabile con tutti; ma a me faceva il viso duro.
Spesso, la mattina, appena chiudevo dietro di me la porta di casa e mi trovavo nel mezzo del pianerottolo, sentivo sbattere con furia una porta del piano di sopra e subito scrosciar voci, risa, grida femminili, tra mezzo a un precipitar di passi, che veniva gi come una ruina allegra; non avevo sceso nemmeno due scalini che gi ero raggiunto e sorpassato da quella specie di ciclone giocondamente fragoroso che erano le tre signorine Sinnici, quando uscivano tutt'insieme per andare alla Scuola Normale. Cappellini di traverso, volti accaldati, vesti e nastri svolazzanti mi passavano innanzi e sparivano, lasciando in fondo alla scala un'eco di clamore, ch'io trovavo, poi, non ancora spenta. Qualche volta eran precedute da un pacco di libri avvolti nella tela cerata, che ruzzolava di scalino in scalino come una palla.
Molto pi raramente, facevo un altro incontro, che mi era pi piacevole: una figura di giovane donna, piuttosto alta, non magra e un po' molleggiante, saliva o scendeva con una lentezza pensosa e muta. Se m'era alle spalle, ne sentivo appena il passo, e pur rallentando studiatamente il mio, non ero mai raggiunto. Ma qualche volta, ella andava in un verso, io in un altro, e cos c'incontravamo. Aveva (s'era d'inverno) un cappotto di lana marrone scuro, con le maniche che si allargavano sul polso, e un cappellino di velluto nero, con una falda tesa sul davanti. Portava sempre un manicotto, e lo teneva cos in alto, quasi stringendolo contro il petto, che con la testa inclinata vi posava su il mento. Quando m'era vicina, mi pareva d'udire il suo respiro lievemente trattenuto. Mi tiravo da parte per lasciarla passare, ed ella mi salutava inclinando anche pi la testa. Per ci, per la falda del cappello e per la penombra della scala, non riuscivo a distinguerne bene il volto. Solo un giorno vidi luccicare in uno sguardo a me, da dietro la veletta, due non grandi, ma profondi ed umidi occhi neri. L'avrei creduta, per la sua gravit, una giovane signora, se non m'avessero detto che le figliuole del notaio Sinnici erano quattro, e la prima non somigliava alle altre. L'ombra che appariva sul muro di faccia non poteva essere che la sua.
...
Io avevo visto due o tre volte la vecchia e malata signora Dazal in casa della mia ospite. Vedova da molti anni di un generale d'artiglieria, viveva sola ed era fuggita da tutti, perch si occupava di beneficenza, cos che aveva sempre qualche scheda da far riempire di sottoscrizioni. Proprio a questo scopo ella veniva dalla mia padrona di casa, Teresa Squitti, con la quale, altrimenti, non credo avrebbe avuto mai rapporti, a causa della sua aria abbastanza aristocratica e di quella, sciattissima, dell'altra. Abitava un piccolo appartamento sul nostro stesso pianerottolo.
Signor Buonacossa, qui tutti sanno che siete avvocato mi disse un giorno la mia padrona di casa.
 stata lei a sparger la voce, signora Teresa.
Beh! e fece un gesto con la mano, come a significare:
Non si tratta d'un segreto.
Intanto, la signora Dazal vorrebbe parlar con voi. Pare che vi debba chiedere un consiglio.
Io non d consigli, perch non li so dare. Altrimenti farei la professione.
Comunque, mi parve opportuno andare io stesso dalla signora Dazal per persuaderla della mia inettitudine a consigliar chicchessia. Una serva ragazza mi fece entrare in un salotto piccolo, ma ben messo, dove la vecchia signora era seduta su d'una poltrona, con uno scialle sulle gambe.
Mi accolse con un "oh!" che doveva significare gran contento, e mi stese con slancio una mano che lev da sotto le frange dello scialle. Poi, girando la testa altrove: Chiara, tu conosci?...
Solo allora vidi che in piedi, presso un tavolinetto di legno nero, c'era un'altra persona, dalla figura giovane, che si riscaldava le mani sulla cupola di porcellana d'un lume elettrico, posato sul tavolino. Al disopra del chiarore bianco, il volto curvo pareva sfumar nell'ombra, insieme con la massa scura dei capelli. Ella si volt lentamente dalla mia parte, senza toglier le mani dal lume, e dopo un breve cenno del capo si pieg di nuovo, come a guardar la lampadina da sopra in gi, attraverso la trasparente cupoletta. L'avevo riconosciuta con piacere, ma quasi con inquietudine, come se trovarla l e in quell'atteggiamento mi turbasse un poco.
Segga disse la signora. Dazal  stato gentile, molto gentile. Ma segga, prego. Qui, vicino a me...
Spiegai alla signora Dazal ch'ella mi faceva molto onore, chiedendomi un servigio; ma pur troppo ero sicuro di non poter essere utile, e per la prima volta, in vita mia, mi rammaricavo di aver fatto male i miei studii di legge. Dissi questo sorridendo, e guardai subito l'altra, la signorina, che m'immaginavo dovesse anche lei sorridere, attenta a ci che avevo detto. Ma lei era tutta occupata ad accarezzare il paralume e si teneva in modo da voltarmi quasi le spalle.
Sorrise, invece, la signora Dazal, e rispose che non credeva al mio dispiacere di non poter favorire una vecchia come lei; simili cose le dicessi alle giovani, con le quali la galanteria non  mai perduta. Poi aggiunse che avevo ragione di non voler fare l'avvocato, e che degli avvocati, in genere, ella non aveva nessuna stima.
Ora studia lettere? Sar un poeta, non  vero?
Tardai un poco a dir di no, perch anche questa volta volli vedere se la supposizione ch'io fossi poeta richiamasse su di me lo sguardo di quella fanciulla silenziosa ed assorta. La trovai ancora, come prima, piegata sulla lampada, e rimasi a guardarla con tanta attenzione, che ne potetti dare ben poca alla vecchia, durante il tempo ch'ella mi parl della sua faccenda.
Ecco, io ho la sventura d'esser proprietaria; e poich un inquilino non mi paga, vorrei metterlo fuori... Sappia che questa gente, mio caro signor Buonacossa...
Chiara, quella sera, vestiva un modesto abito turchino, con una giacchetta lenta alla cintura. Da una tasca, bassa e un po' slargata, spuntava un gomitolo di lana rosa. Ora riuscivo a veder meglio, sebbene di profilo, il volto che mi appariva serio e insieme un po' infantile, come se i tratti fossero di bambina e su quei tratti un pensiero grave gettasse la sua ombra. Le palpebre abbassate, dai lunghi cigli, parevan tenere in ritegno la bocca, che altrimenti avrebbe sorriso. Io guardavo, soprattutto, le mani, che continuavano a posarsi sulla cupola del lume: piccole, ma gonfie, pur davanti alla luce erano opache e violacee. Si capiva che avevano tanto freddo, e che, nonostante accarezzassero il paralume, non riuscivano a sciogliere il gelo che le intirizziva e le faceva soffrire. Non avrebbero dovuto far carezze, ma averne, quelle povere piccole mani, umili mendiche di calore: carezze affettuosamente compassionevoli, che sciogliendole dall'intorpidimento e confortandole di tepido bene, avrebbero forse portato il caldo fin nel cuore di lei, e le avrebbero tolto l'ombra dal viso.
Perci, caro signor Buonacossa, io non voglio farmi tenere dalla piet...  gente che bisogna trattar male... Ma, Chiara, perch non siedi?
Ella si volt, battendo i piedi a terra; e, come vergognandosi di aver sorpreso il mio sguardo, affond le mani nelle larghe tasche della sua giacchetta.
Ebbene, hai freddo? disse la signora Dazal, accomodandosi lo scialle sulle gambe Ai miei tempi le ragazze non avevano mai freddo.
Poi mi tir a s, gettandomi l'uncino di un "a proposito".
A proposito, signor Buonacossa... e nel dir questo si frugava in grembo, sotto lo scialle Lei darebbe volentieri qualche cosa... per un'opera buona... Dov' andata a finire questa scheda?... Un'opera veramente pietosa, a favore... Eccola qui. e lev in alto, trionfalmente un foglio ripiegato in quattro.
Allora mi parve che un leggiero sorriso passasse sulle labbra di Chiara. Ora il foglio stava nelle mie mani e mi dava un po' d'imbarazzo.
Scusa, Chiara, guarda se su quel tavolino...
M'ero alzato e volevo cercar da me la penna, ma Chiara mi venne in aiuto e me la porse. Nello scrivere il mio nome, restai un momento in dubbio, come se non lo ricordassi pi, e temendo che la fanciulla mi potesse credere esitante per l'offerta da segnare, arrossii di vergogna; poi, trascinato dalla mia stessa confusione, mi obbligai per una cifra, che, qualche giorno dopo, allorch la dovetti tradurre in danaro, mi parve troppo grossa.
Di Chiara portai con me, in camera, una strana impressione. Ricordavo d'averla osservata bene, e, tuttavia, sentivo che qualche cosa m'era sfuggita: non sapevo che cosa, e se della figura o del volto o del portamento, ma avvertivo una mancanza, per la quale non mi era possibile avvivar bene entro di me il fantasma di lei; e questo rimaneva vago, ondeggiante, in una mezza rivelazione. Ma, poi, riflettendo capii. Ella non m'aveva fatto sentire la sua voce.
...
Una settimana dopo, fui preso a tradimento da una febbre leggiera, ma pur tale da costringermi a letto. Per chi vive solitario, oltre la domenica, i giorni pi tristi e pi gravi di sconforto sono quelli ch' obbligato a passare in casa per malattia. Con un biglietto scritto col lapis e che feci spedire per espresso, pregai l'amico Deolema di venire a farmi una visita. Ricorsi a lui non prima d'aver sentito che non potevo pi schermire col mutar fianco l'incubo delle cattive immagini, che parevano accalcarsi da tutti i lati attorno a me. Volti conosciuti e sconosciuti si confondevano, e tutti erano nemici, spaventosi per la loro tristezza. Passavano, come pallide larve, nonna Dorotea e Rosaria; le onde di una folla oscura mi gettavano addosso e mi ritoglievano la figura di zio Luca, come il corpo di un povero naufrago.
Infine, venne il mio amico, e apr gli scuretti del balcone, che la signora Teresa aveva accostati un po' troppo.
Quella volta lo lasciai parlare di San Francesco, con la speranza di trovar pace nelle sue parole. Egli si faceva ascoltar volentieri e, credo, si ascoltava anche da s; nel fervore del discorso si dondolava sulla sedia, allargava le braccia, stendeva una mano a toccare la mia coperta, ma ogni tanto doveva interrompersi, per passarsi il fazzoletto sugli occhi malati.
Quando fu andato via, ricaddi in potere delle immagini persecutrici. San Francesco si agitava in mezzo ad esse, con un aspetto che il buon Deolema non avrebbe riconosciuto. Non andava sorridente e mite, il capo circondato da un volo di tortore e i piedi nudi sull'erbette dei campi; non posava la scarna, ma ferma mano, sulla testa del lupo mansuefatto; non alzava al cielo occhi ebbri di beatitudine, intonando le lodi delle creature e delle cose. Il volto emaciato e olivastro non rivelava la pace, ma la inquietudine. Cos abbassando le palpebre, mi pareva di vederlo; e l'intendevo a mio modo. Invitava gli uomini alla rinuncia e all'amore della povert, e gli uomini si scalzavano e lo seguivano, mortificando il corpo nella ruvidezza dell'abito e nella stretta cordicella di fune; eppure egli, che delle cose sue aveva fatto rinuncia, soffriva perch si sentiva attaccato con l'anima, i pensieri, la vita, ad altri possessi non materiali, ma radicati in lui con radici fonde e misteriose. Poteva spartire le sue vesti e il suo pane, e non i suoi dolori e le sue gioie; chiamare tutti ad entrar nel suo cuore, e non scacciar s stesso dalle pi remote latebre di quel cuore. In un chiuso rifugio, donde invano tentava uscire, stava solo e padrone, e neanche strappandosi la carne, si sarebbe strappato di dosso quella propriet, per la quale erano sue tutte le cose che toccava con la vista e col pensiero: propriet ch'era una colpa e di cui, tuttavia, pur volendo spogliarsi, si sentiva geloso.
Questo mi diceva il volto olivastro ed emaciato di San Francesco. Allora ebbi quasi paura di quell'immagine, come chi, dai suoi incubi, capisce di non star bene. Ma la mia paura non era per la febbre che mi teneva a letto e che sarebbe passata.
Mi voltai sull'altro fianco, cercando di distrarre i miei pensieri. Essi andarono, per analogia, al nome di Chiara, e questo mi ramment subito la fanciulla grave e silenziosa che abitava al piano di sopra.
Istintivamente alzai gli occhi al soffitto; e proprio allora lo sentii risuonar per un affrettato e vorticoso calpestio. Ballavano, sopra? Ch'io sapessi, ci, fino a quel momento, non era mai avvenuto. Eppure non c'era dubbio, ballavano, perch il soffitto sussultava sotto uno strascicar di passi, di molti passi, che giravano in cadenza. Ecco, le signorine Sinnici si divertivano. Niente di strano: le tre ultime, cos vivaci anche quando mandavano le loro ombre sul muro di faccia, parevano fatte apposta per la danza, e loro padre, come dicevano tutti, era un uomo affabile. Quasi lo vedevo sorridere di compiacenza, sulla soglia della sala, o andar di qua e di l passando tra le coppie in giro, per incitar i pigri o gli svogliati che rimanevan seduti. Ma Chiara? Ballava anche lei? Io l'immaginavo pi volentieri appartata in un cantuccio, dove temevo che il padre l'andasse a disturbare. Tutto doveva avvenire come m'immaginavo; ma poteva anche darsi che Chiara nel cantuccio fosse in compagnia. Intanto, che baldoria! Quasi mi facevano crollare il soffitto sul capo. Qualche frammento di calcinaccio si sfaldava e cadeva proprio sul mio letto.
A poco a poco mi sentii prendere da una strana irritazione contro quelli di lass, come se facessero una cosa molto sconveniente, specie contro il notaio, che per la sua et avanzata sarebbe dovuto essere serio e invece permetteva, se pure non aizzava, un simile baccano. Poi, dall'irritazione caddi in una malinconia cupa, desolata, che forse l'infermit aggravava.
Imbruniva; io ero a letto, lontano dai miei, e in una camera presa in fitto, come in un albergo; lass ballavano, e ci mi faceva sentire pi solo e mi dava uno scoramento profondo. Nella mia vita, fino ad allora, non c'eran mai state n danze n altre feste; intanto la mia giovent moriva ogni giorno un poco, senza darmi nemmeno un palpito di gioia. I vent'anni, l'et favolosa che i poeti celebrano come un mito felice, io li avevo gi alle spalle e non li ritrovavo nemmeno nel ricordo: non li avevo vissuti, ma li avevo lasciati sfuggire, dormendo; ora ne avevo quasi ventiquattro. E a quest'idea mi sentii il cuore balzare e battere per l'ansia, proprio come chi svegliandosi all'improvviso, s'accorge ch' tardi, mentre avrebbe dovuto levarsi a prima mattina, e che ha fatto passare nel sonno, irrimediabilmente, l'ora della fortuna. Smarrito e triste, pensai a mia madre e mi venne voglia di piangere. Poi sedetti in mezzo al letto, impaziente, quasi volessi saltar gi e rincorrere il tempo perduto.
Invece chiamai ad alta voce, due, tre volte: Signora Teresa... signora Teresa.
La donna accorse.
Ebbene, signora Teresa, ha un libro da farmi leggere?
Un libro? Ges mio! Lo chiedete a me?
Ho bisogno di leggere; mi dia un libro qualunque. Il Re dei cuochi, per esempio.
La mia ospite allarg le braccia, come a significare: Ahim, dove lo piglio? poi mi disse, dopo aver pensato un pochino:
Vado a vedere dalla signora Dazal.
Vada, vada! Un romanzo, anche un libro di messa, ma che sia carta stampata.
E mi voltai con la faccia al muro, aspettando.
Da sopra il rumore del ballo ora veniva pi stanco; ma qualche pietruzza continuava a cadere dal soffitto sulla mia coperta. La signora Teresa torn con un libretto legato in rosso, che mi mostr con la mano in alto, senza darmelo, sebbene avessi allungato il braccio per prenderlo.
Ecco, ecco. L'ho avuto dalle Sinnici.
Come?  andata a chiederlo a loro? Non stanno ballando?
L'ho chiesto alla pi grande, ch' venuta ad aprire.
Ah, bene! e afferrandolo, glielo tolsi.
Era il De Vigny, nell'edizione Hachette: un poeta, e uno dei pochissimi che amavo. Stupii, perch mi parve che con quella scelta la fanciulla quasi sconosciuta m'avesse dato prova di conoscere il mio cuore.
Sulla prima pagina bianca, dopo la copertina legata in tela, trovai le iniziali maiuscole del suo nome e del suo cognome, C e S intrecciate e scritte con un lapis turchino. Aprii a caso e lessi:
"Je verrai, si tu veux, les pays de la neige,
Ceux o l'astre amoureux dvore et resplendit...
Ceux que heurtent les vents, ceux que la neige assige,
Ceux o le ple obscur sous sa glace est maudit.
Nous suivrons du hasard la course vagabonde.
Que m'importe le jour? que m'impone le monde?
Je dirai qu'ils sont beaux quand tes yeux l'auront dit".
Smisi di leggere, e tenni il libro socchiuso, sul petto, sotto le coperte, con le dita piegate tra una pagina e l'altra a conservare il segno.
Calava la sera e la stanza era piena d'ombre. Ma ora il tumulto della mia mente si placava, e l'ansia cedeva a un senso di pace e di fede, che mi confortava dolcemente. Ecco, Chiara mi aveva fatto sentir la sua voce; mi aveva parlato con una voce anima, che, ora solo capivo, stava in fondo al suo silenzio non sopita, ma raccolta, come un cuore vergine in fondo al suo pudore. Io potevo rievocar la figura di Lei, chiamarla presso di me e vederla, infine, compiuta. Appariva, e tutti i fantasmi dell'inquietudine si sperdevano, mentre i due ultimi versi che avevo letti mi cantavano dentro soavemente:
"Que m'importe le jour? que m'importe le monde?
Je dirai qu'ils sont beaux quand tes yeux l'auront dit".
Poi quell'eco a poco a poco si spense, e mi lasci di nuovo pensoso di me, ma in pensieri buoni, facili come rivoletti che una blanda inclinazione secondi, senza affrettarli. Ero tanto giovane ancora, e nulla avevo irrimediabilmente perduto. Domani, mi sarei levato con un'anima nuova, per cominciare una vita nuova.
M'ero chiesto tante volte a quale scopo dovessi dirigermi, e non trovandone nessuno, mi era parso d'impazzire nella confusione del buio. Ora potevo somigliarmi a chi, avendo smarrito il cammino ed errando a caso, senza pi speranze, ode una voce, si volta, s'avvia verso quella parte, e ritrova in un attimo ci che aveva invano cercato per tanto tempo. Non avevo grandi missioni da compiere, ma ero nato per l'amore e dovevo andare verso l'amore. Come fino a quel punto non avevo capito questo? Eppure gi, bambino, mi ero messo su quella strada con la piccola Elodia, ma poi mi ero fermato e m'ero sperso, prima d'arrivare. La gelosia per i sogni di Simone, l'orrore per la gravidanza di Tibut: quelli erano fantasmi che m'avevano sviato! Avevo lasciato il cammino giusto sulle soglie del bosco, dove andavo con zio Luca, o, forse, in quell'ultima passeggiata, interrotta sulla piazza delle robinie, l dove la scimmia si spenzolava da un albero e la signora Reiner m'aveva strappato bruscamente la figliuola.
A questo punto provai ad immaginarmi Elodia quale doveva essere allora, tentai, cio, di vederla con la sua figura di donna, che ignoravo. Non vi riuscii; e ritrovando solo l'immagine della bambina con la veste rosa, mi parve che quell'immagine sorridesse e consentisse lietamente a farmi riprender dopo tanti anni il cammino, non con lei, ma con Chiara.
Cos finiva dolcemente quel giorno di febbraio, del quale ricordo con una minuta memoria la successione dei pensieri, che accompagn la successione del tempo, e mi port da una mattina d'inquietudine, attraverso un pomeriggio di delirio e di scoramento, a una sera di calma e di speranza.
Con la mano nel libro, cedevo pian piano al sonno. Ad un tratto mi parve sentire nella stanza un rumore d'aria mossa, come un volo molle di farfalla notturna nel buio. Forse davvero una farfalla notturna era entrata in camera per l'uscio socchiuso. Stetti un momento in ascolto, ma non udii pi nulla e abbandonai il capo sul guanciale.
...
La rividi dalla signora Dazal, conobbi il padre e le sorelle, andai perfino a casa loro. Nella propria famiglia ella m'apparve estranea e incompresa, tra le sorelle troppo spensieratamente gaie e il padre, nonostante la boria, troppo grossolano. Il notaio, infatti, era uno di quegli uomini che non sanno vivere se non "al di fuori", incapaci di pensieri e di sentimenti che non debbano tradurre subito in parole, gesti o smorfie, impotenti a ritrovar s stessi se non nel commercio col prossimo: anime vuote come fodere rovesciate. Si mostrava addirittura irritato dall'indole di Chiara, e cercava di scuoter la figlia, in cospetto di tutti, da ci che egli credeva torpore, con parole di esortazione e di rimprovero, le quali mi pareva la facessero soffrire, percuotendola sul pudore dell'anima, pi che sferzate sulle povere mani gonfie di geloni.
Le altre ragazze ridevano, alzavano la voce, facevano pompa di belle frasi; allora il notaio Sinnici s'avvicinava in cipiglio a Chiara che stava zitta: Ebbene, tu non dici niente? E di' qualche cosa anche tu!
Ella arrossiva, senza ribellarsi, mentre le sorelle si guardavano tra loro, e gli estranei rimanevano impacciati, con un risolino ambiguo a fior di labbra. Il notaio cercava di farsi dar ragione da qualcuno.
Benedetta figliuola! Sempre cos. Se, per esempio, egli la portava a teatro, non aveva mai il gusto di sentirle dire: Bello! Brutto!
Spesso in casa delle Sinnici trovavo un loro cugino, Amedeo. Era un bel ragazzo di quattordici o quindici anni, dalla persona gi vigorosa, sviluppata per la ginnastica, ma i lineamenti quasi femminei e lo sguardo mite. Sebbene audace negli sports, in salotto era tenuto dalla timidezza dell'adolescenza, e perci era preso in giro dalla cuginetta Natalia, la pi piccola delle Sinnici.
Egli rimaneva confuso, in disagio sulla sua sedia, e Chiara, passandogli da presso, gli sfiorava il capo con una mano, in una carezza quasi materna. Ci mi piaceva e m'impietosiva teneramente per Chiara, come se ella rivelasse d'aver sete, per il suo ritegno cos spesso ferito, della carezza che donava all'altro.
Una sera eravamo tutti saliti sulla terrazza dei tetti, a vedere i fuochi di una festa a mare. Sebbene fossimo alla fine di marzo, faceva ancora freddo, e le ragazze s'erano avvolto il capo e il collo nelle sciarpe, i cui lembi svolazzavano al vento e davano una maggiore vivezza a quelle giovani persone, che ridevano, strillavano, si rincorrevano, senza timore per il parapetto basso.
Oltre Ada, Antonietta, Natalia, le tre sorelle di Chiara, c'erano altre fanciulle e qualche giovinotto che le aizzava al baccano.
Chiara non aveva sciarpa, ma un boa di pelliccia scura, che le nascondeva il mento. Stava in piedi e ferma accanto alla signora Dazal, che, nonostante i suoi acciacchi, s'era voluta trascinare fin lass, per non perdersi lo spettacolo dei fuochi, e ora sedeva a terra, su d'un gradino della terrazza, stringendosi in un grosso scialle di lana.
I fuochi non erano cominciati ancora. Un quarto di luna ci lasciava tutti in ombra; l, in un cantuccio, si vedeva brillare la brace del sigaro che indicava la presenza del notaio Sinnici, in un gruppo col mio padron di casa e con altri uomini maturi. Io andavo di qua e di l, con le mani in tasca e i capelli scoperti al fresco della brezza; ma, quasi senza accorgermene, non facevo che un continuo giro intorno a Chiara.
Sentivo fermentarmi dentro liete speranze, ed ero disposto alla benevolenza verso tutti, anche verso il notaio Sinnici. Giusto quella mattina avevo avuto conferma del buon esito di un mio tentativo, fatto senza molta fiducia: avevo presentato domanda per essere ammesso quale impiegato straordinario in una biblioteca pubblica, ed ora avevo saputo che quasi certamente la mia domanda sarebbe stata accolta.
Dovevo questo a un vecchio signore, noto archeologo, che avevo conosciuto nella latteria dove, qualche volta, facevo colazione: egli mi aveva preso a ben volere per uno strano caso, essendo io riuscito a leggere un'iscrizione a mala pena visibile di una moneta antica che gli era sfuggita di mano e m'era venuta a rotolare dinanzi ai piedi.
Ora il posto nella Biblioteca m'avrebbe dato uno stipendio che, a quei tempi, significava, se non l'agiatezza, l'indipendenza e la possibilit di metter su casa propria. Avrei continuato senza fretta gli studii di lettere e avrei tolto al babbo il peso di mantenermi a Napoli.
Ero, perci, infervorato di speranze, e, contrariamente al solito, mi sentivo una leggiera eccitazione a parlare.
I fuochi cominciarono; ma dalla terrazza vedevamo solo una striscia di mare, e ora ci accorgevamo di perdere il meglio della festa, cio lo spettacolo delle girandole e degli incendii a luce di bengala che avvenivano al coperto della nostra vista. Le ragazze eran deluse; la signora Dazal brontolava che per il gusto di veder soltanto le granate non metteva conto di rimaner lass a rischio di buscarsi una bronchite. Ma il notaio Sinnici diceva, che, a rifletter bene, non c' niente di meglio delle granate, in fatto di pirotecnica, e che ci accontentassimo, dunque, di quelle.
Allora volli parlare anch'io, e come per consolar le ragazze dello spettacolo mancato, presi a dire che i fuochi d'artificio noi li avevamo l, sulla terrazza, e non ci era necessario allungare il collo per goderci la festa.
Natalia, per esempio, poteva somigliarsi a una girandola, accesa in mille lingue, ora rosse, ora violette, ora verdi, che nel suo capriccioso rotare friggeva e scoppiettava; e, quando pareva sul punto di spegnersi, eccola pi gaia e indemoniata di prima.
Benissimo! Benissimo! E Antonietta?
Antonietta poi, non aveva nulla da invidiare a uno di quei fuochi frugoli, che, prima d'accendersi, hanno l'innocua apparenza di un cartoccetto con la coda. Ma ecco che il cartoccetto  lanciato a terra con una fiammella sulla punta della coda. La folla fa un largo cerchio, perch sa che non bisogna fidarsi di quel cosino bizzarro. Tutto ad un tratto, esso scatta, piroetta, saltella di qua e di l, e con un ghiribizzoso seguito di capriole, par presente, nello stesso tempo, in cento punti diversi ed opposti, cosicch, mentre qui quelle fanciulle s'affrettano a scansarlo, sollevando le gonne e sgambettando per gettarsi indietro, l, venti passi lontano, quel panciuto signore, che si credeva al sicuro e rideva dei pericoli altrui, se lo vede improvvisamente ad un palmo dal naso e, rinculando pazzo di terrore, calpesta i piedi di chi gli sta dietro.
Molto bene! Ancora! Continui! Dica di me! No, sentiamo di Chiara! Avanti! Che cos' Chiara?
Presentii che avrei fatto meglio a tacere, ma non riuscii a trattenermi, trascinato a parlare come chi abbia nel cervello il sottile fumo di un vino spumante.
Ebbene, dissi facciano attenzione. Ella non pu somigliarsi se non a quei razzi che salgono in alto lenti e silenziosi, quasi gravi nella loro ascesa verticale. Ecco, il razzo  arrivato in mezzo al cielo notturno. Allora s'apre e pare un pugno, che, schiudendosi, sparga intorno una manata di stelle; e dal centro ogni stella si parte e corre, senza nulla perdere dal lato in cui s' accesa, cos che ognuna si prolunga in una larga striscia di luce bianca. Sempre in silenzio, quelle righe declinano a ventaglio, e, impallidendo a poco a poco, paiono non spegnersi, ma spandersi e sommergersi nel turchino del cielo. E il cielo par che dopo rimanga commosso, come se nel suo cuore segreto palpitasse del candore di cui s' imbevuto.
Avevo cominciato a parlare quasi senza ascoltarmi; ma poi, mentre tutti intorno tacevano, avevo avuto impaccio della mia voce e delle mie parole, e, tuttavia, non ero stato capace d'interrompermi. Ora che avevo finito, non ottenevo un clamoroso consenso; ma sentivo qualche risolino e qualche colpetto di tosse. Ebbi subito coscienza di essere stato sciocco e sconveniente verso Chiara. Che cosa ella doveva pensare di me?
L'avevo offesa o, meglio, ferita dinanzi a tutti, nel suo naturale riserbo, per uno stupido e volgare gioco di similitudine, degno, tutt'al pi, del notaio Sinnici. S, potevo essere soddisfatto! Ero stato volgare e brutale con lei, peggio di quanto fosse, a volte, suo padre.
Ella ora stava sola in un cantuccio della terrazza, appoggiando i gomiti sul parapetto che in quel punto era meno basso e guardando in gi, sulla strada oscura, o, piuttosto, come credevo, dolendosi nei suoi pensieri di quella ferita che le aveva fatta un estraneo. Le andai vicino come spinto per le spalle da qualcuno.
Mi perdoni diss'io, quasi curvandomi al suo orecchio.
Trasal e si volt a guardarmi.
Di che cosa? mi parve di sentirle mormorare.
D'essere stato stupido, di aver parlato di voi, Chiara, con cos grossolana familiarit. Anche se le mie parole non fossero state un insipido e sconclusionato scherzo, ma una magnifica strofa di poesia in vostro onore, non avrei dovuto dirle in pubblico, com'ho fatto.
E solo allora m'accorsi che le stavo dando il voi e che l'avevo chiamata per nome.
Appoggi di nuovo i gomiti sul parapetto, e si rimise a guardar gi in silenzio; ma mentr'io continuavo a sussurarle cose umili, tenere, appassionate, che mi salivano facili alle labbra e facevano bene a me stesso come lacrime dolci, ella respirava con quell'ansia di respiro lievemente trattenuto che avevo sentito altre volte da lei, incontrandola per le scale.
Infine, m'affacciai anch'io, al suo fianco, e tutt'e due rimanemmo in silenzio, come due persone che nel silenzio s'intendono e si uniscono.
Solo nello staccarci lentamente dal parapetto, ci guardammo in viso nel buio.
...
Quando tornai nella mia camera, mi parve di soffocare in un luogo troppo stretto e troppo chiuso. Venivo dal festino dell'illusione ed ero inebriato dalla gioia che vi avevo bevuta.
Mi stesi sul letto, senza spogliarmi, e caddi per un poco nella beatitudine che dnno i ricordi tepidi di un bene che, mentre dilegua nel passato, nei palpiti del cuore  ancora presente. Poi la vivezza stessa dei miei ricordi mi fece saltar gi e passeggiar per la camera.
Ero pieno di Chiara, e non potendo continuare a voce il colloquio con lei, mi misi a scriverle una lettera. Appena l'ebbi finita, pensai che avrei fatto meglio a non mandarla: le mie troppe parole sarebbero potute spiacere ad un'anima cos amica del silenzio.
Pi tardi, dopo che Chiara fu diventata mia moglie, non ebbi pi nessun desiderio di mostrarle ci che mi pareva l'esaltazione di un mio errore. Cos la lettera  rimasta presso di me. Non ne ricopio qui la parte per la quale  pi o meno simile a tutte le altre lettere d'amore, ma soltanto quella dove l'immagine di lei si mostra com'io allora la vedevo. Ancor oggi, nella mia presente serenit, preziosa e stabile conquista del mio spirito, non posso rileggere le parole che trascrivo, e, andando col pensiero agli anni che seguirono, fino alla morte di Chiara, non sentirmi penosamente commosso.
"Il vostro silenzio le scrivevo non vi copre, ma vi rivela intera, come talvolta le acque limpide valgono pi dell'aria a mostrar splendente e nitido il contorno delle cose che tengono in fondo. Ma solo a chi si pieghi e guardi col respiro sospeso.
Se per amarsi compiutamente,  necessario ricercarsi e conoscersi fin nel pi lontano passato, io ho la fortuna di ritrovarvi nel principio della vostra fanciullezza e intender tutto da voi, come se ci fossimo sempre conosciuti. Le memorie dei pochi trastulli, delle scarse gioie, delle molte pene ch'ebbe la vostra et bambina, composte insieme, paiono starvi sul cuore, come la massa delle acque limpide e ferme a cui ho paragonato il vostro silenzio.
Anche se la mamma non vi fosse mancata cos presto, voi non avreste avuta una diversa natura. Pu darsi che ci sia chi dall'alto presieda ai nostri destini di uomini, e nel giorno della nostra nascita c'infonda un'anima rispondente alla sua volont. Voi ne aveste in sorte una non mai dimentica di s; dono eletto, ma grave, che appesantiva, sia pur dolcemente, i vostri primi passi di bimba e moderava le vostre risa e la vostra voce.
Perci parevate un po' assente e un po' tarda negli scherzi infantili, nella compagnia delle vostre coetanee, nell'intesa con vostro padre, ripiegata su voi stessa nell'et in cui quasi tutti vivono con sensi che paiono spandersi all'esterno e innestarsi, come vene aperte, a tutte le cose del di fuori.
Vostro padre, non comprendendovi, vi teneva in dispregio, e nelle sue rare carezze, tradiva con la mano, o ruvida o distratta, il malcontento di vedervi crescere diversa da come egli vi avrebbe voluta. Avete, perci, pianto a lungo, in molte notti della vostra infanzia, al pensiero di un rimprovero ingiusto, di uno sgarbo immeritato, e fors'anche di una percossa, che voleva castigarvi di una timida esitazione, creduta, invece, disobbedienza o capriccio... Allora vi veniva desiderio di morire o di fuggir di casa, per andare non si sa dove, forse a gettarvi sulla via come una povera cosa abbandonata. E soffrivate anche pi, quand'egli con un rimprovero o con uno scherzo grossolano richiamava su di voi gli sguardi degli estranei: vi pareva che la gente, guardandovi in trasparenza, irridesse a quei sentimenti che tenevate pi cari. Per ogni cosa di voi, vista dagli altri, vi sentivate ferire; sicura che gli altri non potessero intendervi, ma fraintendervi. Non eravate bella, allora, ma forse un po' sgraziata e un po' arida nelle forme, incolore e senza profumo, se mi  permesso ripetere per voi la similitudine del Poeta, come il fiorellino dell'uva.
Mi piace credere che passaste dall'adolescenza alla giovent con il lento declinar di una malattia. Forse trascinandovi coi ginocchi fiacchi dal letto alla poltrona, sentivate sulle labbra l'amaro dell'erba fresca e non avevate coscienza d'assaporar cos germogli di vita nuova; forse, quando i vostri capelli s'impigliavano e venivano gi tra i denti del pettine o nella presa lenta delle dita che volevano tentarli, v'accoravate di quel morire continuo e silenzioso in cui cadeva una parte di voi vivente, senza comprendere che da sotto a quelle spoglie uscivate, ogni giorno un poco, pi monda e pi compiuta.
Poi incominciaste ad avvertire, quasi con la meraviglia di una scoperta, che il vostro cuore metteva radice l dove prima non v'eravate mai sentita vivere. Il fiorellino dell'uva cadde, mentre in fondo a voi s'addensava l'inebriante dolcezza di cui s'empie il grappolo maturo. Essa v'era infusa a stilla a stilla dalle lacrime che nessuno vi vedeva piangere, dalle parole che vi ricadevano in cuore quando gi v'erano al sommo delle labbra, dalle pene e dalle gioie umili del vostro prossimo, dalla benignit della natura, dai palpiti della vita universa. Ora di tale dolcezza siete colma; ed essa muove quel respirare un po' tardo e un po' grave, che pare il ritmo della vostra anima.
Come v'immagino bambina, potete entrare nel mio passato senza che nulla della mia vita trascorsa insorga a contrastarvi la venuta. Lo spirito di quel tempo, che fermerebbe chiunque altra tentasse quella soglia, s'ammansisce dinanzi a voi, come sul limitare d'una porta un cane fedele che nella visitatrice ignota senta non l'estranea, ma l'ospite attesa...
Un giorno, forse, io vi narrer della mia infanzia e vi dir come per il mio cuore bisognoso di devozione e di compagnia creassi il fantasma di un gemello a cui sopravvissi dalla nascita e mi sentii congiunto con la fedelt del lutto. Ebbene, mi pare che quel fantasma porti per mano voi bambina a me bambino. Ma pi viva e pi splendida voi entrate nel mio presente e sarete nell'avvenire. Vi ho vista quale eravate fanciulla; vi vedo oggi quale siete, e tuttavia, mi sento inetto a ritrarre in forma compiuta la vostra immagine attuale. Come il pittore che non osa raffigurare in un solo ritratto il volto della donna amata ora ne traccia un profilo, ora un altro, preferendo far balzar la sua visione da dieci abbozzi diversi, anzich da un'opera sola, cos io non posso che accennare a voi e soltanto dagli accenni sperare di trarre all'esterno la figura che ho in me intera ed unica.
Ricordo d'aver visto a Ischia una fila di cipressi sulla riva del mare. A guardarli dal basso in alto, sullo sfondo del luogo roccioso, parevano foschi ed insieme un po' miseri, troppo rigidi nel loro fusto non abbastanza slanciato e al sommo un po' spogli nella corona.
Ma a guardarli riflessi nelle acque di quel mare appena appena mobile, essi mutavano immagine, apparivano snelli, luminosi, delicatamente tremuli, vivi di una bellezza non materiale. Cos voi trasformate tutte le cose alla mia vista e alla mia comprensione. Io dico di voi quale siete, solo parlando dei beneficii che operate. E questo , forse, l'unico modo degno per dire di voi.
Vi sono strofe di poeti, armonie di musici, parole d'apostoli, nelle quali sento di non esser mai penetrato a pieno; quando mi sarete a fianco, godr di una perfetta rivelazione. Vi sono marmi e tele di cui forse l'intima grazia m' rimasta nascosta; da voi essa mi sar scoperta. Vi sono luoghi che hanno in s bellezze raccolte, non in mostra, ma custodite dalla natura per gli spiriti che sanno ricercarle; e dove io da solo sono passato indifferente, ritornando in vostra compagnia, mi fermer a gioire. E m'accorger che le albe e i tramonti, dai quali credevo d'aver attinto tutta la ricchezza dei doni, potevano ancora beneficare il mio spirito; come faranno quando sarete con me. Allora scoprir il pregio di cose che prima avevo trascurate e ne apprezzer compiutamente altre che nel mio inganno stimavo di misurare equamente secondo la misura del mio animo fin ad oggi manchevole. Vedr la bont dove non m'era apparsa; intender l'altezza degli umili, la forza dei mansueti; e come nessun dolore sia pi pesante del cuore che deve sopportarlo. Voi siete e sarete per me, pi che l'interprete, l'Ispirazione, la quale esaltando la verit ne rivela quanto in essa  divino; e operate tra me e le cose il miracolo per cui il volto amato risplende agli occhi dell'amante.
Ora mi viene un ricordo che varr forse a significare per similitudine il vostro potere sulla mia vita. Quando ero un piccolo e timido bambino di quattro o cinque anni, accompagnavo spesso la mia vecchia serva in una cantina fonda e buia, che s'apriva sotto il cortile della nostra casa. Ella mi teneva con una mano e con l'altra portava una candela accesa. Ma le pareti della cantina erano tanto larghe e la volta era tanto alta, che la luce di quella fiammella non bastava a illuminarle; cosicch questa, battendo incerta solo qua e l, creava coi suoi riflessi orribili fantasmi che m'atterrivano pi dei cantucci bui, e faceva errare, figure mostruose, le scolopendre lungo i muri, mentre gettava a terra ondeggianti circoli, che parevano volermi inghiottire. Allora chiudevo gli occhi, e camminavo alla cieca, stringendomi ai panni della mia guida. L'amore  passato nella mia vita fino ad oggi come quella candela in quella vasta cantina: cio creando larve nel buio.
Voi sarete la luce che inonder ogni angolo, ma illuminerete, anzich i muri guasti e le volte trasudanti umido, le meraviglie che ignoro e tuttavia ho presentite fin dalla fanciullezza.
Un tempo, credevo che nel cielo dovesse apparirmi scritta una parola magica, la quale mi avrebbe fatto trovar nel mondo un senso nuovo. Oggi so che quella parola  in voi, Chiara; e vive col vostro respiro.
Spesso m'apparite cos diversa da tutte le altre donne, che vi crederei divina, se non vedessi le vostre povere mani dolenti. Forse v'amo di pi proprio per quelle, come per un tangibile segno di pena che v'unisca all'umanit.
Nulla, infatti,  pi nobile e pi alto e pi degno d'amore, di un'anima che sospira verso il cielo dalla sua veste dolorosamente mortale".
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Capitolo 11.
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Le nozze.
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Sulla fine della primavera risolsi d'andare dai miei, per annunziar loro il mio fidanzamento e stabilire insieme la data del matrimonio, sebbene in cuor mio l'avessi gi fissata per l'autunno.
Non m'ero fatto commuovere da una lettera di mia madre, che mi chiamava a star con lei durante le vacanze di Pasqua. Ora sentivo un po' di rimorso, oltre il peso del silenzio che avevo tenuto fino ad allora a proposito di Chiara.
Fui distratto ed inquieto per tutto il tempo del viaggio; quasi mi pareva che il treno, pure portandomi in luoghi nuovi, mi trascinasse verso il passato, del quale negli ultimi anni ero vissuto come dimentico.
Arrivai nel pomeriggio; e poich volli incamminarmi a piedi, subito mi smarrii. Non incontrando per quelle campagne anima nata che m'indirizzasse, ne ebbi una triste impressione; come se fossi stato orfano e, tuttavia, volessi illudermi di poter trovare ancora nel mondo mio padre e mia madre. Le campagne intorno erano squallide: pi che campagne, aride e gibbose terre tra i monti sovrastanti e il fiume; il sentiero spariva di tratto in tratto, per rinascere sempre pi tormentato dai sassi che l'ingombravano.
In quella solitudine i miei avevano passato l'inverno, da l mio padre sovraintendeva alla vasta propriet del principe Carpi che viveva in Inghilterra. A casa trovai soltanto la mamma. Ebbe tanta gioia di rivedermi, che mi tenne stretto nell'abbraccio, senza dir parole; ed anch'io rimasi commosso della medesima gioia, cosicch per qualche tempo nel mio cuore non sentii che mia madre sola, come quando ero piccino ed ella mi riempiva tutto di s.
Ma appena scendemmo a conversare nell'orto dietro casa, non vidi pi le sue ciglia tremolanti di lacrime: esse mi furono come nascoste dal fantasma di Chiara, cio dalla figura dell'estranea, che feci subito entrare tra mezzo a noi.
S, ne ho il ritratto dissi; e glielo diedi Ma non  la bellezza del viso quella che mi ha innamorato.
La mamma rimase a lungo con la testa china e quel ritratto in mano, dinanzi agli occhi, cos che pareva lo contemplasse attentamente; poi, nel ridarmelo, mormor a fior di labbra:
S, capisco, non  per questo. Il migliore ritratto tu l'hai l dentro e stese un dito, a indicare il mio cuore.
Anche il pi fedele risposi Ti assicuro che non m'inganno.
Allora mi sospir quasi sulla faccia:
Bambino!, e con quella parola mi dispiacque, come se avesse significato: Credi di sapere e non sai! ma poi, subito dopo, mi si gett addosso e mi strinse a s con tanta amorevole furia, che ne fui stupito. Con un braccio mi cingeva il collo e con una mano mi carezzava ripetutamente la guancia.
Che cos'hai? dissi, svincolandomi piano. Non sei contenta? Ora tutto andr bene. Io guadagno abbastanza per metter su casa, e potr guadagnare anche di pi, in seguito, ponendo in atto certe mie idee.
Cos tentai di voltare il discorso ad argomenti di interesse pratico, quasi che soltanto questo avesse potuto farla contenta o preoccuparla per il mio matrimonio. Ma ad un tratto, mentre parlavo, ella cadde a sedere su d'una panca di legno e cominci a piangere un piccolo pianto fatto di lacrime senza lagno.
Mio padre non seppe nulla, sino a che finimmo di mangiare. Quando si fu ritirato nello studio, io andai a raggiungerlo. Quella stanza era bassa e piccola, stranamente simile a una cuccetta di nave. Il babbo stava seduto dinanzi a una tavola lunga quasi quanto la parete, a cui egli accostava le spalle; in alto, sul suo capo, era attaccato al muro il quadro "La difesa del corpo di Marco Bozzari". Di fronte, a poca distanza dalla tavola, s'apriva la finestra, nel cui vano avevano posto una cassa, coperta da un tappetino. L sedetti io.
Sul principio il babbo parve non pensare a me: rimaneva coi gomiti appoggiati alla tavola e la testa tra i pugni. Lo trovavo sempre pi canuto e stanco. Poi si scosse; e tirandosi di tasca alcune lettere chiuse, mi disse, continuando a non guardarmi:
Ebbene? Quali novit?
Cominciai a parlargli del mio impiego alla Biblioteca, delle mie speranze di maggiori guadagni, che mi sarei procurati con lo scriver di letteratura su per i giornali; e calcavo su questi temi, per dargli una buona idea della solidit delle fondamenta su cui volevo poggiare la mia nuova famiglia. Egli ascoltava, rigirandosi tra le mani quelle lettere chiuse senza risolversi ad aprirle. Aveva l'aria d'interessarsi, pi che delle mie parole, della scritta ch'era sulle buste.
Allora m'interruppi; e come vidi che egli mi guardava interrogativamente, gli dissi d'un fiato ci che pi mi premeva. Si fece subito attento; e due o tre volte mosse le labbra, come chi stia per dir qualche cosa, ma poi, pensandoci meglio, rimanga zitto. Incoraggiato da quel silenzio, mi misi a rincalzar la proposizione principale "Io prendo moglie" con altre che dovevano difenderla da possibili assalti. In fine, non ero un ragazzo, avevo ventiquattro anni, e potevo bastar col mio lavoro a me e alla mia compagna. Non facevo un matrimonio per il proposito o il gusto di farlo, ma perch m'ero innamorato; e Chiara meritava bene il mio amore.
Il babbo che ora aveva rapidamente aperto e letto le sue lettere, tranne una, dalla busta rettangolare, pos questa sulla tavola e di nuovo mi piant gli occhi in faccia. M'accorsi che non m'ascoltava pi, ma mi guardava in uno strano modo, osservandomi come se mi vedesse per la prima volta e volesse giudicarmi dall'aspetto.
Mi sentii urtato da quello sguardo e tacqui d'improvviso. Nell'incontrarci con gli occhi mi parve intender nei suoi lo scontento per il risultato di quel tacito esame.
Ecco come i miei accoglievano l'annunzio delle mie prossime nozze. La mamma non era riuscita a nascondermi i suoi dubbii sulla mia sposa; ora mio padre si mostrava malsicuro di me.
Dunque, diss'io contenendo a fatica il dispetto io ho compiuto il mio dovere. Non credo che tu possa rimproverarmi nulla. Ho un impiego, mi mantengo da me...
Guarda! esclam come parlando a s stesso Ecco un altro che prende moglie!
E poich io non gli domandai chi fosse quell'altro, mi spieg, porgendomi il cartoncino:
 uno, cio, che la riprende. Il dottor Simoni. Si marita con una signora che devi conoscere, Luisa Reiner.
La mamma d'Elodia! mormorai meravigliato Strano! Si sposa col dottor Simoni!
Son due vedovi rispose mio padre; poi, abbassando il capo sulla tavola e prendendo in mano la penna, mi fece capire che per quella sera non avevamo pi nulla da dirci.
Uscii lentamente, pensoso d'Elodia, e rammaricandomi ch'ella entrasse, con sua madre, nella casa dei due "uomini rossi". Andato nella camera dove m'avevano preparato il letto, aprii il balcone e vidi che c'era un cielo splendente di stelle. Chiara mi torn al fianco; ma per tutta la notte le mie immagini rimasero confusamente mobili, come quelle riflesse in uno specchio d'acqua che la caduta d'una pietra abbia turbato.
...
Durante il mio fidanzamento continuai a veder Chiara in quell'alone di mistica luce, di cui avevo cercato ritrarre l'incanto nella lettera scritta e non mandata. Le nostre nozze avvennero poco prima di Natale. Del matrimonio civile ho un ricordo senza rilievo: una stanza dalle pareti nude e con la carta qua e l in brandelli; mia madre che, seduta su d'una sedia di paglia, nsima, tutto il tempo della cerimonia, per la scala ripida che ha dovuto salire; Chiara muta, ma sorridente, in abito color tortora (lo stesso che indoss poi per il viaggio); le sue sorelle che non smettono di chiacchierare; mio padre e mio suocero, vicini e visibilmente antipatici l'uno all'altro, dinanzi alla tavola zoppicante, dietro cui il grosso e calvo uomo che ci ha uniti in matrimonio rovescia col gomito il calamaio colmo sui fogli dell'atto. Le vere nozze furono quelle celebrate nella Chiesa della Croce di Lucca. Poca, ma blanda luce spiovente dalla cupola, odor di ceri e di rose, musica d'organo, canto di voci femminili: impressioni che affiorano tuttora sull'anima mia, leggiere e dolci e pur pallide per non so che senso di morte, quali dovettero apparire a galla i fiori della ghirlanda d'Ofelia, annegatasi nel lago. Mi par di sentire ancora la fiacchezza dei ginocchi, che si piegano sull'inginocchiatoio, da dove, poi, pur gi addolorati, non vorrebbero ritrarsi; Chiara che mi respira accanto attraverso il velo bianco; il mio "S" che mi par troppo forte; il "S" di lei che intendo col cuore, prima ch'ella abbia mosso le labbra, e che, tuttavia, cerco invano con l'orecchio. Piange Chiara dietro il suo lungo e sottile velo di sposa? Certo, i suoi grandi occhi neri sono un po' tremuli e mi guardano umidamente. Ma, forse,  la mia vista ch' tremula e son io che, senz'accorgermene, piango qualche lacrima facile. Ci si affollano intorno; sono volti amici e sconosciuti e c' mia madre che tenta di farsi largo. Ecco, mi muovo per abbracciarla, ma mi trovo in mezzo ad altri, pi lontano; ed  ancora mia madre che mi cerca. Chi  quella bellissima signorina che mi sorride, tenendosi un poco in disparte? Possibile! Elodia? Vedo ch' lei, senza dubbio, ma pur riconoscendola trovo ch' molto mutata. In che cosa non so bene; per esempio, ecco, la sua voce m' nuova, ha un accento straniero e rivela una scioltezza per cui mi par tanto diversa dall'altra che mi disse le ultime parole di saluto. Ora ella mi stende tutt'e due le mani; e sono le sue che nella stretta scuotono le mie. Mi sento toccar sul braccio e vedo la signora Reiner; cio la moglie del dottore. Dio, com' rimasta giovane! Suo marito  in compagnia di mio padre. Un passo, e mi trovo di fronte Simone Simoni. Anche lui? Ch' venuto a fare? Esitiamo un poco, incerti se dobbiamo darci o no il bacio rituale; poi, insieme, quasi distrattamente, accostiamo una faccia contro l'altra. Un'ombra fugace mi passa sul cuore: il ricordo di Tibut.
Finalmente, mi ricongiungo a Chiara e mi ritrovo soltanto suo sposo.
Ora siamo a casa Sinnici, le stanze e la gente sono in festa per le mie nozze, n posso dire ch'io non mi senta inebriato di gioia; tuttavia, ho l'animo di chi, in un giorno felice, avverte la mancanza d'una persona diletta, gi da tempo morta o lontana, e per questo ha la gioia non diminuita, ma, in tutta la sua pienezza, soffusa di pena. Perch manca nonna Dorotea? Perch manca zio Luca? Chiss!
Nel salotto m'intrattengo un po' con Elodia. Siamo in piedi, presso il camino, ed ella mi parla con una mano appoggiata in alto, la palma contro un angolo del marmo, e con la persona che si bilancia quasi per gioco, sul braccio che si stende e s'allenta, senza toglier la mano dall'appoggio. Nel parlarmi, getta un po' indietro la testa, e il suo sguardo par che venga a me sfiorandole le gote:
S, sono dieci anni. Dopo i primi mesi, tutt'e due abbiamo taciuto. Tutt'e due dimentichi? No. Ma la distanza... il tempo!
Ora ella  in casa del padrigno.
Ad un tratto esclama, con uno scoppio fanciullesco di voce: Sa che la Sua sposa mi piace molto?
Chiara s'avvicina ed io fo la presentazione. Si guardano, poi s'abbracciano, come a suggellare l'amicizia.
Finalmente io e Chiara siam pronti per andar via. Un'ansia febbrile m'affretta, eppure in quell'ansia vorrei trovar qualche cosa che mi trattenesse. Mi svincolo dagli abbracci troppo lunghi, e, nello stesso tempo, cerco con gli occhi altra gente da salutare.
Eccoci nell'automobile. Dai balconi e dalle finestre ci mandano ancora saluti; tra quelle voci mi par d'udire il mio nome gridato da mia madre. Penso per un momento che la mamma si senta male per la commozione ed ora si lasci cader di peso su d'una sedia, cos come la vidi abbandonarsi sulla panca di legno, laggi, nell'orto della sua casa solitaria, mentr'io le annunziavo questo giorno.
Ma l'automobile fugge, e si lascia indietro quel mio pensiero.
Chino su Chiara, le prendo le mani, che spoglio dolcemente dai guanti. Il ricordo di quelle mani posate sulla cupoletta del lume  insieme quello del mio primo sentimento di tenerezza per lei; ed io voglio dare ad esse il primo bacio delle nostre nozze. Il freddo del dicembre le ha gi rifatte gonfie; ora sento sotto le labbra il gelo e la ruvidezza della pelle tormentata. Chiara sorride, ma cerca ritirarle; e poi, quando vi riesce, me le passa sul volto, lieta che mi diano un segno della loro gratitudine. In quell'atto, le braccia sollevate le fanno aprire la giacca, ed io scorgo alla cintura dell'abito, dal lato del cuore, un gruppo di rose bianche. Metto la bocca su quelle rese, e vado con le labbra anche pi in su, fin sotto il seno, come per respirare insieme con la fragranza umida dei petali quella del suo cuore palpitante sotto la veste.
Chiara si rincantuccia, gettando le spalle indietro; e indicando le rose, dice:
Me l'ha messe la tua amica.  venuta in camera mentre mi vestivo.
Allora penso Elodia nell'atto d'appuntar quelle rose alla cintura di Chiara, e la vedo come l'immagine del mio migliore passato che s'inchini ad infiorar la compagna del mio avvenire.
...
Arrivammo a Sorrento, quando gi calava la sera. La parola che, nella mia adolescenza, m'era apparsa nel cielo come una macchia di fango, splendeva ora in segni di stelle dinanzi ai miei occhi innamorati.
Mi sentivo leggiero nell'ebrezza, tutto fiato d'amore e spirito sciolto dalla gioia; ma sul braccio il fianco di Chiara mi pesava un poco. A mezzogiorno, scendendo per la colazione nella sala dell'albergo, m'accorsi che tra gli ospiti eravamo i soli italiani. Ci non mi dispiacque, quasi ci mettesse in una specie di esilio felice: seduti alla nostra piccola tavola, stavamo nei limiti della nostra solitudine, pi uniti tra noi e pi sicuri del nostro mutuo possesso. E nulla ci distoglieva, per richiamarci al di fuori. Ma poi Chiara, scuotendosi come chi esce dal sogno, cominci ad accennarmi a bassa voce i commensali di questa o quell'altra tavola.
Erano silenziosi, quasi tutti rigidi nei loro abiti, anche le donne, che guardavano dall'alto nel loro piatto; e avevano non so che pallidi riflessi di luce fredda sulla fronte e sulle mani; cosicch di contro al mare di Sorrento, luminoso attraverso la vetrata, mettevano ombre d'inverni settentrionali.
Alzandoci da tavola, io presi e diedi a Chiara alcune camelie, di cui tutte le mense erano infiorate.
Sebbene fossimo in decembre, il giorno era mite; e noi volevamo uscir per le vie, a portar la nostra felicit sotto il cielo aperto, lungo la marina che c'invitava da gi. Solo una coppia s'era levata prima di noi, da un canto in cui prima non l'avevamo scorta; si ferm, voltandosi, e ci trovammo di faccia. L'uomo era molto giovane, alto, dall'aspetto straniero, dal viso vagamente simile a quello del cugino di Chiara, Amedeo, ma con gli occhi anche pi azzurri. Mi meravigliai nel vedere che in quella stagione aveva una camicia alla Robespierre, col collo largo ed aperto rovesciato sul bavero della giacchetta. Teneva il berretto afflosciato sotto il braccio; e i capelli biondi, gettati in dietro, gli scoprivano una fronte un po' bassa. L'altra, dalla persona molto pi piccola, aveva l'aria di una bambina compunta, sotto la massa dei capelli scialbi, ancora mal rassegnati a non scenderle in trecce sulle spalle.
Anche lei aveva preso i fiori dalla tavola e ora vi premeva su la bocca, inclinando sul petto il mento troppo corto.
Per lasciarci libera l'uscita, si scostarono, ognuno da un lato; cosicch noi passammo in mezzo. Ella guard Chiara e le sorrise, ma con un pallido sorriso che le si stacc e cadde dal labbro come un fiorellino della neve.
Sono anch'essi in viaggio di nozze. mi disse Chiara Hai visto lei com' giovane? Carina, non bella!
Paiono tedeschi. Ma potrebbero venire anche da pi su, dalla Scandinavia, per esempio.
E tra tutti gli ospiti dell'albergo, quei due furono i soli che c'entrassero un po' nel pensiero.
Camminammo per la via tenendoci per mano e scherzando a tirarci l'uno con l'altra; scendemmo alla spiaggia; volemmo arrivare su d'uno scoglio ripido ed erto sull'acqua e vi restammo fermi, in piedi e abbracciati, mentre il mare ci spruzzava di spuma.
Nel discendere, Chiara ebbe paura e mise qualche grido; dopo, ridivent un po' lenta e grave, e, al ritorno, prem sul mio braccio.
Io mi chinavo su lei ancora taciturna, come aspettando qualche cosa che dovesse uscir fuori da quel silenzio, fosse soltanto una parola o un gesto, ma tale da avere un significato di rivelazione; aspettavo con fede, eppure gi desiderando che l'attesa non fosse troppo lunga e gi domandandomi se non avessi colpa io di quell'indugio.
Nel rientrare, dopo il tramonto, c'imbattemmo di nuovo, sulla soglia dell'albergo, nei due giovani stranieri. La donna camminava avanti, svelta e con la faccia tesa a guardare il cielo stellato, lasciandosi svolazzare indietro i due larghi nastri della cuffia da automobilista che le nascondeva il capo; l'altro la seguiva alla distanza di qualche passo, col volto in ombra sotto la falda calata del cappello, e le mani nelle tasche di uno spolverino chiuso fino al collo. Pur passandoci daccanto, non diedero segno d'averci visti.
Pi tardi, nella sala da pranzo, li cercai a lungo con lo sguardo. Non c'erano, e i loro posti rimasero vuoti.
...
La mattina dopo, ci eravamo appena levati, verso le undici, quando sentii correre per il corridoio. Schiusi la porta e dalla soglia vidi passare in una corsa pesante un signore di mezz'et che gridava: Huber! Huber! come se chiamasse qualcuno. Si aprirono altri usci, e il signore si ferm in mezzo a un gruppo di stranieri accorsi. Scuotendo il capo, egli mormorava parole che non intendevo, ma che dovevano essere tristi, perch le facce, attorno, si rabbuiavano.
Sentii ripetere: Huber!, anche da altri, e allora pensai subito ai due giovani che la sera non erano rientrati per il pranzo e fui certo ch'era capitato loro qualche cosa di grave.
Da dentro Chiara, appuntandosi in fretta i capelli dinanzi allo specchio, mi chiamava lamentosamente:
Mario! Ch' successo?
Poi venne anche lei sulla soglia e rimase l, immobile, mentr'io m'avvicinavo al gruppo.
Una vecchia signora mi disse in francese che i giovani della camera 14, Carlo Huber di Monaco e la sua sposa, si erano uccisi insieme, in una macchia di selva, tra Sorrento e Sant'Agata. Erano stati scoperti quella mattina presto da una ragazza, ch'era subito corsa a dar l'avviso; ma poich nessuno sapeva quale fosse l'alloggio della coppia, qui da noi la notizia era arrivata in ritardo.
Chiara rientr in camera e si coperse la faccia con le mani.
Andavano ad uccidersi! mormorava. Andavano ad uccidersi!
Infatti, quando noi l'avevamo incontrati, essi uscivano dall'albergo per andare incontro alla morte.
Mentr'ella diceva questo, io li rivedevo come in quel momento, e mi stupivo dell'animosa risolutezza con cui quella piccola e giovanissima donna camminava precedendo l'uomo, quasi a guidarlo, e sollevando il viso verso il cielo.
M'avvicinai a mia moglie, la rincorai, le cinsi il fianco con un braccio.
Ella mi afferr le spalle, e stringendosi a me col petto contro il petto, mi disse, implorando: Andiamo via! Subito via!
S, come vuoi. Cambieremo albergo.
Intanto, si sentivano sempre voci e passi pel corridoio. Aprivano la loro camera, cercavano se mai avessero lasciato qualche scritto. Non m'allontanai da Chiara; ma poi, affacciandomi sulla porta, vidi passare un cameriere e gli chiesi notizie.
C'inform che in camera non s'era trovato nulla, oltre un foglio di carta, sul tavolino, con due parole e, sotto, la firma di tutt'e due. Gli domandai se sapesse quelle parole. Non le sapeva; ma aveva sentito dire che non spiegavano la ragione del suicidio. Questo appariva veramente senza causa. Bench i due giovani fossero arrivati a Sorrento solo da pochi giorni, Carlo Huber era conosciuto per fama da parecchi tedeschi dell'Albergo. Era un musicista di Monaco e aveva fatto un giro di concerti anche per altre citt della Germania. Una signora bavarese ricordava d'aver saputo che dalla primavera scorsa egli s'era fidanzato con la figlia d'un pastore. Nessuno dubitava che la sua compagna non fosse la sposa. Eran voluti morire in viaggio di nozze, qui, in Italia. Forse, chiss, uno dei due era ammalato.
Chiara ascoltava in silenzio, dopo aver tratto in mezzo alla camera le valige, per tradurre in segno, a s stessa, l'idea che tra poco avremmo lasciato quell'albergo. Io pensavo, intanto, alle due o tre parole bastevoli a due amanti per significare a chi resta la ragione della loro dipartita. "Siamo stanchi". Ma due sposi in viaggio di nozze non si possono uccidere per stanchezza. "Siamo poveri". E quel giovane non era povero. "Senza pi fede", "Soffriamo del nostro amore". Chiss? Comunque, volevo saperle, quelle parole estreme, a cui essi avevan fatto seguire il silenzio della morte.
Me le disse, pi tardi, il signore che avevo sentito gridar nel corridoio il nome di Huber. Ecco, solamente: "Stirb und Werde" (Muori e Diventa), tracciate su d'un gran foglio bianco, dalla stessa mano femminile che aveva firmato per prima. Ed io vidi ancora una volta la piccola straniera che camminava animosa e con la fronte al cielo, dianzi al giovane un po' curvo. "Stirb und Werde"!
Quando scendemmo per andarcene, avevano gi trasportato all'albergo i corpi dei suicidi e li avevan messi, l'uno a fianco dell'altra, in un salotto al pian terreno. Sebbene Chiara cercasse trattenermi, volli entrare in quella stanza. Avevano tutt'e due la faccia coperta; ma io m'immaginavo che se avessi alzato quella copertura, il volto della giovane sposa mi sarebbe apparso bellissimo.
Chiara, tremante sulla soglia, mi chiamava a bassa voce, supplichevolmente:
Mario! Mario!
...
Andammo a piedi, ad un albergo poco lontano, seguiti da un ragazzo che ci portava le valige. S'era fatto buio e per la via deserta, il nostro andare somigli molto a una fuga, a cui per io fossi spinto, quasi trascinato da mia moglie. Qualcuno dei miei pensieri s'ostinava a rimanere indietro, a correre verso l'albergo che lasciavamo e rientrare in quella stanza, dove la Morte m'era parsa non gettare ombra, ma luce. Ci mi faceva un po' indocile a seguir Chiara, e, nello stesso tempo, mi dava uno strano rammarico: quello d'aver guardato troppo fugacemente i due giovani suicidi. Ma appena ci trovammo nella nostra nuova camera, ella ed io avemmo insieme uno slancio impetuoso d'amore. Forse tutt'e due volevamo chiedere qualche cosa al nostro abbraccio, qualche cosa d'ignoto a cui anelavamo con un'aspirazione vaga e profonda, che rimaneva inesplicabile a noi stessi e soffriva d'essere insoddisfatta. Ma mentre io continuavo a tormentarmi per indovinar la domanda misteriosa, Chiara s'addorment placidamente. Sulle prime, mi misi a contemplarla con tenera amorevolezza e, forse, anche con la fiducia che il bel volto dormente mi avrebbe infuso pace; poi, a poco a poco, mutai animo e divenni sempre pi inquieto, con un incerto pensiero di rimprovero verso di lei. Mi torn l'immagine della sposa suicida con la faccia coperta; e mi parve veder teso innanzi ai miei occhi un foglio di carta dove fosse scritto "Stirb und Werde". Allora balzai come chi trova a un tratto il senso d'una parola oscura, e capii perch i due giovani stranieri avevan cercato la morte.
Ecco, innamorarsi vuol dire accogliere in s un germe di vita misteriosa; e il germe anela a divenire e palpita come un altro cuore pi vasto che voglia nascere dal cuore. Gli amanti avvertono vagamente il fremito di quella vita che tende a crearsi, e si abbracciano e si uniscono e credono cos di secondare la muta voce che li fa ansiosi. Ricadono sulla loro illusione col peso dei loro corpi stanchi; mentre il germe divino intristisce e si dissolve.
Dove ci accade, una creatura ha fallito per sempre la sua pi alta fortuna.
Ma ci sono altre creature pi solitarie o pi raccolte o pi attente che, attraverso pensieri e sospiri di morte ai quali son docili e tuttavia un po' estranee, come chi, sognando, stupisca del proprio sogno, intendono l'anelito di quel cuore segreto e lo secondano senza incertezza. Quelle solo, tra tutte, si aprono al divenire. Perci la giovane sposa straniera andava sicura ed assorta, con la fronte verso il cielo stellato. Ella ci era passata accanto come la Promessa nel momento che sta per compiersi. Perch, poi, le avevano coperto la faccia? Avevano forse sentito insostenibile lo splendore della sua nuova bellezza?
Tornai a guardar Chiara e pensai:
Se ora si svegliasse, se mi desse segno d'aver inteso ci che l'altra ha inteso, ecco, io sarei pronto a seguirla. Con letizia, con fede, senza mai voltarmi in dietro! Questa notte, in riva a questo mare, in una di queste selve. Ma se foss'io a svegliarla? Se le proponessi io di rintracciare insieme, la mano nella mano, il cammino degli altri due sposi?
Allora la vidi quale sarebbe stata nell'ascoltarmi: folle d'angoscia, aggrappata al mio petto, fissandomi con occhi smarriti e chiamandomi supplichevolmente: Mario! Mario!
...
Due giorni dopo, eravamo in barca sul mare di Capri. Non avevo voluto con me il barcaiuolo e remavo io stesso.
Quelle giornate di decembre continuavano ad esser limpide e miti, e noi perci eravamo andati in abiti leggieri, senza pastrano; ma nel rapido declinar di quel pomeriggio gi vedevamo sul nostro capo il cielo del tramonto e, alle spalle, l'ombra velar la terra.
Ad un tratto, tirai i remi fuor dell'acqua e, posandoli nella barca, lasciai che questa fosse cullata lentamente dal mare. Mi pareva di far tutto secondo un ricordo, di rivivere un'ora gi vissuta. Ecco, una sera estiva della mia infanzia, zio Luca che mi sorrideva e, a poco a poco, mutava faccia, diventando sospiroso e malinconico, dinanzi a me bambino, seduto di contro a lui nella barchetta non pi guidata. Ma ora tutto era diverso: io stavo alla voga e di fronte avevo la mia giovane sposa.
Ci nonostante, sentivo in quell'oggi qualche cosa di quel lontano ieri.
Rammentai le parole di zio Luca:
Oh, povero piccolo! Che faranno di te, domani? Ti ridurranno in modo che non potrai goder nemmeno un tramonto in mezzo al mare.
Forse quel presagio si compiva proprio nel mio viaggio di nozze. Ma essi, i miei nemici, rimanevano tuttora vagamente ignoti, come li avevo supposti bambino, pur credendo che col tempo avrei potuto guardarli in faccia. C'era in quel tramonto la tristezza penosa di un godimento guastato; le piccole onde senza spuma, che si muovevano dai fianchi della barca, s'allontanavano sotto i miei occhi, alzandosi e abbassandosi col loro dorso mollemente verdastro, come qualche cosa di mio che vedessi partir con pena, ma senza volont di trattenerlo. Avrei voluto avere addosso la lettera scritta e non mandata a Chiara, per gettarla di nascosto su quell'acqua.
Poi cercai di scacciare queste idee, scuoterle via da me come un'ombra di freddo, e, afferrando di nuovo i remi, presi a vogare alacremente, guardando solo Chiara e non all'intorno. Mi vennero alla memoria due versi, di quelli con cui mi pareva che ella m'avesse chiamato all'amore dal fondo del suo silenzio:
"Que m'importe le jour? Que m'importe le monde?
Je dirai qu'ils sont beaux quand tes yeux l'auront dit"
e li ripetetti ad alta voce per il desiderio di destarmi con la loro risuonanza.
Chiara rimase come chi non intenda.
Li ripetetti ancora; mormorai:
De Vigny! Il tuo De Vigny! Me lo mandasti mentr'ero ammalato.
Ella fece un segno col capo, ma un po' confusa, senza guardarmi; ed io capii che non ricordava. Allora, stringendo i remi quasi rabbiosamente, misi tutta la mia forza in quella voga.
Non vedevo pi Chiara; ero solo nella barca e avevo ansia di fuggir sul mare buio, dopo il sole e prima delle stelle. Ma ecco che, leggermente, qualcuno veniva a sedermi vicino, a poppa, ed io, sentendo quella vicinanza senza voltarmi o levar lo sguardo, mutavo animo e m'infervoravo di un'alacrit diversa, tutta spirito ed ebbrezza. Nella barca era salita, con lievit di fantasma, la piccola sposa straniera e mi faceva compagnia mutamente, seduta sul banco di poppa. Certo, da dietro alle mie spalle curve, ella doveva guardare il cielo, sollevando la fronte in contro alle stelle che stavano per apparire. Non premeva sulla barca, ma l'alleggeriva; e noi andavamo rapidi e trasvolando sul mare verso una spiaggia a me ignota, tranne nella promessa che mi mandava incontro come un'aria pi dolce.
Questa fantasia mi dur appena il tempo di qualche battito di palpebre, forse quanto la confusione di Chiara. Alzai la testa e ricercai con gli occhi mia moglie che mi sedeva di faccia, voltando le spalle alla piccola prua. Rimaneva tranquilla e salda, con tutt'e due i piedi poggiati sul fondo, ma un po' china a fiatarsi nel cavo delle mani. Ora sentivo il suo silenzio come qualche cosa d'opaco e di pesante, fatto massa con lei sulla prora della barca. E, sebbene m'affaticassi a remare, mi pareva che ci muovessimo a stento.
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Capitolo 12.
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Mia moglie.
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Avevamo messo casa molto lontano dal luogo dove c'eravamo conosciuti, quasi all'altro capo della citt, verso Posillipo. Uscivo presto e tornavo tardi, passando anche la sera occupato a scrivere. Ero riuscito a pubblicare qualche mio articolo su questo e quel giornale e ne preparavo altri, con l'intento di trarre da essi, se non rinomanza, almeno un po' di guadagno; ma non pensavo pi a laurearmi in lettere, sebbene avessi gi fatto parecchi esami.
Andando via, lasciavo Chiara a letto; cosicch il pi dei giorni ella mi appariva soltanto a lume di luce elettrica. Talvolta, aspettavo la domenica appunto per il desiderio di veder mia moglie col sole. Era un desiderio un po' accorato, ma non credo particolare soltanto a me tra tutti gli uomini costretti ad un lungo lavoro fuori di casa.
La sera, ella s'attardava, per farmi compagnia, in un cantuccio dello studio: quasi sempre aveva tra le mani un lavoretto a maglia, e il gomitolo di lana rossa o bianca le spuntava dalla tasca della veste, come il giorno che l'avevo trovata in casa della signora Dazal. A volte ero cos assorto a scrivere che non alzavo il capo dai fogli, e poi, d'un tratto, me la vedevo di faccia, in piedi dinanzi al tavolino. Aveva l'aria di chiedere che interrompessi lo scritto e le facessi qualche carezza; ma non diceva nulla e rimaneva l, ferma, con le mani nascoste ciascuna nella manica dell'altra. Era quella la mia sposa? O soltanto una fanciulla taciturna che stava a casa mia?
Va' a dormire le mormoravo allora, e, a mio parere, con amorevolezza; ma una volta, sentendo questo, ella pianse, ed io, per consolarla, le promisi che per nulla al mondo le avrei fatto pi quell'invito.
Tuttavia, non ero ancora completamente disilluso di lei o, per meglio dire, non ero un disilluso convinto. Se in alcuni momenti della nostra vita comune mi pareva di sentirla estranea, come, per esempio, quando guastava senza parlare la raccolta solitudine del mio lavoro, in altri credevo non aver saputo trarla dal suo silenzio per una mia manchevolezza, come chi non riesca a prendere dalle acque un gioiello sommerso che indovini dal luccichio e che, pur tentando, non raggiunga col braccio. Poi questo pensiero prevalse e divenne la mia nuova pena.
I parenti di Chiara venivano di rado a farle visita. Eppure, quelle rade volte, avrei voluto prendere il cappello per andarmene via.
Se facevano la loro visita di giorno, quando io non c'ero, ritornando, trovavo perfino nel mio studio qualche cosa che aveva cambiato posto. Alle mie lagnanze, Chiara si rattristava; e certamente, io ero crudele a farle sentire come gradissi poco la venuta dei suoi, quando questi non le davano segno di curarla troppo. In verit, non mi dolevo con lei per il disordine che lasciava il passaggio delle sue tre sorelle e che mi serviva solo di pretesto al malumore; ma, invece, pel dubbio che quei visi familiari le riportassero, con senso di rimpianto, qualche immagine della sua vita passata.
Le prime visite di Amedeo furono timide e brevi. Egli pareva chiedere scusa di essere venuto, e mi guardava preoccupato dalla sedia su cui sedeva in punta.
Allora, sorridendogli, lo rincoravo.
Quel bel ragazzo forte e tuttavia tranquillo, dagli occhi dolci e il volto sensitivo, facile a turbarsi in onde di rossore, non mi era per nulla antipatico. D'altra parte, sapevo che Chiara gli voleva bene, con uno di quegli affetti che risalgono all'adolescenza, quando una fanciulla comincia a sentirsi un po' mamma e, a volte, prende in amore un piccolo, parente o vicino di casa. E mi piaceva la fedelt di gratitudine ch'egli le portava per quel bene ricevuto dall'infanzia.
Perci l'invitavo a venire sempre che volesse e, qualche domenica, a mangiar con noi.
A tavola, sulle prime, diventava festoso, come chi si oblii nella letizia di un desiderio non espresso e pur soddisfatto; ma, poi, aveva lunghe pause d'impaccio, nelle quali pareva vergognarsi d'essere stato troppo vivace.
Ebbene, Amedeo, non dici pi nulla? Chi vincer il campionato di ciclismo, quest'anno? E quello del nuoto?
Per farlo parlare, bisognava mettere in mezzo uno di questi argomenti. Non aveva, forse, l'ingegno sveglio, n, certamente, la parola facile, ma a discorrere di sport s'animava.
Fingendo d'ascoltarlo, ne ammiravo invece le forme, gi sviluppate e vigorose, bench avesse appena quindici o sedici anni; e stupivo che nell'amore degli esercizii fisici, anche violenti, quale il gioco del pallone o il pugilato, non sciupasse per nulla la sua anima gentile e modesta come una margheritina.
Chiara a quelle conversazioni non prendeva parte: ella, del resto, se parlava con me o con Amedeo e questo rimaneva intento a sentirla, abbreviava e, direi, ritirava a poco a poco le sue parole, col garbato pudore di una donna che ritiri lentamente le sue belle mani da sotto a uno sguardo che le fissi troppo. Accortomi di ci una volta, feci attenzione ed osservai che avveniva sempre cos. Nel domandarmi se questo fosse suggerito a Chiara dal suo naturale riserbo, non mi seppi rispondere, e rimasi vagamente pensoso.
...
Un giorno, alla Biblioteca, mentre ero al mio consueto posto di lavoro, vennero a dirmi che una lettrice chiedeva di me. Nella sala dello schedario trovai Elodia.
Buon giorno! e mi scosse la mano come aveva fatto la prima volta che ci eravamo rivisti Questa  un po' casa Sua; poich vi son capitata, ho voluto salutarLa. Ho fatto male?
La ringrazio. Ha chiesto, dunque, dell'amico, non del bibliotecario.
Certo! Si meraviglia di vedermi qui? Se mi giudica da quello ch'ero bambina, deve domandarsi che cosa io abbia da fare in una Biblioteca. Ebbene, sappia: m'interesso di storia dell'arte e cerco notizie del Canova.
Diceva questo col sorriso e la voce di chi si prenda un po' in giro da s stesso, e, parlandomi, guardava ora me, ora nel vuoto. Si sentiva quasi l'impaccio travestito da disinvoltura.
"Ebbene, sappia". Molte cose di lei desideravo sapere. Come aveva passato quei dieci anni che da bambina l'avevan fatta donna?
Nulla d'importante in questi dieci anni, mi creda! Siamo vissuti da zingare, la mamma ed io. Del resto, ci rivedremo ed avr tempo di raccontarLe, se Le piace. Ora m'aiuti a cercare. A che pensa?
Infatti pensavo: Nulla? Eppure, questo nulla ti divide da me, Elodia. Ora sei un'estranea a cui debbo parlare con il Lei; domani forse potremo essere amici, ma oggi non ci lega che un lontano ricordo.
Tutt'e due stavamo curvi sulle caselle dello schedario; nella ricerca, i miei occhi si distraevano a guardare le sue dita sottili e bianche, con l'unghia rosea ben curata, che parevano risplendere pur senza anelli, mentre scorrevano le schede di cartoncino.
 felice? sussurr piano come parlando alle schede.
Chi?
Lei.
Di che cosa?
Della Sua vita, del Suo matrimonio, di Chiara.
Restai turbato come per una domanda che non mi fossi mai fatta.
Felice? ripetetti interrogativamente a me stesso, e dissi: No! con forza.
Ella si raddrizz di colpo.
Com'ha detto?...
Con la voce e con la faccia rivelava una dolorosa meraviglia.
Perch, no? Avr detto cos senza pensarci bene! e allung le labbra in una specie di broncio infantile.
Venga qui, mi dica perch. O non vuole?
Andammo a parlare presso un vano del balcone, dove quelli ch'eran nella sala di lettura non potevano vederci. Mi confidai, scoprendo a me stesso qualche mia pena ignota o intendendo meglio qualcun'altra incerta.
Ella scuoteva il capo, negando i miei mali.
Chiara? Somigliava al suo nome. Bastava vederla una volta per esser sicuri di questo. Le mie pene eran tutte immaginarie.
Conversavamo a bassa voce, sia per il luogo che per la natura del nostro colloquio; e, senza accorgercene, ci eravamo tanto avvicinati tra noi, che pel passaggio improvviso di un inserviente ci scostammo insieme, come due colpevoli. Ridemmo; ma, poi, restammo un po' lontani, finch Elodia si avvi risoluta nel mezzo della sala.
 tardi. Cercher un'altra volta e indic lo schedario. Per arrivare a casa c' un'ora e mezzo di tram.
Va dal dottor Simoni? le domandai.
Ella mi guard stupita.
E dove vuole che vada?
 vero, avevo fatto una domanda sciocca.
Dove volevo che andasse se non in casa del padrigno? Ma nel pensar questo, rividi Simone Simoni che, sghignazzando, tornava dal Porto con Tibut.
Immagini, ancora immagini, sempre immagini! Elodia era passata coi suoi piedini leggieri pel luogo del mio lavoro, e, attorno a me, l'aria, dopo quel passaggio, rimaneva mossa da fantasmi.
...
Chiara, dolce sposa perduta! Che mai cercavo dai suoi grandi occhi neri, dallo sguardo cos malinconicamente e rassegnatamente devoto? Vivevamo insieme da pochi mesi, eravamo giovani, ella mi amava ed io credevo d'amarla, eppure per nessuno di noi due c'era pi pace nella nostra casa, dove il letto matrimoniale odorava ancora di legno nuovo. Come non avevo piet dei sospiri che le sfuggivano cos spesso durante il nostro desinare svogliato, io che, prima, m'ero teneramente impietosito per le sue mani inferme? Mi par di vederla ancora, riflessa nello specchio della sua "toilette", una domenica di gennaio, con le labbra serrate ad ingoiare la sua pena e le palpebre chiuse per nascondere il pianto, mentre, fingendo di mirarsi, affondava le dita alla cieca nella massa malfrenata dei capelli. Ed io non le venivo alle spalle e non mi chinavo sul suo capo, che, allora, ella mi avrebbe subito arrovesciato sul petto, porgendomi di sotto in su la fronte a baciare; ma la guardavo in silenzio, alla sfuggita, come per cogliere in fallo di menzogna il suo volto dolente.
Tuttavia, non sempre la tormentavo con quella studiata rigidezza, che mi pareva un giusto contraccambio. Anzi, altre volte, nel tornare a casa, la prendevo tra le braccia e la serravo con la triste e disperata follia d'amore di chi voglia animare una cara persona inerte.
Ella mormorava appena: Mario! e abbassando le palpebre, naufragava nel mio abbraccio. N, poi, si sollevava calda di vita, come avrei voluto, e appassionatamente sveglia; ma nelle sue rade parole mi faceva sentire la stessa voce manchevole con cui m'aveva chiamato, e mi cercava e sfuggiva con occhi che parevano dolersi per la luce del lume.
Sentivo nel suo contegno un che d'inafferrabile, che fossi sempre sul punto di cogliere e pure non cogliessi mai.
C', talvolta, di due persone che siano soli in una stanza, chi, mentre guarda altrove o volta le spalle, crede d'accorgersi per un guizzo d'ombra o soltanto per un vago senso, che l'altra faccia una mossa furtiva, prendendo o nascondendo qualche cosa. Allora si rivolta di botto, e si trova dinanzi un viso tranquillo. Ma se il viso  troppo tranquillo, quel sospetto diviene certezza. Nondimeno, qualunque accorgimento usi il primo, finga di non guardare e osservi alla sfuggita, si volti studiatamente per rivoltarsi all'improvviso, non riesce mai a veder la mano che si stende o si ritira, pur continuando ad avvertire il gesto furtivo. Cos mi pareva che accadesse tra me e Chiara: soltanto, ci che si mostrava e si ritirava inafferrabilmente era in lei, non fuori. Forse nei suoi occhi, forse dietro la sua fronte. Ella, cos, era mia, com' nostra l'ombra che abbiamo alle spalle.
Queste idee presero a torturarmi con sempre maggiore insistenza, ed a poco a poco m'occuparono tutto, vicino o lontano da Chiara. Cominciai a svogliarmi al lavoro, a sentire il peso della costrizione che mi teneva assente da casa per tanta parte della giornata.
Chiss, pensavo se fossimo sempre insieme, se non perdessi nessun minuto di lei...
E compativo con me i vecchi impiegati, che credono di vivere nella loro famiglia e non intendono che sono sconosciuti tra sconosciuti, a cui li unisce soltanto uno stanco avanzo di giorno.
Non reggevo al mio posto, per il desiderio di correre a casa. Due o tre volte, Chiara mi vide arrivare all'impensata. Mi pareva, allora, che la sua faccia non sapesse nascondere lo scontento, mentre, certo, era ansiosa per il timore dell'insolito.
Non diffidavo di lei per una comune gelosia: speravo di sorprenderla fuori dal suo nascondiglio, emersa dal suo segreto come una ninfa dal lago, nella piena solitudine. Intanto, la scrutavo con tanta fissit d'indagine, ch'ella mi fraintendeva, e le labbra le tremavano di pianto trattenuto.
Spesso a casa trovavo Amedeo; ma da qualche tempo ero meno cortese con lui, che, trascurato da me e da mia moglie, s'accontentava di rimaner silenzioso in un cantuccio dello studio o del salotto.
I suoi occhi azzurri, vagamente perplessi nello sguardo, indispettivano un po' la mia inquietudine.
Una sera, ch'eravamo in tre attorno alla tavola sparecchiata, Chiara mi venne vicino per dirmi, quasi all'orecchio, di non so che spesa del giorno; ma non aveva finito, ch'io mi tirai da parte con uno sgarbo. Mi pentii subito, per la presenza d'Amedeo, e, istintivamente, lo guardai. Mi parve di trovarmi di fronte un altro, un nemico che mi si svelasse con un lampo d'odio. Un battito di palpebre, e rividi Amedeo, che chinava il capo sulla tavola e si mostrava tutto assorto nell'osservarsi le unghie. Ma questa volta, invece d'arrossire, era diventato pallidissimo. Dov'era mia moglie? Era uscita dalla stanza lasciandomi solo con quel ragazzo, che cominciava a turbarmi stranamente.
Oramai avevo capito: Amedeo era innamorato di Chiara.
Egli non s'accorse o non si cur d'essere stato scoperto. Sulle prime, lo trattai gelidamente, per fargli intendere che mi dava noia.
Bambino mio, gli dissi una volta, calcando la voce su quel vocativo mi pare che tu trascuri un po' troppo gli studii. Non perdere qui le tue serate.
Certo, dovette cogliere il vero senso di quelle parole, perch batt le ciglia e rimase smarrito; ma due sere dopo ritorn da noi.
Venne con l'aria penosamente trasognata del timido che in una situazione difficile non si butta intero, come farebbe un audace, alleggerendosi nell'oblio, ma si trascina e barcolla, rimanendo consapevole, eppure non padrone di s stesso. La sua svelta persona d'adolescente pareva pesante e goffa.
Risposi al suo saluto stendendogli due dita solo. Che voleva da mia moglie? Per quale folle speranza si veniva a mettere tra due sposi? Mi studiavo di indovinarne il proposito dagli occhi. Ma quegli occhi azzurri si mantenevano dolci, e nel cercar lei, Chiara, s'incantavano felici e s'appagavano senza chiedere.
Mi venne desiderio di turbarli, velandoli di pianto, intorbidandoli di gelosia, o accendendoli d'odio. Erano tanto nuovi che non potevano avere imparato a mentire.
M'accostai a mia moglie e le cinsi il fianco con un braccio; poi, sempre tenendola stretta, guardai Amedeo.
Egli mi sorrise limpidamente.
...
Quel giovanetto dagli occhi puri, che si turbavano solo se Chiara soffriva per mia colpa e mi sorridevano quando sarebbero dovuti esser gelosi, mi pareva l'immagine di un amore che si mostrasse al mio come un volto troppo sereno a un volto di demente. Oramai, nel guardare mia moglie o nel pensare a lei, non sapevo allontanarla dallo specchio di quegli occhi azzurri. E mi torturavo nel vano desiderio di scorgere com'ella si riflettesse l dentro.
In altri tempi avevo sofferto per l'immagine di Elodia che si univa sempre a quella di Simone; eppure, gli sguardi cattivi del piccolo uomo rosso non mi avevano mai turbato quanto questi altri, quasi femminilmente mansueti.
Avrei potuto togliermi d'attorno Amedeo, metterlo fuori di casa, chiudergli per sempre la porta alle spalle. Invece, ora tornavo a mostrarmi cortese, invitandolo a venire pi spesso e a sedere a tavola con noi. Egli doveva rivelarmi il suo segreto, farmi intendere in che modo vedesse mia moglie. Forse la vera immagine di Chiara era solo in fondo a quegli occhi.
Ma per quanto scrutassi, mi rimaneva nascosta. Allora mi sentivo irritato contro tutt'e due, come se fossero complici in un'intesa segreta e la mantenessero dinanzi a me, anche nella casa dov'ero io il padrone. Tuttavia, non mi rassegnavo a smettere quella vana e tormentosa indagine. Un giorno volli trascinarlo con me fin nella Biblioteca, col pretesto di mostrargli un codice riguardante il giuoco del calcio. Mi segu malvolentieri. Forse si sbigottiva all'idea che l noi due saremmo stati soli, l'uno contro all'altro e, forse, temeva che io potessi ripetergli con maggior forza quelle parole che, una volta, gli avevan fatto sbattere le ciglia. Parlammo del pi e del meno; e nella conversazione cominciai a mettere accortamente qualche domanda sull'infanzia di lui e sulla parte che Chiara vi aveva avuta. Subito si smarr; ma i suoi begli occhi rimasero limpidi. Infine, lo lasciai libero, non perch avessi piet di tormentare quella timidezza e quel ritegno di amore nascosto, ma perch compresi che non avrei saputo nulla. Vedendolo uscire, stetti sul punto di corrergli dietro. And via; e le domande che pi avevo a cuore mi restarono dentro come una pena male ingoiata. Avrei voluto raggiungerlo, prenderlo per un braccio e interrogarlo.
Da quanto tempo guardi Chiara con quegli occhi? Quale immagine di lei tu possiedi che a me si nasconde? Forse nella voce con cui parlava o cantava a te bambino, nelle carezze che ti ha fatte allora, nel sorriso o nel pianto di cui sei stato compagno, prima ch'io la conoscessi, hai avuto in dono da lei quella parte dell'anima sua ch'io sento mancarmi? E d'allora l'hai guardata come oggi la guardi? N, diventando mia moglie, ha mutato immagine per te? Com' possibile questo? Come non ti si  incendiata la fantasia, il giorno delle nostre nozze? Dove eri quel giorno? Io non ricordo d'aver visto il tuo volto tra gli altri; ma allora saresti dovuto essere pallidissimo! Forse, invece, sorridevi come sorridi sempre ch'io abbraccio Chiara. Dimmi per quale grazia il tuo amore non s'intorbida mai.
Una sera, mentre Amedeo scendeva le scale di casa nostra, mi parve che Chiara esitasse a dirmi qualche cosa.
Ebbene?
Interrogata, non seppe tacere e mi sussurr timidamente: Lascialo andare, quel ragazzo! Non invitarlo cos spesso. Si sta meglio noi due soli.
M'indispettii, quasi che in quelle parole avessi sentito un dolente rimprovero; e volli ferirla di proposito.
Dunque, cominci a non essere sicura di te,
L per l, rimase con lo sguardo perplesso di chi stia un momento a domandarsi se abbia o no capito; poi si copr la faccia colle mani e scoppi in pianto. Cercai di scostarle le dita dagli occhi, ma ella resist, piangendo sempre pi forte; e poich io insistevo, mi sfugg, e and rapida verso la nostra camera.
Chiara! e cercai di raggiungerla; ma vedendo che chiudeva l'uscio, mi fermai in mezzo al salotto.
Bene! Pianga pure come vuole!
Perch dovevo essere pietoso di lei, se nessuno aveva piet di me? Mi lasciai cadere nella poltrona e sprofondai nei tristi pensieri. Eravamo arrivati a questo dopo quattro mesi appena dalle nostre nozze.
Ricordavo ci ch'Elodia m'aveva detto il giorno della sua visita alla Biblioteca: Chiara somiglia al suo nome. Avevo creduto anch'io cos e forse per questo m'ero innamorato. Ora non speravo pi di trarla dal suo nascondiglio: si teneva dietro uno schermo ben pi impenetrabile di quell'uscio chiuso!
Infine, mi alzai e battei piano con le nocche, sull'uscio. Non ebbi risposta. Sempre pi indispettito, girai la maniglia, scossi la porta.
Chiara! Apri! Che ragazzate sono queste?
Stetti ancora in ascolto, poi, preso da subita paura, mi scagliai con le spalle contro i battenti.
La trovai svenuta sul letto.
Chiara! Chiara!
Pallidissima e con le palpebre chiuse, giaceva di traverso sulla coltre, colla testa appena sollevata dalla massa dei capelli. Mi gettai al suo fianco e la presi tra le braccia: Chiara! Chiara!
Rinvenne a poco a poco, e sentendomi piangere, pianse anche lei, cos che abbracciandoci, la bocca sulla bocca, confondemmo il nostro disperato, ma diverso dolore.
...
Elodia era venuta pi di una volta a casa, ma quasi sempre durante la mia assenza. Una domenica l'accompagnai nel suo ritorno, e, poich non era tardi ed ella aveva accennato a volermi parlare, prendemmo il cammino pi lungo, la via solitaria che da Posillipo sale al Vomero.
Ebbene, disse ad un tratto sempre no?
No che cosa?
No, che non  felice?
Io senza rispondere, la guardai: ella si accese un po' in volto, ma appena appena, e affrett il passo per un tratto.
Deve cercare di mutar animo. mormor poi, a bassa voce Cos fa male a S stesso ed alla povera Chiara.
La povera Chiara L'ha scelta come confidente?
S'inganna proprio. disse lei, fermandosi e aggiunse: Mi creda!, con una voce risoluta, che mi piacque. Avevo notato che quel "mi creda" era una specie d'intercalare, col quale Elodia rafforzava le sue affermazioni. Nel dir cos, alzava sempre la testa gettandola un po' indietro, in un atto che ricordava la madre, la signora Reiner, ma che invece d'essere capricciosamente fanciullesco, come quello abituale all'altra, aveva una fierezza graziosa.
Senta, le dissi non mi guasti il piacere di accompagnarLa. Lei non pu intendere da quale pena io sia tormentato.
Ecco, sono in due a tormentarsi. Ma Lei il male l'ha in testa, mentre a Chiara lo fa in cuore.
Forse. risposi un po' imbronciato E grazie del modo gentile come mi chiama pazzo.
Pazzo, no; ma strano. Fanciullo, era molto pi limpido.
Non m'ha capito nemmeno allora. risposi vivamente Non ero per nulla limpido.
E per mitigare con uno scherzo la vivacit della mia risposta, le rifeci il verso: Mi creda!
Ella si ferm di nuovo e mi guard con le palpebre socchiuse.  mutato, Lei! Se sapesse quanto! Naturalmente, non pu accorgersene come chi La rivede dopo dieci anni.
Non ribattei; ma pensavo: Sapessi come sei mutata tu, Elodia! Ora hai una voce straniera, e, sentendola, non riesco a persuadermi che sia la tua. Cammini, parli, sorridi; ed io cerco invano un gesto, una parola, che mi ricordi l'altra.  avvenuto di te come dei frutti che nel crescere si disfanno del fiore. Dov' pi la vestina rosa per cui ti rassomigliavo all'oleandro?
Ella, intanto, continuava:
Non dico gi che anche bambino qualche volta non mi sia parso un po' strano.
Poi mi domand improvvisamente: A proposito, come and a finire Tibut?
Morta! diss'io, guardando a terra.
Morta in che modo?
Non so... La persi per istrada.
Ecco la cura che Lei ha dei ricordi! Ma perch dice ch' morta? Potrebbe vivere ancora. Non avrebbe pi di undici anni. Seguitammo un tratto in silenzio. Nel guardare i piedini svelti di lei, pensavo che mia moglie, per quella passeggiata, gi avrebbe avuto il respiro pesante. Andavamo lei avanti, io un po' indietro, la strada era deserta, ed io provavo il desiderio puerile d'incontrare qualcuno, che m'invidiasse per la mia bella compagna.
Elodia torn da capo al suo proposito: Mi tiene il broncio?
Per che cosa?
Perch Le ho detto che deve mutar animo verso Chiara.
Mi offuscai come chi sia tolto bruscamente da un fugace svago e richiamato alla sua pena.
Mutar animo! M'insegni Lei come si fa a mutare animo! Del resto, che cosa pu sapere dell'animo che mi vuol far mutare?
So che Lei disconosce una creatura semplice ed amorosa.  una colpa grave...
Elodia! l'interruppi, quasi fuori di me.
Eravamo in un punto dove la strada, aperta intorno alla collina, per una frana della roccia sottostante dirupava con un fianco in un burrone.
Elodia! ripetetti convulsamente Se Lei dice un'altra di queste parole, mi getto laggi e la faccio finita per sempre!
Ella rimase sgomenta a fissarmi; poi, senza dir nulla, mi tir piano per un braccio.
Non abbia paura, mormorai, sforzandomi di sorridere non sono diventato pazzo. Ma perch vuol tormentarmi anche Lei?
M'accorsi che tremava: allora ebbi vergogna e pena di me, e veramente mi sarei voluto gettare in quel burrone, tanto mi sentivo miserabile.
...
Sulla fine della primavera, mentr'ero incerto nel proposito di andare in viaggio con mia moglie fino alla casa dei miei, ricevetti un telegramma che mi chiamava l precipitosamente, per una grave malattia del babbo. Partii solo, col primo treno; ma, arrivando, trovai mio padre gi morto.
Qui, debbo fare una confessione, che sento difficile ancor oggi, pur dopo aver conseguito la pace con me stesso e guadagnato un'anima che non mi pesa.
Il mio dolore fu meno grande di quanto me l'ero immaginato, pensando, da bambino, a un tal giorno. Forse perch la fantasia mi aveva gi fatto piangere le lacrime che, venuta l'ora, sentii mancarmi; forse perch la vivezza del mio lutto si consum in anticipo, una notte angosciosa della mia infanzia, quando dall'impressione che m'aveva lasciato il cadavere di un vecchio, visto la mattina in un pianterreno, l'idea che anche mio padre e mia madre sarebbero dovuti morire mi balz alla mente come una cosa impensata e cre dentro di me le funebri immagini delle due care persone, pallide ed inerti come il vecchio sconosciuto. Ho escluso questo ricordo dalle pagine in cui narro della mia prima fanciullezza, appunto per metterlo qui, quasi a rendere meno dura la mia confessione. Cos mi pare trovarmi dinanzi al caro volto di mio padre, per sempre supino, con qualcuna di quelle lacrime infantili sulle ciglia e quella pena disperata nel cuore.
Conservai una piena padronanza di me stesso, telegrafai le notizia a zio Luca, m'occupai di tutte le tristi cose che adattano ineluttabilmente il tragico straordinario della morte alle ordinarie necessit della vita; provvidi a che la mamma, la quale come me rimaneva senza lacrime, ma da quel muto dolore fiaccata, avesse tutte le cure ed assistenze possibili in quel luogo solitario.
Solo la sera, dopo il trasporto funebre, quando scesi nell'orto dietro casa e mi misi a passaggiar su e gi per quello stretto e chiuso pezzo di terra, alzando gli occhi al cielo stellato e urtando nel buio contro gli alberi, mi rivenne qualche immagine viva di mio padre, e mi feci stranamente attento al silenzio, quasi m'aspettassi di sentire entrar lui nell'orto con un fruscio di foglie smosse.
Lo rividi nella casa della mia infanzia, seduto sulla poltroncina a pie' del letto, nel momento che stentava a sfilarsi le calosce. Io mi chinavo per aiutarlo ed egli mi scostava la mano, scuotendo il capo nel dirmi con una voce mestamente severa: Sono molto scontento... molto scontento di te Poi mi appariva seduto accanto alla scrivania, nel breve cerchio luminoso del lume, mentre, sollevando il capo a guardar dinanzi, increspava gli occhi e teneva la penna nel pugno sospeso in aria. Com'era pensoso e stanco in quell'atto! Ma pure proprio lui in tutta la vivezza dell'immagine. Dopo, non lo ritrovavo pi. Da allora, forse, c'eravamo perduti di vista e non c'eravamo cercati. E nemmeno la morte me lo riportava con altri aspetti che non fossero di un tempo anteriore.
Solo nella mia vita nuova l'ho finalmente ritrovato e conosciuto qual era: un uomo semplice e retto, un'anima d'onest e di lavoro, avverso alle menti e ai cuori torbidi, che non riusciva a comprendere. Se dalla mia fanciullezza fino alla sua morte, m'allontanai sempre pi da lui, ci avvenne perch la sua persona, cos onestamente fedele a s stessa, non turbando la mia fantasia malata, rimase fuori della mia vita fatta solo d'immagini.
...
Ripartii subito, portando con me la mamma a casa mia. Ella, gi debole, percossa dal suo gran dolore, pareva si tenesse in vita a stento; doveva aver lo spirito fievole quanto il fiato della voce, con cui acconsentiva subito, stancamente, qualunque cosa dicessi, come chi non ha forza di pensare per conto suo.
Pure, durante il viaggio, volle raccontarmi degli ultimi momenti di mio padre, e mi ripetette che, colpito all'improvviso dalla paralisi, egli non aveva ripreso conoscenza se non per poco tempo; allora aveva mormorato, senza potersi spiegar bene, qualche cosa che riguardava il dottor Simoni.
Mi ricordai della lettera di tant'anni prima; quel debito, dunque, non era stato ancora soddisfatto.
La mamma non ne sapeva nulla; e si meravigli molto di ci che potetti narrarle in proposito. Perch quel segreto? Forse egli aveva sempre taciuto per non turbarla con pensieri molesti.
La sera prima della nostra partenza avevamo trovato in un cassetto dello studio una busta gialla con dentro cinquemila lire. Ora io non dubitavo che quella somma, che egli aveva dovuto mettere insieme un po' per volta, toccasse proprio al dottore; ma ero incerto se fosse tutto il dovuto o solo parte.
Lasciata mia madre a casa, corsi subito dai Simoni. Mi venne ad aprire Elodia, che non sapeva del mio lutto. Vedendomi, rimase immobile sulla soglia, in modo da non lasciarmi libera l'entrata.
Perch mi guarda cos? le dissi Ho la faccia stravolta? S, m' accaduta una disgrazia.
E poich ella, senza muoversi, si fece pi ansiosa nello scrutarmi: Non abbia paura! esclamai  mio padre che  morto!
Allora, sciogliendosi da quell'atteggiamento, cominci a dirmi affettuose parole di rammarico, ma nella vivezza delle sue condoglianze la sentivo alleggerirsi pel sollievo di chi avendo temuto un male pi grosso si rallegri quasi dell'altro minore.
Avrei voluto interromperla: Che cosa pensavi? Che fosse morta Chiara? Forse, che l'avessi uccisa io? Tanto pazzo mi credi? E questa idea mi fece sorridere con sofferenza, mentre a capo chino fingevo d'ascoltarla ed ero impaziente che finisse. Ella chiam la madre ed il padrigno; mi si strinsero tutti intorno, e anche la signora Reiner, che pure non l'aveva conosciuto, fece l'elogio del mio povero babbo. Tuttavia, aveva sempre l'aria di voler ridere, la signora Reiner! Non si sciupava per il passar degli anni; simile a un fiore di seta che si spolvera ogni mattina.
Elodia fanciulla mi era parsa un fiorellino fresco; ma chiss che ora non avesse anche lei acquistata quella grazia senza profumo dei fiori artificiali!
S'apr un uscio ed apparve Simone Simoni. Mi tese una mano fredda, brontolando qualche parola; poi rimase in piedi, a guardare da dietro le sue lenti ora me, ora Elodia. Stava l sciatto, coi capelli in disordine e il volto ispido per la barba rossiccia, lunga di quattro o cinque giorni. S'era messo le mani in tasca, e si tirava su i calzoni cascanti, gettando indietro le falde della giacchetta e scoprendo, cos, la camicia senza solino e sbottonata sotto il collo, che pareva gozzuto per la grossezza del pomo d'Adamo. Lo sentii parlare col tu ad Elodia e n'ebbi un urto al cuore. Ecco, le si faceva anche pi vicino, curvandosi quasi a sfiorarle la guancia; ed ella non si scostava nemmeno d'un dito. Com'era possibile che non soffrisse di quella grossolana familiarit?
In fine, il dottore mi port con s nello studio.
Mio padre era suo debitore. Quanto Le doveva? Quanto Le ha pagato finora? gli dissi subito, senza nemmeno sedere.
Piano, giovane Buonacossa, piano! Penseremo a questo pi tardi.
No, La prego; ora! risposi con un'involontaria asprezza.
Egli mi fiss meravigliato.
Beh, disse, poi hai forse trovato qualche carta di tuo padre?
Nessuna carta. So di questo debito da quand'ero bambino. Suo figlio non trascur d'avvertirmi, dicendomi, una volta, che a casa nostra i padroni non eravamo pi noi.
Davvero? Parole di ragazzo! Perch le ricordi con tanto rancore?
Infatti, m'accorsi che mi tremavano le labbra; ma m'indispettii anche pi per quel rimprovero quasi affettuoso.
Non capisco come il babbo abbia potuto trascinare cos a lungo il suo debito.
Non capisci? Voialtri giovani non capite mai bene.
E smettendo l'ironia, aggiunse:
Tuo padre era un galantuomo e un lavoratore. Non devi rimproverargli nulla.
Dunque, ripresi, sforzandomi d'esser calmo avr bene una carta, Lei.
T'inganni, giovane Buonacossa. Non ho nessuna carta, perch feci in pezzi quella ch'aveva la firma di tuo padre. Cos tu potresti non darmi niente e rise.
Mi sentivo fuori di me: Ma, la prego, non scherziamo! Son cinquemila o pi?
Avevo l'ansia di chi vuol liberarsi d'un peso.
Cinquemila! Perch proprio cinquemila? domand. Senti, aggiunse, poi, a bassa voce hai torto d'essere cos poco cortese. Io prender quello ch' mio, senza dubbio; ma se tuo padre fosse vissuto, non gli avrei fatto premura. Ho sempre rifiutato di accettare qualche cosa durante questi dieci anni, tanto duri per lui. No, non oscurarti in faccia! Avevo le mie ragioni per far cos, ma tu non le saprai, come certo non le sapeva nemmeno tuo padre. Non hai diritto di saperle; ma vivi tranquillo, perch esse non ti fanno vergogna.
Poi mi chiese notizie della mamma.
Allora, improvvisamente, mi venne l'idea ch'egli avesse avuto un segreto amore per mia madre fanciulla, e per la tenerezza del ricordo, le avesse fatto bene indirettamente. Infatti, ella e il dottore s'eran conosciuti dall'infanzia.
Per un momento mi parve vedere l'uomo rosso con un fiore azzurro all'occhiello; battetti le ciglia e quel fiore disparve. A che mai pensavo? Quelle ragioni non gli somigliavano.
Gli detti le cinquemila lire e m'obbligai in iscritto per il resto, che per fortuna non era molto e che perci io avrei potuto pagar quanto prima.
Scendendo la scala, mi tormentavo per indovinar quel segreto. Mi pareva possibile il peggio, anche, per esempio, che egli m'avesse truffato, ma non consentivo che la sua immagine m'apparisse abbellita da un sorriso di gentilezza sentimentale. Rimanevo, cos, di contro ai due Simoni, con la mia corta vista di ragazzo.
...
Da questo punto le mie memorie cominciano a muoversi su d'uno sfondo diverso, che sta dietro a loro come una prospettiva d'incendio da prima velata dalla distanza, poi, a poco a poco, sempre meno lontana, ma, tuttavia, sempre sfondo. Ci avviene quasi senza ch'io me ne accorga o che sia distolto dalla mia vita tumultuosa per le solite immagini. Ho le mie pene, i miei pensieri e le mie ansie che mi tengono con gli occhi in gi, a guardare nel mio interno: ma pure in quelle ansie, quei pensieri, quelle pene si diffonde un senso prima tenue, poi sempre pi largo, d'angoscia e d'attesa, che viene dal di fuori ed  come il riflesso dello sfondo ognora meno lontano.
Quando in cielo comincia a mostrarsi un pallido riverbero d'incendio, che colora appena da una parte l'estremo orizzonte, chi va inquieto ed assorto per le sue cure alza gli occhi in uno sguardo distratto; poi, subito tornando a s, riprende il cammino a capo basso. Se il riverbero a mano a mano s'arrossa, si allarga, si spande e par che da quella parte voglia invadere tutto il cielo, egli pur tra le sue cure se ne accorge, guarda di tratto in tratto e pensa che laggi debbano esserci persone o cose in pericolo, risuonar grida di aiuto e di spavento, schiantarsi cuori per l'angoscia; ma l'aria non gli porta nessuna voce, l'incendio visto dal luogo ov'egli si trova,  solo uno spettacolo, ed egli, alla fine, prosegue per la sua strada, curvo a meditare su quanto gli  prossimo nel chiuso dell'anima, e senza dar pi un pensiero a quelli che il fuoco minaccia o gi prende, fantasmi muti ed informi per la distanza. A casa, per altre cure ed altre pene, dimentica che fuori una parte del cielo s' accesa, o, anche rammentandosi, non guarda se non di rado all'esterno, e non pensa nemmeno che quella minaccia potr arrivare fin sopra il suo capo ed egli potr trovarsi nel vivo di quelle fiamme.
Cos comincia per me la guerra, l'estate dopo la morte di mio padre. Poi le fiamme s'approssimano, i fantasmi prendono aspetto, l'aria si riempie di grida. Chiara e mia madre vanno per casa con un viso bianco. Mi torna insistente il ricordo d'una sera d'inverno, in cui, nel rientrare a casa, trovai nella mia camera, al buio, la mamma seduta su d'una poltrona e mia moglie che le stava davanti in ginocchio, posandole la testa in grembo. Com'entrai, si scossero, e Chiara s'alz; ma dovetti girar io la chiavetta del lume elettrico, forse perch tutt'e due esitavano a mostrarmi nella luce i loro occhi lacrimosi.
In questo tempo, continuo a credermi tormentosamente innamorato di Chiara; ma, in verit, gi attorno a lei ho compiuto la parabola della mia immaginazione e m'accosto sempre pi alla figura d'Elodia.
Forse il lontano riverbero mi mette nel cuore un senso d'ansia, quasi uno spasimo di gioir presto delle cose belle e caduche; mi par che non possa indugiare e debba prendermi tutta in una volta quella parte di bellezza e di gioia che tocca in vita a tutti gli uomini e ch'io credo non aver avuta ancora. Vedo Elodia come un fiore venuto su dai miei antichi e squallidi ricordi, sola promessa del mio passato che, ancora non compiutasi, sorride all'avvenire.
Tuttavia, i suoi occhi umidi di freschezza sotto le vellutate sopracciglia mi cercano e mi sfuggono, luccicando e spegnendosi tra i battiti delle palpebre.
Mi ritrovo con lei in una piazza piena di gente, che s'affolla, tumultua, agita bandiere, s'inebria di canti. Simone ci scorge e si unisce a noi. Usciamo fuori dalla folla e camminiamo in tre, urtando poi subito in altra folla che scorre come un fiume sonoro e ci travolge e ci trasporta.
Ma quando Elodia mi lascia solo, nel ripassare per le strade e le piazze affollate, a tutti quei visi di giovani e di fanciulli che l'entusiasmo accalda, di donne che vanno tra mezzo alla folla animosamente gaie, agitando bandiere e coccarde, di vecchi che si lasciano portare dagli altri e vogliono anch'essi lanciare il loro grido d'evviva, sovrappongo, per ciascuno, un'altra immagine: vedo visi pallidi di morti, abiti in lutto, piazze e strade deserte.
Poi la guerra mi trae a s improvvisamente, senza tuttavia prendermi intero. Entro in mezzo ad essa, ma non m'accendo che del mio stesso fuoco. E quei lunghi anni sono appena qualche pagina nella mia memoria.
Partii senza rammarico, perch mi piaceva l'idea di combattere: non avevo sicura coscienza che i miei veri nemici non fossero i soldati della trincea opposta, ma quelli vagamente mobili e inafferrabili che dal tempo della passeggiata in barca con zio Luca aspettavo invano si mostrassero con un fermo aspetto.
Forse ognuno in guerra ha portato una fede, un proposito o una disperazione. Io vi andavo, inconsapevolmente, per tentare la lotta e la vittoria contro i fantasmi della mia vita, quasi che questi davvero esistessero all'esterno di me.
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Capitolo 13.
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La mia guerra.
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Andai alla Scuola degli Ufficiali, feci un rapido corso, fui mandato subito al fronte. Prima ancora di arrivarci, sussultai ai colpi di cannone che udivo in lontananza; e una sera, in una casa abbandonata della retrovia, dove presi alloggio per passarvi la notte, sentii rintronarmi nelle tempie lo scoppio delle bombe gettate dal cielo, come qualche cosa che mi percotesse da dentro in modo cos forte, che mi parve dovessi impazzire e che solo potessi scampare a quella sorte con l'aprirmi il capo contro le pareti. Tuttavia, in guerra credo d'essere stato come il pi degli uomini: a volte vile nel segreto del cuore, a volte temerario, a volte padrone di me e pronto a morire con dignit. Ricordo che, quando avevo paura, in apparenza rimanevo impassibile, ma con la mano sinistra mi tormentavo il panno dell'uniforme.
Presto m'accorsi che i fantasmi m'avevano seguito anche lass, e ch'io m'affannavo con vane speranze in una lotta pi piccola, tutta mia, in mezzo alla lotta gigantesca cui partecipavano milioni di uomini. Il destino, per pi sfiduciarmi, mi mise a fianco Simone Simoni. Forse in ci non ci fu nulla di straordinario. Allora non mi parve cos, e chiesi finanche d'essere mandato altrove, ma non ne ebbi il consenso.
Dopo pi di dieci anni, lo ritrovavo uguale a s stesso o, meglio, cresciuto in tutto a seconda del suo abbozzo. Era il piccolo "uomo rosso" fattosi grande: un fantasma pi alto, ma simile all'altro che aveva passeggiato scompostamente nei sogni della mia fanciullezza. Quando, in trincea e negli alloggi della retrovia, lo vedevo seduto per terra a rimescolar le carte da gioco, egli pareva ripetere sotto ai miei occhi atti e gesti d'un tempo. Il pericolo, il luogo, gli usi e le leggi di quella vita non valevano ad unirci: Simone aveva i suoi amici, io stavo solo o in compagnia d'altri. Anche sotto la stessa ala di morte e in faccia a un comune nemico, due uomini possono mantenersi reciprocamente nell'avversione o nell'odio. Pure, qualche volta, eravamo costretti a trovarci insieme, soli, l'uno accanto all'altro.
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Ricordo la casupola ad un piano al di qua del fiume, dove io e Simone avemmo alloggio, quando andammo in riposo per quindici giorni, a venti chilometri dalla prima linea. Dovemmo dormire nella stessa camera. Il piacere di un letto  tanto grande per chi viene dalla trincea, che questi non pensa nemmeno di rinunciarvi a causa di un vicino sgradito.
La prima sera, lo vidi leggere, al lume d'una stearica posata sul davanzale della finestra e con le spalle voltate a me, una lettera che s'era tolta di tasca gi aperta. Trasalii nello scorgere che la carta della lettera era di color giallo bruno. Avevo anch'io ricevuto lettere di quel colore e sapevo cos da chi venisse anche quella. Egli stava assorto, come chi rilegga assaporando ad una ad una le parole; e per disturbarlo e farlo voltare dalla mia parte scagliai a terra, con impeto, lo stivale che m'ero sfilato. Non si mosse.
Allora pensai, e mi parve sentir la voce del mio pensiero, invidiosamente ironica: Cose tanto dolci ti scrive Elodia?
Mentr'egli rimaneva ancora con quella lettera in mano, mi cacciai sotto le coperte e finsi d'addormentarmi. Infine, a palpebre socchiuse, vidi che si scostava dalla finestra, e andato in un cantuccio della camera, posava la lettera nella sua cassetta d'ordinanza, ma prima d'alzarsi indugiava, come se rimescolasse o palpasse qualche cosa. Doveva averne un mucchio, di quelle lettere; e si compiaceva nel tuffarvi dentro le mani.
Quando si fu coricato ed io lo sentii russare, mi venne voglia di scendere dal letto in punta di piedi e andare a leggere che mai gli avesse scritto Elodia. A poco a poco quel desiderio mi si faceva sempre pi insistente. Solo quando stetti sul punto di stendere il piede fuori delle lenzuola, n'ebbi vergogna; e ributtandomi indietro di colpo, ruppi quella specie di tentazione.
Chiara mi mandava due e, a volte, anche tre lettere per settimana.
Eran lunghe, con una scrittura minuta, ed io le leggevo svogliatamente, dal principio saltando subito alla chiusa. Mi pareva che fosse sempre proprio la stessa lunga lettera ripetuta infinite volte. Ella doveva perdere le serate in quel continuo ricopiare. Presi l'abitudine di aprirne una s e due no; e anche quella aperta a volte la tenevo in tasca, senza mai trovar il tempo di leggerla, o la scorrevo appena con occhi annoiati.
Rispondevo con una cartolina che andava insieme alla mamma e a lei. O scrivevo solo a mia madre, ricordandomi, in ultimo, di salutar Chiara.
Con Elodia invece, fin dai primi giorni di guerra, avevo mantenuto una corrispondenza assidua, in cui, di solito, ella metteva un tono tenero e, insieme, fanciullescamente civettuolo, che mi pareva illeggiadrisse anche i pensieri pi gravi, i passi serii delle sue lettere, quale uno spolvero di cipria sulle righe nere dello scritto, e che non mi dispiaceva per il suo contrasto con la rude asprezza della vita di trincea, ma mi riusciva caro e confortevole come una divagazione o, meglio, una lieta vacanza concessa al mio spirito. Forse perci, a volte, nei momenti di solitudine e di silenzio, specie nelle veglie tranquille, rappresentandomi come un avvenimento reale una sua visita in quei luoghi di battaglia e fingendomi i pi minuti particolari di quella venuta impossibile, vedevo Elodia sbucar d'un tratto dal passaggio coperto che immetteva nella trincea, la testina abbassata e sporta innanzi alla sottile persona che, rapidamente sgusciando attraverso l'angusta apertura del camminamento, si raddrizzava d'un colpo, con la vivacit festosa d'una bambina soddisfatta della bravura mostrata in un gioco difficile. Subito, col sorriso negli occhi, il volto un po' accaldato e i riccioli un po' smossi sotto il cappellino, ella m'afferrava gaiamente le mani scuotendole a lungo. Ecco che i soldati della trincea, sdraiati o accosciati dietro il riparo di terra, s'alzavano come in un risveglio improvviso, animandosi nel volto che fin ad allora pareva atono per la stanchezza e la noia, scuotendosi il terriccio da dosso, ravviandosi con le mani i capelli, mentre accorrevano gli ufficiali, e anche i pi anziani o i pi rigidi guardavano sorridenti la bella visitatrice, e tutti le si affollavano intorno, tutti giovanilmente svegliati dal fresco riso di lei, e richiamati naturalmente alla gentilezza, alla galanteria, alle piacevolezze dello spirito che s'inebriava di grazia femminile. Io mi beavo a guardare la sottile e slanciata personcina di lei che, diritta in quell'aspro solco della terra, appariva sicura, e insieme fragile; soprattutto mi compiacevo di quella leggiadra fragilit, che accarezzavo con lo sguardo, fisso ad ammirare ora le linee delicate del viso, ora le piccole mani dalle dita fini, di cui la tenue morbidezza aveva ai miei occhi non so che significato d'innocenza e di pace, forse pel contrasto con le nostre che s'erano indurite nelle rudi opere di guerra, ora i piedini ben calzati che si posavano agilmente su quel suolo sconvolto. E gli sguardi degli altri si rallegravano come i miei, ed io ero contento del piacere altrui, che formava un'aria tiepida in cui il mio respirava meglio. Cos per tutti c'era una tregua di grazia.
Qualche volta m'era apparsa anche Chiara, ma con la pesantezza improvvisa d'un incubo. Eravamo per muovere all'attacco, e ogni ufficiale incitava i suoi soldati, spingendo i pi riottosi, perch uscissero fuori del riparo; ognuno era agitatamente commosso e correva di qua e di l, ripetendo agli altri e a s stesso: Su! Coraggio! Avanti! Sul punto di scavalcare anch'io il parapetto della trincea, ecco che mi sentivo tirar pel braccio, con tutto il peso d'un corpo che si fosse aggrappato a trattenermi. Mi voltavo bruscamente, per liberarmi, e vedevo Chiara, che, col petto gonfio d'affanno, mi anelava in faccia parole smozzicate d'angoscia e d'implorazione, protendendo il volto livido, di cui mi calcava sulla spalla la punta del mento.
Lasciami! gemevo con rabbia; e mi sforzavo di svincolarmi con stratte furiose o lottando con le sue mani tenaci, mentr'ella, senza cedere, continuava ad implorare disperatamente: Mario! Mario! Nel frattempo la trincea si svuotava dei soldati che superavano agilmente il parapetto per lanciarsi all'attacco. Qualche ufficiale mio superiore nel passarmi accanto mi gridava sprezzantemente: Andiamo! Su! Non vi vergognate? e qualche altro ancora, rivolgendosi a me, anzich a mia moglie: Che cosa significa questa commedia?  una vigliaccheria!
Umiliato e furioso riuscivo alla fine a ributtar Chiara, che cadeva pesantemente nella trincea, gridando forte il mio nome.
Ma da quando ero stato insieme con Simone nella casa del ricovero e l'avevo visto spesso, la sera, rimanere assorto nella lettura di quei foglietti di color giallo bruno, le lettere ch'Elodia mi mandava mi parevano fossero gi passate per le mani di lui; e quel tono che prima m'era piaciuto ora mi riusciva sgradito, come una frivolezza che significasse indifferenza per la mia vita tra i pericoli.
A me d lo spolvero del suo spirito leggiero pensavo ma con Simone, certo, sar tenera ed amorosa.
Allora volli provare se mai potessi farle mutar animo cercando di metterla nell'inquietudine per la mia sorte con racconti di spaventosi episodii di guerra che le mutilazioni della censura avrebbero resi anche pi terrificanti alla fantasia. Volevo esser compatito, accarezzato dalla sua piet, starle nel pensiero pi di Simone, e togliere a lui quello che credevo spettarmi per antico diritto. Anche a prezzo d'una ferita grave, per poterle scrivere: Sto male. Soffro atrocemente. Non l'avevo gi vista prima ridere e poi fare il viso afflitto e preoccupato, quando, bambino, ero caduto nel bosco, il giorno del nostro primo incontro?
Invece fu ferito Simone, sebbene leggermente, a una gamba; e and in breve licenza.
Dopo qualche settimana dal suo ritorno, durante la quale io non gli avevo fatto nessuna di quelle domande che pure mi stavano a cuore, ed egli, da parte sua, aveva evitato ogni occasione d'entrare in discorso con me, fummo mandati insieme a rilevar uomini di rinforzo da una posizione arretrata.
Facemmo un tratto di cammino in silenzio: egli fischiettava noiosamente dondolando il capo, divertendosi a spinger lontano col piede i bossoli vuoti e le schegge di shrapnels di cui era ingombro il suolo; io, pur fingendomi distratto, l'osservavo di sfuggita, perch sentivo che voleva dirmi qualche cosa e intanto rimuginava tra s le parole.
A proposito, esclam d'improvviso, senza levar la testa a guardarmi Elodia m'ha incaricaro di farti i suoi saluti.
Ti ringrazio, ma da lei ne ho ricevuti pi freschi per lettera.
Questa volta egli si raddrizz di colpo.
Ah! Ti ha scritto da poco?
S, risposi subito, sebbene non fosse vero proprio l'altro giorno. Elodia mi scrive molto spesso.
Se  cos, balbett Simone ti avr anche annunciato... e s'interruppe come aspettando che parlassi io.
Stavo per mormorare: Che cosa?, ma capii, trasalendo, e subito riuscii a prendere un tono d'indifferenza.
Che vi siete fidanzati?
Egli conferm mutamente.
No, questo non me l'ha scritto... Forse ha lasciato a te l'incarico, oppure...
E avrei voluto aggiungere con uno scoppio di voce: Oppure s' vergognata di annunziarmi la bassezza in cui  caduta ma la mia stessa indignazione mi fece tacere. Dopo qualche passo in silenzio, ripresi pacatamente:
Mi rallegro della tua buona sorte. Elodia  una creatura incantevole.
Simone pareva lottare col suo bisogno di confidarsi; in mezzo ad un indistinto mormorio di parole sentii che ripeteva: Era un mio vecchio sogno... un sogno di bambino...
Allora mi venne la tentazione di scagliarmi su di lui e, battendogli il pugno sul petto, gridargli: Parla! Fatti uscir la voce dalla strozza! Smetti quest'ipocrito balbettare! Che cos'era, che cos' mai il tuo sogno, se non la brama d'insozzare Elodia, come, ragazzo, facesti insozzar la piccola Tibut ch'ella m'aveva donata?
Al tramonto riprendemmo il nostro posto in trincea. Durante la notte ci fu un allarme, e la fucileria dur, ora pi accesa ora pi stanca, fin all'alba. Avevo anch'io il mio fucile, e mi misi a sparar rabbiosamente nel buio, fino a che mi lasciai cader gi quasi disfatto.
Ma dentro di me il pensiero insisteva, prendendo una voce chiusa e disperata:
O Elodia, Elodia, come hai potuto perderti cos?
...
Poche settimane dopo, nell'autunno del mio primo anno di guerra, venne il mio turno di licenza.
Trovai mia madre e mia moglie, le due creature che avevo lasciate sole nella mia casa, strette tra di loro da un'amorevolezza che rimaneva malinconica, quasi accorata, anche allora ch'io non ero pi lontano; e che mi riusciva commovente, ma anche un po' amara, per non so che punta di gelosia, come, forse, a un infermo la fraterna amicizia che nasce tra due persone unite nel vegliarlo.
La sera, dopo pranzo, vedevo Chiara cinger con un braccio la vita di mia madre e poggiarle la testa sulla spalla; esse rimanevano cos in piedi dinanzi a me, che, al solito, mi sdraiavo su d'una poltrona a dondolo; e allora le domande che mi faceva mia madre mi parevano tutte un tacito suggerimento di Chiara, che da s sola non avrebbe voluto o saputo parlarmi.
Anche questo mi feriva, perch mi faceva pensare ch'ella sentisse il bisogno d'interpreti per arrivare all'animo mio e si giovasse come d'uno schermo della sola persona che io non potevo respingere. Allora non comprendevo la profonda e soave natura di quell'intesa, che veniva dalle stesse ansie, dalle stesse preghiere dette insieme, la sera, per me lontano, dalle stesse ombre di paura che la notte avevano agitato i loro sogni; e per la quale ora si capivano senza parole, e si somigliavano anche nei gesti e nell'intonazione della voce, e, pareva, perfino un po' nella figura, mia madre gi vecchia e mia moglie ancora cos giovane.
Intanto, io consumavo in casa i giorni della mia licenza, lasciando scorrer il tempo in una specie di torpore in cui si riposava solo il mio corpo. Non sentivo per nulla la voglia d'ubriacarmi di vita fervorosa e leggiera, come i pi dei miei compagni che avevo visti ritornare al fronte ancora storditi di quell'ubriacatura; nemmeno ero tenuto in casa dall'indignazione, che altri combattenti dicevano d'aver provata, per la spensieratezza chiassosa della gente che viveva al sicuro dai pericoli. Tutto mi pareva ugualmente vano eppur naturale: gli spassi smodati di chi era rimasto qui, a tanta distanza dalla guerra, come l, dove sarei tornato, i sacrificii e i patimenti.
Nel partire per la licenza, m'ero proposto di resistere al desiderio di ricercare Elodia e domandarle perch mai si fosse fidanzata con Simone; ma, in fondo, quel desiderio mi rimaneva, e avrei voluto che venisse lei da me, per rivolgerle ironici rallegramenti e farle sentire la vergogna di ci che mi pareva la sua perdizione. Mia madre m'aveva detto che la notizia di quel fidanzamento non l'era parsa strana: aveva gi preveduto che Elodia prima o dopo si sarebbe decisa a sposare il figliuolo del suo padrigno.
S, avevo risposto io  naturale, doveva finir cos. Ma mi ero affrettato a cambiar discorso per non tradirmi, in modo che Chiara, sentendomi, s'era voltata a guardarmi come se si fosse accorta del suono falso delle mie parole.
Nella nostra vita in tre, a mano a mano che i giorni passavano, avvertivo sempre pi una specie di disagio, come tra persone che abbiano tacitamente convenuto che di certi argomenti nessun di loro debba parlare e che tuttavia pensano, ognuno per suo conto, che sarebbe meglio parlarne per evitare che ogni altro discorso sia oppresso dalla preoccupazione e dal sospetto. Nelle cure di mia madre e Chiara per me sentivo un rimprovero sottinteso: e avevo vagamente coscienza che una mia mancanza giustificasse quel rimprovero, ma m'irritavo che non riuscissero a nascondermelo, sebbene non me lo volessero palesare. A volte, dopo pranzo, mentre sedute l'una accanto all'altra conversavano a bassa voce, senza che Chiara levasse mai gli occhi dal suo lavoro, io pensavo tra me: Di che cosa sono debitore con mia moglie? Con mia madre?, tanto dal loro contegno vedevo trasparire la rassegnazione un po' dolente di chi rimetta in cuor suo un debito, perch non ha l'animo d'esigerlo. Forse dovrei esser gioioso? Dovrei ripagarle cos della lunga vita solitaria e trepidante che han durata finora e che riprenderanno domani, quando sar ripartito?
E mi pareva che la mamma, ricambiando gli abbracci di Chiara o accarezzandole la fronte, volesse con questo rammentarmi il mio obbligo.
S'era alla fine d'un ottobre piovoso; nella mia casa fredda e taciturna passavo dalla tristezza al tedio. Spesso guardavo quelle due donne con uno strano senso di lontananza, e me l'immaginavo gi vestite a lutto per la mia morte in guerra, mentre, nel girar per le stanze, si sorridevano mestamente ad ogni loro incontro o andavano insieme senza parlare, tenendosi per mano.
...
Tornato al fronte da pochi mesi, ebbi una lettera nella quale mia madre mi rimproverava di non aver scritto a Chiara nessuna buona parola per il suo nuovo stato: la pena per quel mio inesplicabile silenzio teneva sofferente la povera creatura anche pi che il principio della gravidanza.
Ricercai allora tra le ultime lettere di Chiara non aperte o mal lette, e ne trovai una, gi vecchia di qualche settimana, ov'ella mi lasciava capire con molta timidezza ci che pi sotto, a pie' di pagina, mia madre mi confermava lietamente.
Non sapevo bene perch, ma non avrei mai creduto che Chiara mi avrebbe dato un figliuolo. Ora quella notizia, anzich rallegrarmi, mi faceva pensoso. Temevo che il bambino potesse prendere l'immagine del mio sentimento verso Chiara; essere, cio, malaticcio e tormentato qual appunto s'era fatto l'animo mio per lei, passando dall'esaltazione al disinganno, all'inquietudine e allo stento per tenersi vivo.
Tuttavia, avrei voluto metter qualcuno a parte dei miei dubbii e lasciarmi persuadere che dovessi sperar bene dalla nascita di un figliuolo. Quando, per esempio, il mio attendente, ch'era un giovane contadino e padre da poco tempo, mi si accovacciava dinanzi per aggiustarmi le mollettiere, in un servizio che s'attribuiva da s, mi veniva l'idea di battergli una mano sulla spalla e disporlo cos alla confidenza: Ebbene, ora anch'io... Credi che ci possa cambiar davvero la vita d'una persona?
Ma subito mi rispondevo io stesso: Che ne sa lui, ch' un contadino? E, del resto, che pu sapere chiunque altro? Tutto nella mia vita continuer come prima. Ora Chiara, invece di far con l'uncinetto le sciarpe di lana per me, preparer il corredino per il piccolo. Al ritorno trover la mia casa meno silenziosa, ma i miei pensieri se ne andranno sempre lontani.
Intanto le lettere di Chiara e di mia madre mi avvertivano che Chiara continuava a non star bene, che, anzi, peggiorava sempre: poi, me ne arriv una ove la mamma mi scriveva d'aver fatto pratiche, da Napoli, perch mi dessero una licenza straordinaria. Infatti, potei partire la mattina dopo.
Ero sicuro che dopo i tre giorni necessarii al viaggio avrei trovato mia moglie gi morta; e mentre l'autocarro mi portava, sballottandomi, verso le retrovia, mi pareva d'andar a compiere un servizio comandatomi, increscevole ma senza giovamento o utilit per nessuno, come gi altre volte in guerra m'era toccato di dover fare.
Cos, anche in treno, non mi svegliai alla vivezza del dolore, ma rimasi a lungo in uno stato di assopimento penoso, in cui i miei pensieri non riuscivano a muoversi se non per ripetere monotonamente una frase monca, sempre la stessa, ch'era il principio dell'annunzio funebre da pubblicare nei giornali:
L'avvocato Mario Buonacossa, con animo affranto, partecipa...
Solo, verso la fine del viaggio, quando dalla vista dei luoghi m'accorsi d'esser prossimo a Napoli, come se la realt della mia disgrazia acquistasse nel mio spirito altro valore perch tra poco, attraverso aspetti e voci note, avrebbe avuto testimoni anche i miei sensi, cominciai a sentirmi scosso e febbrilmente agitato dalle immagini, che la meta mi mandava incontro.
Trovai mia madre in cima alle scale, e al primo vederla capii subito che Chiara viveva ancora.
Mi pareva che si ripetesse un momento da me gi vissuto, forse in sogno, e che io lo riconoscessi da quei gesti, quelle parole, quella espressione del viso con cui mia madre m'accoglieva, m'introduceva in casa, m'aiutava a sfilarmi il cappotto, l, nella saletta d'ingresso.
Quello strano spirito di ricordo a cui trovavo naturale che rispondesse il presente mi fece voltare lo sguardo verso la soglia del salottino, per vedervi apparire Elodia, pronta a prendermi le mani e scuotermele in segno di affettuoso conforto. Ma Elodia non c'era. Ed entrando in camera di mia moglie, sentii svanire in me quella pallida nebbia che ancora m'attutiva il senso della realt.
Chiara stava, nel letto matrimoniale, dalla parte dove di solito dormivo io: pallida, affinata nel volto, che teneva supino sui guanciali, era ancora vivente solo negli occhi e nel lento moto delle mani.
Pure resse ancora un giorno e mezzo.
Le rimasi quasi sempre vicino, curvandomi spesso su quello sguardo che mi cercava e non si stancava di dirmi addio.
Mi meravigliavo di non vedere Amedeo tra mezzo agli altri parenti, e pensavo che avremmo dovuto chiamarlo, perch fosse l, a pie' del letto e desse ancora a Chiara l'azzurro dei suoi occhi innamorati.
Chiesi di lui alle mie cognate, che mi guardavano ostilmente, forse facendomi colpa di quella morte che gi si sentiva entrare in casa. Mi risposero ch'era fuori Napoli da uno zio; e che nessuno s'era ricordato di avvisarlo.
Certo, pensai egli si uccider! e mentre mia moglie mancava a poco a poco, ero inquieto pel fantasma di quel fanciullo.
Ma, nelle ultime ore di lei, fui finalmente solo col pensiero dinanzi a mia moglie morente. Mi sarei voluto curvare al suo orecchio, per dirle qualche cosa che il cuore mi suggeriva e ch'io cercavo d'intendere.
Ella, pur cos lenta ai sensi, avrebbe ancora sentito e sorriso. Ma non riuscii ad indovinare quel vago suggerimento e rimasi fin all'ultimo a fissarla.
Ad un tratto, m'accorsi che guardandomi muoveva le labbra. Forse per chiedermi le parole ch'io non trovavo in me? O non forse per dirmi quelle che un giorno avevo attese invano del suo silenzio? M'accostai ancora pi, per aiutarla a parlare col mio sguardo ansioso. Ella mi sorrise, spegnendosi in un tremolo degli occhi.
Forse sulle sue labbra appena appena mosse, erano passate, venendo dall'anima, le semplici parole di Cordelia:
I am sure my love's
more richer than my tongue.
(Io sono sicura che il mio amore  pi ricco della mia lingua).
Quando fu composta sul letto di morte, vidi che le sue mani stavano fuori della coperta, quasi ancora vive nella loro pena; mi parve, allora, che tutto il male ch'io le avevo fatto fosse diventato piaga in quelle povere mani tormentate, lasciandole placido ed intatto il cuore.
...
Ritornando in guerra, trovai che il nostro reggimento mutava fronte e si andava a schierare sugli altipiani. Anche l Simone mi fu vicino. A marzo, poco dopo la morte di Chiara, egli aveva sposato Elodia nei quindici giorni della sua licenza. Mi pareva ch'ella oramai si fosse dannata; ci nonostante, i suoi occhi scintillavano sempre nel mio ricordo, tremuli di promessa.
Una notte Simone era uscito dalla trincea, con quattro uomini, in un rischioso servizio d'esplorazione. Avevo guardato allontanare le loro ombre seguendole sul terreno imbiancato dalla luna, e quando non le vidi pi, mi parve che con esse si fosse tolto dal mio petto qualche cosa che ne opprimeva il respiro, e che io, da quel momento, diventassi libero. Perch? Simone tra mezz'ora sarebbe tornato e, con lui, il fantasma di Elodia; e tutt'e due si sarebbero sdraiati accanto a me, a torturarmi ancora: contro di loro non avevo scampo.
Allora m'accorsi, d'un tratto, che fin dal principio della guerra, prima incosciamente, adesso con violento ardore, avevo desiderato che Simone morisse. E non fremetti e non mi vergognai di quella rivelazione. Mi pareva lecito, in mezzo a quella tempesta d'odio, che anch'io odiassi il mio nemico e ne aspettassi la morte: avevo il diritto di desiderarla. Ed era tanta la passione di quel desiderio che, credo, invocai da Dio la liberazione e gli chiesi che Simone fosse ucciso, in quella stessa notte, sotto quella luna, a pochi passi da me.
Poi mi misi a pensare con ebbrezza quasi dolce, dopo l'arsura dell'invocazione, alla mia vita avvenire. Ed al giorno in cui Elodia m'avrebbe dato un bacio senza che Simone avesse potere d'impedirlo, come aveva fatto una volta, con una sghignazzata improvvisa...
Contavo i minuti, aspettando, senza tuttavia guardar l'orologio, ma misurando il tempo non sui battiti disordinati del mio cuore in tumulto, ma sul respiro forte e regolare d'un compagno che mi dormiva accanto.
Era passata mezz'ora, press'a poco... avevo udito due o tre volte un crepitar di fucileria subito spento. Chiss? Simone poteva essere gi morto: in quel momento, forse, io ero gi libero...
Qualcuno, affianco a me, cominciava ad inquietarsi di quel ritardo, temeva che i colpi di poco prima fossero diretti contro la nostra pattuglia. Un soldato disse: Povero tenente!
Allora quasi che con quelle parole la morte di Simone fosse accertata, la mia fantasia, d'un balzo, gli si gett addosso come un fascio di luce abbagliante e me lo mostr con una minuzia disperata di particolari, in tutti i suoi gesti, dal movimento delle brutte mani alla scossa con cui faceva ondeggiare i capelli rossi. Egli era davanti a me, non supino, ma in piedi, vivo; e mi pareva che il luccicho delle lenti e il lampo dei piccoli occhi socchiusi, avrebbero vinto per me, sempre, in tutta la vita, qualunque altra luce, come quella notte il candore della luna e gli sprazzi laceranti delle granate.
Con una disperazione profonda misurai la mia miseria futura. Simone sarebbe rimasto, per sempre, con me; e se baciando Elodia non avevo saputo sfuggire alla risata di lui, vivo, come mi sarei potuto nascondere allo sguardo di lui, morto?
Il soldato parlava ancora del povero tenente con una voce che mi parve velata di lacrime. Aveva, forse, pena non per quello solo, ma per i compagni che erano usciti con lui, aveva forse piet per tutti noi, o per s stesso, che avrebbe potuto, tra un giorno o un'ora, incontrar la medesima sorte; ma a me parve, da quella voce, che Simone fosse compianto da una creatura che gli voleva bene. E a tutte le immagini di lui si sovrappose una sola, dominante, quella di poco prima, quando egli saliva il parapetto della trincea, si raddrizzava un momento sulla terra bianca di luna e gettava la testa all'indietro a guardare il cielo, poi si chinava quasi carponi e strisciava verso una macchia d'erbe, dietro i soldati che lo precedevano. L'ombra di quell'uomo chino era cos alta davanti ai miei occhi, da oscurar per me tutto il cielo...
Mi dissero ch'era passata un'ora dall'uscita della pattuglia, un sergente s'offriva per andare a vedere se quei corpi laggi, a destra, poco pi vicini della casupola...
Vado io dissi levandomi in piedi. Mi guardarono meravigliati. Certo s'erano accorti della mia avversione per Simone, ma a me parve che il loro stupore venisse dall'aver indovinato i miei pensieri.
Ripetetti anch'io, macchinalmente, gli stessi gesti ch'egli aveva fatti: e raddrizzandomi un momento fuori la trincea, a guardare il cielo, pensai che non uscivo per incontrare Simone, ma per fuggirlo, e che solo trovandolo avrei trovato la pace.
La mia ansia era tale che non badai nemmeno a proteggermi dal pericolo e andai veloce verso quella macchia d'erbe.
A prima vista, sotto il pallido chiaror della luna mi parve che l in mezzo non ci fossero se non morti, proni al suolo; m'accostai di pi e scoprii Simone, che si alzava in ginocchio e mi faceva cenno con la mano di mettermi gi anch'io.
Siamo stati presi di mira fino a poco fa mi disse, poi, nel venirmi cautamente vicino.
Solo allora di segno di comprendere ch'io ero uscito per cercarlo, perch mi guard meravigliato e mi strinse forte la mano.
Tornammo indietro, insieme, senza parlarci; egli continuava a guardarmi, come per accertarsi che fossi proprio io quello che aveva affrontato per lui il rischio del luogo scoperto e pareva promettermi gratitudine con gli occhi. Io sentivo mordermi il cuore e camminavo a capo basso.
Cos tornai in salvo col marito d'Elodia.
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Capitolo 14.
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Il ritorno di zio Luca.
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Qualche mese dopo la fine della guerra mi arriv una lettera dal Brasile. Era gran tempo che non avevamo notizie di zio Luca; ed oramai lo ricordavo come una figura del mio lontano passato, viva nella memoria, ma al modo delle vecchie immagini che rimangono inalterabili sotto la custodia della loro patina.
La lettera era una delle sue solite divagazioni, e soltanto all'ultimo, quasi incidentalmente, dava una notizia straordinaria: "Il vecchio gatto ha ricevuto troppi calci anche in questa terra d'esilio:  meglio per lui che ritorni all'antico focolare. Aspettami per la fine del mese prossimo; e di' a tua madre, alla cara Giovanna, che mi prepari nel frattempo un berretto da notte".
La mamma non si meravigli. Lo sapevo che prima o dopo... E aggiunse: Credo che faccia piacere anche a te, come ne avrebbe fatto al tuo povero babbo.
Oh, certo! risposi; ma, in fondo, sentivo tristezza per quel ritorno.
Egli ha fallito la sua fortuna, in questi quindici anni di lontananza pensavo ma, d'altra parte, anch'io non ho fatto nulla; mi par quasi che finora non sia vissuto, e solo sia stato in un dormiveglia doloroso. Quando mi chieder di me, che cosa potr raccontargli?
In quei giorni, avevo ripreso il posto alla Biblioteca e anche la collaborazione ai giornali. Solo con mia madre, nella casa di Posillipo ove Chiara era venuta sposa, menavo in apparenza una vita tranquilla e metodica; mentre, all'intorno, la vita degli altri pareva agitarsi in un tumultuoso disordine, non ritrovando un assetto dopo lo sconvolgimento della grande guerra. Da questa io era uscito immutato, e gi la sentivo annebbiarsi e perdersi nella memoria come un sogno inconcludente, cosicch, quando gli altri reduci facevano lunghi racconti o parlavano delle trasformazioni che essa aveva operate nel loro spirito, li ascoltavo con meraviglia, e insieme con tristezza. Non ero stato anch'io con loro? Eppure, di quel lungo tempo non trovavo in me che il vuoto, ove essi avevano tanta pienezza di ricordi o d'esperienza.
A casa, mi pareva che mia madre curasse di tener presente la memoria dei morti con una devozione continua e, sebbene tacita, nel silenzio un po' ostentata, quasi volesse farmi intendere, ma velatamente, di compensar per sua parte le mie mancanze.
Sul mio tavolino, nello studio, aveva messo un piccolo ritratto di mia moglie, ed io, a volte, alzando gli occhi dal lavoro, prima lo guardavo distrattamente, poi, come chi si ricordi all'improvviso di un dovere da compiere, rimanevo attento a fissarlo, e mormoravo anche, a fior di labbra: Chiara! Chiara!, forse illudendomi di poter svegliare cos al dolore del rimpianto l'animo intorpidito. Ma gli occhi mi rimanevano asciutti, e, per quanto mi sforzassi di pensar solo a lei, mi distraevo di nuovo, o vedevo scolorirsi nel ritratto l'immagine di mia moglie morta e sorridere, sovrapponendosi, quella d'Elodia. Allora m'alzavo e mi mettevo a passeggiare agitatamente per la stanza. Perch non ricercavo Elodia? Perch non tentavo di strapparla a Simone? L'avrei ancora ritrovata con negli occhi quella luce scintillante, che appariva e spariva e mi coglieva sempre all'improvviso, anche quando stavo attento per non farmi sorprendere.
...
Una sera, uscendo dalla Biblioteca, l'incontrai mentre traversava frettolosa la folla del marciapiede; ma ebbi appena il tempo di portare la mano al cappello, ch'ella mi salut, inclinando la testa, e pass oltre. Rimasi fermo, un po' incerto, poi mi risolsi e la raggiunsi, nel mezzo della strada.
Perch fugge gli amici?
Lei? Ma sa che m'ha fatto paura? e, poi che una carrozza stava per venirci addosso, si strinse a me, con un piccolo grido:
Vede che incontrar Lei  proprio pericoloso? e rise gaiamente, riprendendo il suo passo svelto. Ebbene, m'accompagni al tram. Io non posso fermarmi nemmeno un minuto, come non so quali anime dannate. Ho una gran fretta, mi creda!
Camminava precedendomi un poco, forse perch io, nel guardarla, m'attardavo involontariamente; e, pur nella penombra della piazza alberata per cui ora andavamo, ne ammiravo la figura agile e diritta che mi pareva diventata pi piena: n le toglieva grazia la sveltezza del passo, che le stirava sui ginocchi in alterno ritmo il velo della gonna succinta. Entrando nella luce bianca delle grandi lampade che rischiaravano un marciapiede della piazza, le s'illumin il profilo del volto che sotto il cappellino piccolo come una cuffia teneva eretto a guardare innanzi ed atteggiato a un'espressione di gaiezza fanciullesca, con le palpebre e la bocca sottile un po' increspate, come se sorridesse a pensieri, pi che allegri, scherzosi.
Ad un tratto, mi venne in mente una domanda ch'ella mi aveva fatta quando ci eravamo rivisti la prima volta dopo il mio matrimonio; ora toccava a me di ripeterla:
 felice?
Rimase un momento perplessa; poi, subito ricordandosi, dondol la testa in uno scroscio di riso.
Ridere non significa rispondere dissi un poco imbronciato.
Ebbene, oggi non posso risponderLe. Ho troppa fretta e rise di nuovo, come se si fosse proposta di voltare allo scherzo ogni discorso tra noi.
Eravamo arrivati al tram, fermo sulla linea di partenza. Tendendomi la mano, mi guard a lungo, e soltanto allora le scomparve dal viso quella espressione di gaiezza che m'era dispiaciuta e le pass nello sguardo il guizzo di luce, che in un battito di palpebre pareva carpirmi l'anima e portarla in alto, per poi farla subito ricadere.
Arrivederci disse all'improvviso, scuotendosi con un'impazienza quasi brusca, e mont in tram, affrettatamente, come se quello fosse gi in moto.
Nulla di nuovo era avvenuto tra me e lei; eppure il breve incontro mi lasci in un'eccitazione febbrile, che mi spinse a girare per le strade, senza scopo, fino a tarda sera.
M'intenerivo pensando al suo sguardo come ad un invito o ad un richiamo d'amore, ed ecco che le vedevo levare il volto supino, con la stessa luce scintillante negli occhi, dal guanciale dove posava il capo Simone: allora i miei desiderii e le mie speranze si ritraevano d'un tratto come dita scottate.
Ma oramai non le serbavo pi rancore, n mi pentivo di non averle detto nessuna delle parole malevole o ironiche di cui prima, parlando a lei col pensiero, avevo perfino sentito risuonar l'accento dentro di me. Mi rammaricavo, anzi, di non averne trovate altre, e tali da farle dimenticar la mano nella mia, al momento del saluto e da accenderle nello sguardo, pi a lungo, quella luce fuggitiva.
Questo rammarico mi torn con maggior forza due o tre mattine dopo, mentre ero al mio ufficio, nella Biblioteca. Avevo fatto passar mesi senza cercar di rivederla; ed ora mi prendeva un'impazienza per cui aspettare un giorno solo mi sarebbe stato un tormento. Tuttavia, esitavo un poco. Che avrebbero detto, in casa Simoni, di quella mia visita improvvisa? Certo, non avrei trovato nessuno degli uomini; ma la signora Reiner mi avrebbe saputo leggere in faccia. Non importa mi dissi Anche se c' lui, Simone, e capisce! Allora m'alzai dal mio tavolino e prendendo il cappello, avvertii un compagno: Vado fuori... Ho una faccenda da sbrigare.
Cominciava marzo, il sole penetrando dai finestroni nelle sale semideserte indorava in grandi fasci di raggi il pulviscolo; sebbene passassi senza far rumore, una giovane lettrice alz il viso dal libro. Le ricambiai lo sguardo, dicendole tra me: Rimniti in pace! Io vado a riveder occhi pi belli dei tuoi, e nel varcar la porta sorrisi all'impiegato distributore delle schede, che dal suo banco mi salut con faccia assonnata.
Mi rallegravo d'aver preso finalmente una risoluzione, e, uscito sulla strada, camminavo in fretta, per timore di un pentimento che mi facesse tornare indietro; ma appena raggiunsi il tram e questo si mosse scampanellando, pensai con piacere che ora mi bastava lasciarmi portare per obbedire fin in fondo al mio proposito.
In casa Simoni c'era soltanto la signora Reiner. Le spiegai ch'ero venuto l per ritirare dal Comune una copia della mia fede di nascita, e che, trovandomi in paese, avevo voluto salutare gli amici.
Bravo! Ha fatto bene! Elodia sar molto afflitta di non averLa rivisto. Non pu trattenersi fino al suo ritorno? O con me s'annoia?
E mi guardava ridendo, ma in modo che a me pareva avvertire sotto quella vivace cordialit una punta di malizia e di canzonatura. Bench oramai dovesse avere circa cinquant'anni, la giovinezza le rimaneva come un'eco festosa nella voce e come uno stimolo in tutta la persona, che, pur seduta, si moveva continuatamente, in un'irrequietezza che, per, non era mai scomposta. Parlandomi, accavallava le gambe o si stirava la gonna o si rassettava con le mani i capelli, di cui il color biondo rossiccio tradiva la tintura. Ma, gi disilluso per l'assenza d'Elodia, ora mi sentivo quasi irritare da quel frivolo contegno, e stentavo a non mostrarmi sgarbato.
Chiss pensavo che non sii stata tu a volere il matrimonio di tua figlia con Simone! Hai fatto male anche a me come ne facesti a zio Luca; ma continui a non curarti di nulla e a ridere come se qualcuno ti solleticasse!
Alla fine non resistetti pi, e m'alzai per andarmene.
Senta, mi disse lei, sulla porta se ha un po' di tempo ancora, faccia un'improvvisata ad Elodia. La trover sulla spiaggia e aggiunse il nome di una villa con la discesa a mare La mattina, va sempre l.
M'inchinai senza rispondere, incerto se dovessi accettare quel suggerimento, ch'ella m'aveva fatto quasi all'orecchio, con un tono d'indulgente complicit; ma per le scale m'ero gi risoluto.
Conoscevo la villa, e camminando per il lungo viale, fiancheggiato dagli aranci, ricordai che una volta, bambino, al ritorno dalla spiaggia, l'avevo percorso tutto saltellando su d'un piede solo, per una storta all'altro, e appoggiandomi ad Elodia che faceva finta di non potermi sorreggere. Affrettai il passo, ma nel sentire che le mie scarpe scricchiolavano sulla ghiaia, lo rattenni di nuovo, contrariato, come se mi dispiacesse di non poter sorvolare la terra del viale con la leggerezza di un fantasma.
Sulla spiaggia fui abbacinato dal sole e dal riflesso scintillante del mare. Facendomi riparo con la mano, guardai da una parte e dall'altra, ma non scorsi nessuno. Allora mi misi a camminare sulla sabbia, coi panni gonfiati dal vento, tenendomi il cappello e arricciando gli occhi per cercare Elodia.
La scopersi ad un tratto, sdraiata a leggere all'ombra in una piccola insenatura della scogliera che protegge il rialto della via ferrata, e le arrivai vicino senza che mi sentisse venire. Stesa su d'un fianco e poggiando il capo ad un braccio, che affondava il gomito nudo nella rena, teneva gli occhi abbassati sul libro, aperto a terra, e tutto il bel volto, con le lunghe sopracciglia un po' corrugate, in un'espressione di seriet attenta; ma dalla massa dei capelli alcune piccole ciocche, sfuggite al freno della pettinatura, parevano vellicarla per ischerzo sulla fronte e le guance, insistendo perch alla fine sorridesse, ed anche la veste bianca, gonfia sui ginocchi piegati, palpitava al di sopra delle caviglie che s'incrociavano. Improvvisamente mi sentii stanco, come se avessi camminato per chilometri e chilometri, affondando il passo nella rena della spiaggia; e tremai pel desiderio di lasciarmi cadere al suo lato e, senza dir parole, stringerla tra le braccia facendole riversare il capo sulla sabbia.
Ella alz gli occhi ad un tratto: Oh, Buonacossa! E da dove  venuto?
Sorrisi, rimettendomi da quella specie di vertigine:
 destino che io Le debba far sempre paura.
E mi ricordai anche della volta che le avevo fatto paura sul serio, con la minaccia di gettarmi in un burrone della via.
Le hanno detto a casa che io ero qui?
Intanto aveva raddrizzato il busto e mi tendeva la mano.
Davvero, da dove  venuto?
Dal mare risposi.
Come Lohengrin. Ebbene segga. e batt la palma sulla sabbia O preferisce passeggiar lungo la spiaggia?
Le sedetti vicino; aveva chiuso il libro, e, nel parlarmi, lo voltava e rivoltava, guardandolo, come per esaminarne in tutti i versi la rilegatura.
Io vengo a leggere qui, quando  bel tempo. La spiaggia  ancora solitaria; ma gi il sole d noia e mi scaccia da un posto all'altro.
Aspettavo che mi facesse qualche domanda sulle ragioni che m'avevan portato al paese, dandomi, cos, un appiglio per il discorso che avevo in mente; ma ecco che non mi domandava proprio nulla come se la mia venuta non la meravigliasse. Dopo quelle prime parole, tacque e parve attenta ad ascoltare il mormorio del mare; per un poco anch'io rimasi fermo; poi, per distoglierla, le tolsi il libro di mano.
Lo conosce?  un romanzo in voga.
No, io non leggo pi romanzi.
Sapesse che specie di donna c' in questo! Stia a sentire, e mi dica se ne ha mai conosciuto una simile e cominci a narrarmi minutamente i casi dei personaggi.
Raccontando, mi guardava negli occhi; ed io non m'interessavo se non di quello sguardo, che cercavo richiamar col mio, appena mi pareva assentarsi, e, insieme, le fissavo la bocca, per vederne nascere le parole, che pure non ascoltavo, fingendo tuttavia, con qualche segno del capo, di seguir davvero il racconto; e, intanto, mi sentivo attratto ad accostare il mio volto al suo, cui era gi vicino, quasi che quelle parole che si perdevano facessero il vuoto tra noi.
Ella s'interruppe d'improvviso, sgridandomi con un corruccio finto:
Buonacossa! e batt le mani come una maestra che imponga l'attenzione.
Mi sta ascoltando, o ha la testa ad altro?
 vero, dissi avevo la testa ad altro.
Afferr un pugno di sabbia e fece atto di tirarmelo addosso.  un bell'ineducato, mi creda!
Che vuole che m'importi del romanzo? Lo butti a mare e non ci pensi pi nemmeno Lei.
Va bene, non Le racconter mai pi nulla e mi stese dinanzi agli occhi il piccolo pugno serrato; poi, sollevatolo, lo schiuse un poco, facendone filar la sabbia in tenue pioggerella sul dorso della mia mano, che mi serviva d'appoggio. Sebbene desse alla voce un accento di broncio, mi appariva animata da una soddisfazione gioiosa, quasi da una felicit fanciullesca, che, per, cercava di non mostrarmi intera, sfuggendomi con gli occhi.
Ma com'io le sussurrai: Lei sa dov'ero con la mente. si rifece seria, d'un tratto; e con uno sguardo duro parve domandarmi: Che cosa t'immagini?
Elodia! e il suo nome mi sfugg come un grido d'invocazione Un tempo non avevamo bisogno di troppe parole per intenderci. Ora qualche volta m'illudo che sia ancora cos. Possiamo parlare o tacere, eppure c' sempre tra noi un discorso sottinteso, ed  esso solo che conta. Ma Lei ha spesso l'aria di smentirlo.
E poich ella accennava a rispondermi, la fermai con la voce:
No, stia zitta. Non s'affretti a farmi male. Sapesse quanto me ne ha gi fatto!
Ella mi guard interrogativamente, puntandosi un dito sul petto.
Si stupisce? Ebbene, non importa. Creda, se vuole, che m'abbia ubriacato il vento marino.
Ma pure accalorandomi nel parlare, sentivo che quel linguaggio era insensato e contrario al mio proposito di non farle nessun rimprovero.
Oh, senta! mormor Elodia, come lamentandosi Lei mi deve lasciar tranquilla... mi deve lasciar tranquilla... gli occhi le s'addolcirono e la voce querula ebbe un'inflessione cos infantile che mi riemp di tenerezza. Poi mentre ero ancora confuso dall'eco di quelle parole, e pi, dal loro tono di lagno accorato, s'alz e lentamente si diresse verso il mare, fermandosi sulla rena molle, come per farsi toccar le scarpine dagli orli delle onde morenti.
Bisogna che vada. disse a un tratto, voltandosi Per me  gi tardi.
Ed io l'accompagnai per il viale, con una docilit silenziosa, quasi che i pensieri con cui ero venuto mi fossero tutti svaniti.
...
Il giorno dopo, nel mio ritorno serale dalla Biblioteca, vidi a un balcone di casa una lunga figura d'uomo che si spenzolava dalla ringhiera, rivolgendomi grandi gesti di saluto.
Zio Luca! e subito mi slanciai per le scale; egli mi venne incontro precipitosamente, cos che ci abbracciammo sul primo pianerottolo.
Mario! Mario! mi stringeva, mi palpava, mi strofinava la faccia sulla faccia, senza riuscire a vincere il singhiozzo che gli spezzava la voce come un rauco abbaiare a scatti.
Sempre tenendomi stretto, in modo da premermi contro il suo fianco, mi port su per gli altri scalini, oltre la porta su cui la mamma era rimasta ferma, fin nel mio piccolo studio, dopo il salotto, come se col tirarmi subito nel pi interno della casa credesse di poter riprendere rapidamente e profondamente possesso di me.
Io ero ansioso di averlo di fronte per rivederne l'aspetto intero; ma, non osando sciogliermi da quel lungo abbraccio, aspettavo ch'egli me ne liberasse, e, intanto, riacquistavo conoscenza della sua persona solo dalla durezza del suo corpo ossuto, mentre nella mia memoria aggiungevo, com'unico particolare nuovo, alla vecchia immagine di lui, ci che senza dubbio era dovuto apparirmi a prima vista, quando l'avevo scorto al balcone o quando mi s'era precipitato incontro per le scale, ma che solo in quel momento mi si presentava al pensiero: la strana tinta verde bottiglia del suo abito, che forse egli aveva scelta come la pi conveniente per la traversata dell'oceano.
Perch non m'hai avvisato del tuo arrivo? gli dissi, appena allent la stretta Sarei venuto allo sbarco.
Egli non rispose; mi s'era seduto di fronte e rimaneva a guardarmi, sorridendo ed ansando un poco.
Sebbene ingiallito nel lungo e magro viso, dove il taglio dei lineamenti s'era fatto pi secco e pi fondo, non differiva molto nell'insieme dall'immagine che ne avevo sempre avuta nel ricordo. Ad un tratto, butt il capo all'indietro, scotendo tutta la capigliatura, che, ancora folta, pareva anche pi scomposta per la stravaganza con cui i grandi ciuffi s'eran qua e l imbiancati.
Mario! e tese le braccia, quasi volesse riafferrarmi Ti lasciai ch'eri un cosino e ti ritrovo uomo. Ma non hai l'aspetto robusto, figliuolo mio! aggiunse subito con voce pietosa T'avranno dimagrato gli anni di guerra.
Come mia madre venne a dirci che il desinare era pronto, si volt di scatto:
Giovanna! e mise nel grido un accento di desolata tenerezza; poi, alzandosi, le corse vicino e le cinse la vita.
Ecco che ritrovo la casa, che prendo posto alla tavola di famiglia. Oh, Giovanna, ma non c' mia madre e non c' Lui, Lui ch'era mio fratello e mi voleva bene come a un figliuolo!
Allora anche mia madre si commosse ed egli cadde di nuovo a sedere, gemendo:
S, hai ragione di piangere, cara Giovanna; hai ragione di piangere.
Cominciammo il desinare in silenzio. Zio Luca per mostrarci il suo affetto ci era prodigo di piccole cure, quasi noi fossimo stati due bambini, e in ogni atto premuroso rivelava esagerata da quell'intento d'amorevolezza la sua solita inettitudine.
Versandomi il vino o passandomi i vassoi, non smetteva di guardarmi con un sorriso vezzeggiativo, se non per rivolgere lo stesso sguardo e lo stesso sorriso a mia madre, che gli sedeva a fianco dall'altra parte. Tuttavia, mangiava con appetito, masticando forte, com'era sua antica abitudine, e nel prendere il cibo, faceva spesso urtare la forchetta contro il fondo del piatto. Ma quella faccia tanto nota che dalla mia infanzia s'era stampata nelle immagini della mia memoria, ed ora, quasi in nulla mutata, si voltava continuatamente verso la mia, sorridendomi con una espressione tra tenera e malinconica, cominciava a mettermi dentro una pena indefinibile, che aveva molto del disagio e dell'inquietudine; e se dal principio le avevo sorriso di rimando, ora abbassavo gli occhi per non trovarmela sempre dinanzi.
Egli ruppe il silenzio con un sospiro:
Tredici anni di lontananza! Tredici anni di esilio, senza un solo giorno veramente buono! Come abbia potuto resistere cos a lungo non so, proprio non so.
Tacque per un poco, forse aspettando che l'interrogassimo; poi si risolse, e, spartendo gli sguardi e i gesti, tra me e mia madre, cominci a farci le sue confidenze.
Non s'era illuso di trovar fortuna in America; pure v'era andato con qualche speranza. Aveva fatto assegnamento su d'un amico; e dal primo giorno s'era accorto che avrebbe dovuto combattere da solo con la vita. Questo non ce l'aveva scritto, per non rattristarci. Era riuscito ad ottenere un posto d'impiegato con un misero stipendio, appena bastevole per non morir di fame; ma Dio solo sapeva di quanta rassegnata pazienza aveva dovuto dar prova per durare in quell'impiego, nonostante le continue umiliazioni con cui cercavano di stancarlo. Finch un giorno, indegnamente provocato... No, di questo ci avrebbe fatto il racconto un'altra volta, perch ora gliene mancava l'animo. Perso l'impiego, s'era ingegnato a vivere in mille modi, cambiando sempre mestiere. Era stato perfino precettore in un collegio italiano. E tra tante pene la pi viva e cocente era sempre quella di star lontano da noi, specie dopo la morte del babbo, specie negli anni di guerra. Ora tornava povero quasi com'era partito. Ah, non era lo zio d'America!
Il suo portafogli era smilzo, e nelle valige c'era tanta roba quanta n'entra in uno zaino da soldato.
Nel cos dire, zio Luca or abbassava or alzava la voce, facendola passare, anzi saltare sregolatamente, innanzi e indietro per una moltitudine di gradi e d'intonazioni, da un minimo di lamento piagnucoloso, in cui le parole parevano sul punto di spegnersi, crepitando come fiammelle moribonde di stoppini, ad un massimo di corruccio o d'esagitata disperazione, che a volte si sprigionava col fragore improvviso d'uno scoppio solo, a volte in un succedersi di colpi, come una scarica prolungata. Quando con la voce esprimeva prostrazione, si chinava col capo sulla tavola, fino a poggiare il mento sulla tovaglia, facendo penzolar le braccia ai lati della sedia, come gli uccelli ammalati o feriti rilassano le ali che s'allungano in gi con l'inerzia e l'abbandono d'uno strascico; ma se inveiva contro la malvagit degli uomini o della sorte, se gridava le sue pene o "drammatizzava" con invocazioni il suo racconto, accalorandosi ed esasperandosi, s'agitava sulla sedia, girava il capo, roteava gli occhi, sollevava in alto le mani e, nella violenza estrema degli scoppii o delle scariche vocali, le proiettava di botto sulle mie spalle o su quelle di mia madre.
Nello stesso tempo, continuava a prender parte al desinare e non smarriva mai del tutto il senso di essere nostro ospite e di credersi per ci obbligato a ripagarci cortesie con cortesie; ma, per dir cos, rimaneva presente a queste contingenze come per uno sdoppiamento di persona: l'una ch'era sensibile ai piaceri e ai doveri della tavola, si mostrava inattesamente, ma sempre allo stesso modo, non interrompendo l'altra, ma profittando subito d'una breve pausa o stasi di quella; e si rivolgeva a noi due con una voce invariabilmente premurosa e carezzevole, cos diversa dalla dolente o irata a cui seguiva, che pareva venir da un estraneo o addirittura sordo alla prima o da essa neanche minimamente scomposto: Bevi un altro goccio di vino, caro Mario? Serviti ancora, mia buona Giovanna!
Ascoltandolo, io sentivo crescere dentro di me quella specie d'inquietudine, che prima m'era cominciata dal trovar la sua faccia sempre volta verso la mia e che ora s'approfondiva in un malessere di cui ero turbato perfino nei sensi. Tale pena non poteva venirmi dalle cose che zio Luca diceva, perch non avevo mai creduto ch'egli in America fosse riuscito ad afferrar la buona fortuna, e gi all'annunzio del suo ritorno avevo immaginato che lo riportavano in patria le miserie e i disinganni; n ora, d'altra parte, seguivo con attenzione il suo racconto e rivivevo con lui le sofferenze dei suoi giorni peggiori.
Piuttosto, avvertivo una sensazione di squilibrio e disordine, che non sapevo se mi fosse prodotta dalla stravaganza della sua voce e dei suoi atti o da un confuso commuoversi, da un continuo agitarsi ed urtarsi nel mio interno (come per ripetute scosse datemi, oltre che dalle parole e dai modi, anche dalla vista di lui che m'appariva penosamente disordinato perfino nell'aspetto e nelle linee del volto) di immagini antiche, pensieri e dolori d'altri tempi, presentimenti e timori gi obliati, i quali, ritornando alla superficie dell'esistenza, si confondevano oscillando con altri attuali, cos da formare un oscuro stato d'animo di essenze indefinibili e, nell'insieme, fastidiosamente ondeggiante come un liquido torbido in una catinella sulle cui pareti qualcuno batta sregolatamente.
Provavo, centuplicato in sofferenza, lo squilibrio che dalla vista si propaga anche agli altri sensi, quando una lampada accesa, che pende dall'alto, per un urto del vento comincia a dondolarsi e a girare in capricciose volute, agitando disordinatamente le ombre nella stanza; ma era per me come se le ombre si muovessero in tumulto nel mio interno.
Finimmo di desinare. Ora zio Luca stava zitto, e, appoggiando i gomiti sulla tavola, si teneva la testa tra i pugni e guardava nel vuoto con un'aria di tristezza pensosa. Anche mia madre se ne rimaneva assorta a capo chino, raccogliendo e disperdendo le briciole col ripassar il mignolo sulla tovaglia.
Come se il silenzio e l'astrazione di zio Luca mi permettessero di poterlo finalmente osservare senza turbamenti, m'indugiai per la prima volta con lo sguardo su di lui. Ad un tratto, esaminando il profilo del suo volto, mi parve immutato in una espressione che mi ritrovai nella memoria, e trasalii come se per questo non fosse reale, ma la proiezione di un ricordo o il fantasma d'un sogno. Da ci mi venne un trepidante senso d'attesa, quasi che dalla porta in penombra dovessero entrare nella stanza per sedersi alla tavola, com'era entrato e s'era seduto zio Luca, prima mio padre, poi nonna Dorotea, seguita da Rosaria. Per un momento guardai, scrutando le tenebre, oltre la soglia che m'era di faccia, poi riconobbi la vanit di quella mia trepidazione, e, tuttavia, non me la tolsi dal cuore, finch, per vincerla, non mi levai da sedere spingendo indietro la sedia.
...
Tornato dalla guerra avevo fatto smontare e portar via dalla mia camera il letto matrimoniale. Ora quello ch'era stato messo in cambio occupava col capo poca parte della parete, verso l'angolo e lasciava da un lato sufficiente posto all'altro che, subito dopo desinare, mia madre, aiutata dalla serva, si mise ad improvvisar per zio Luca. Egli non ci aveva detto nulla dei suoi propositi per l'avvenire, cos che non sapevamo se pensasse di rimaner sempre con noi; comunque, quella notte ci saremmo spartito la camera, come gi un tempo nella casa in piazza delle robinie.
Ma al momento di coricarci, appena vide il letto approntato per lui, disse che non l'avrebbe nemmeno toccato.
No, ti prego. Su d'un divano o una poltrona, l, nello studio, star benissimo! Hai un plaid? Ti assicuro che star bene.
Ma perch?
Per non darti molestia. Sapessi a che son ridotto! Durante il sonno mi rivolto, m'agito, grido.
Che idea! Ti par possibile ch'io acconsenta a lasciarti dormire su d'un divano?
Egli non s'arrese: Credi pure che mi condanneresti a un martirio. Sarei oppresso dalla preoccupazione di svegliarti e passerei una nottata d'inferno, perch l'insonnia mi mette addosso una smania di muovermi per la stanza, d'aprire i vetri, di gemere o d'imprecare liberamente. Spesso, d'estate, nel Brasile, dormivo all'aria aperta. Anche d'inverno, qualche volta, avevo bisogno di esporre il capo dalla finestra, al freddo o alla pioggia. S, la notte, debbo tener dietro alle mie smanie, come un dannato. e mi fiss con occhi in cui luceva la disperazione.
Per quanto insistessi, non riuscii a persuaderlo se non a mezzo. Si sarebbe disteso vestito sul divano, ma pi tardi, sentendo il sonno appesantirsi, sarebbe passato nel letto.
Cos andai a coricarmi lasciando socchiusa la porta tra la mia camera e lo studio ove zio Luca, avvolto in un grosso plaid che aveva tolto da una valigia, cominciava l'inquieta e tormentosa veglia, in compagnia delle furie notturne.
M'accorsi subito che quella notte anch'io non mi sarei addormentato senza stento.
Dentro di me continuava quell'ondeggiamento penoso di sensazioni confuse che m'aveva turbato durante il desinare e che ora pareva aggravarsi, forse perch nel buio e nel silenzio ero pi attento ad avvertirlo e pi raccolto a soffrirne. M'interrogavo per conoscere la causa e la natura del mio malessere, ed ecco che esso aumentava ancora, come, qualche volta, aumentano i pianti o le grida di un bambino cui domandiamo la ragione del suo dolore. Non riuscivo, cos, ad intendere quante parti in quella pena fossero rammarico di sogni caduti o tristezza di ricordo o sbigottimento e cattivi presagi per l'avvenire o stanchezza di quella giornata, sebbene tutte mi paressero mescersi in un senso di scontento per il ritorno di zio Luca.
Tuttavia, se cercavo d'approfondire la coscienza di tale scontento, vi trovavo, in fondo, la commiserazione di me stesso per la miseria della mia vita trascorsa e la sfiducia del futuro che m'aspettava, mentre l'immagine di zio Luca spariva come una guida silenziosa che ci abbia menato al punto dove da soli non saremmo saputi arrivare. Ma poi tornavo al pensiero di lui, e mi sorprendevo nell'atto di tender l'orecchio verso la porta socchiusa dello studio, dalla quale filtrava la luce della lampada ch'era rimasta accesa sulla scrivania, e temevo di sentir risuonare passi agitati, insieme con sospiri e gemiti d'anima oppressa; o sollevavo la schiena dal letto, mentre il cuore mi sbatteva per la paura e l'angoscia, dopo che in un mezzo sogno, in un dormiveglia in cui la mente si stendeva supina senza immergersi intera, avevo visto zio Luca alzarsi dal divano dov'era sdraiato e, in sguito a un furioso volteggiar per la stanza dello studio (le cui pareti parevano rimandarselo di rimbalzo dall'una all'altra, respingendolo all'improvviso nel momento ch'egli era per urtarle) infilar l'uscio che dava nella saletta d'ingresso, uscir di casa e slanciarsi ansante tra le solitarie ombre della notte.
A poco a poco, i battiti del mio cuore s'allentavano, ed io riappoggiavo il capo sul guanciale, ma rimanevo sbattuto, quasi spossato, come se avessi espresso dal consumo delle mie forze il ritmo di quel movimento frenetico da cui zio Luca era preso nella visione del mio dormiveglia. Nello stesso tempo, l'angoscia e la paura si mutavano in una specie di pianto segreto, di dolorosa piet, la quale pure non commiserava zio Luca, per le pene di cui la mente sognante mi aveva fatto una rappresentazione, pi che esagerata, simbolica, ma me stesso, me solo, unico obbietto su cui ricadeva anch'essa, come gi prima il mio confuso senso di scontento.
Sedatosi un poco il disordine tumultuoso della mente, ritrovai il pensiero d'Elodia, che forse non s'era mai smorzato in me, ma era rimasto coperto dagli altri confusi, come dal frastuono d'una moltitudine una timida voce che chiami.
Cercai di rispondere col rievocar la figura di lei, che m'apparve vaga, ma sorridente di promessa. Ebbene, quella promessa era la mia unica possibilit di salvezza. Perch tutto, nella mia esistenza, non fosse incompiuto o fallito, perch la mia sorte non s'identificasse con quella di zio Luca, mi bisognava affermare nella realt, sia pure contaminandolo, un sogno almeno del mio passato. Gi m'ero volto incoscientemente a questo fine, quando al primo annunzio del ritorno di zio Luca avevo cercato d'avvicinarmi ad Elodia. Ma ora soltanto ero certo che da lei dipendeva il mio scampo o il mio estremo fallimento. Un tempo avevo sognato di farne la mia compagna, ora bisognava che ne facessi almeno la mia amante.
Ripetutomi mentalmente tale proposito, mi sentii calmare ad un tratto. Allora accesi il lume per vedere se zio Luca si fosse coricato. Non c'era. Scesi dal letto ed entrai piano nello studio, dove la lampada sul tavolino rimaneva ancora accesa.
Egli era passato dal divano sulla poltrona, e dormiva. Piegando il petto e curvando la testa fin quasi a poggiarla sui ginocchi che cingeva con le mani unite, stava raggomitolato in una posizione in cui il suo gran corpo appariva piccolo e misero come quello d'un bambino che si rannicchi per difesa o per ispirare piet; ma, in tutto l'insieme, era anche pi triste e compassionevole per il ciuffo dei capelli bianchi che gli scendeva sulla fronte mezza nascosta. Gli posai una mano sulla spalla, chiamandolo sommesso: Zio Luca!
Gemette, trasalendo; poi rimase a fissarmi con occhi stupiti.
Vieni a letto. Ora sei stanco, e dormirai.
Mario... mormor, come per dire a s stesso ch'ero io; e fregatisi gli occhi, si mise a guardarmi di nuovo. A poco a poco la sua faccia prese l'espressione della sofferenza che stia per diventare lamento.
Oh, Mario! proruppe ad un tratto Che sciocchezza  stata la mia! Che grande sciocchezza! Perch son tornato? Che far qui? Dopo tutto, non valeva meglio rimaner nel Brasile? Non vi stavo, poi, tanto male!
Allora sentii, pi che vidi, passargli le lacrime dalla voce negli occhi, e abbracciandolo, mi commossi, fin quasi al punto di piangere, perch in quel rammarico mi parve sorprendere la pena di tutta la sua vita, che ovunque e sempre s'accorgeva di fallire.
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Capitolo 15.
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L'altra Elodia.
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Dei giorni successivi, fino all'improvviso crollo dei miei desiderii o, meglio, delle mie immaginazioni d'amore riguardo a Elodia, ho un ricordo vago e manchevole, come d'un tratto di strada percorso sovrappensieri; cos che non mi so render conto particolarmente dei casi di zio Luca, che, pure, continu a rimanermi vicino gran parte di quel tempo, ma di cui dovetti occuparmi con quell'esteriorit d'attenzione con la quale badiamo a un compagno di cammino quando ci astrae una cura tutta nostra. Perci, se all'immediatezza dei ricordi non seguisse in noi, mentre li esprimiamo, una specie di senso critico che provvede a rimettere in giusta luce e in misurato rapporto nel quadro della memoria cose e persone che essi con uno strano arbitrio tendono a scartare, lascerei scomparire da queste pagine la figura di zio Luca, all'indomani stesso del suo ritorno, aspettando che pi tardi mi si presentasse prepotentemente, senza bisogno di richiami.
La mattina dopo la notte in cui tutt'e due dormimmo poco, egli volle accompagnarmi alla Biblioteca, dove rimase fino a mezzogiorno seduto accanto al mio tavolino e con sui ginocchi una grossa annata d'una rivista medica, per cercar la quale appena giunto s'era lanciato sul catalogo, febbrilmente ansioso come chi soddisfa, appena  possibile, un desiderio incrudelito dal tempo. Ma poi, sfogliando innanzi e indietro quelle pagine, non smise di parlar con me d'altre cose, interrompendosi di tratto in tratto per leggere, come se la sua attenzione cadesse attratta, col peso d'un grave e ogni volta all'improvviso, sulle pagine aperte del libro che teneva in grembo. Cos n io potevo lavorare n lui seguir con alcun nesso la lettura, finch ad un certo momento, mentre per suo invito mi chinavo a guardare un'illustrazione della rivista, mi disse che dovevo aver pazienza se rimaneva ancora qualche giorno con noi, in attesa che trovasse una casa, al nostro paese, con una o due stanze a pianterreno, dove si proponeva di vender libri e strumenti musicali.
Queste ricerche furono lunghe e difficili, complicate anche da altre per ottener danaro in prestito, poich, sebbene fosse tornato dal Brasile meno povero di quanto ci aveva fatto credere, non sarebbe riuscito a concluder nulla senza l'aiuto di persone amiche o di molta fiducia, le quali lo mettessero in grado di sostener le spese o gli consegnassero in credito i libri e gli strumenti di cui voleva far negozio.
Purtroppo zio Luca non aveva amici in nessuna parte del mondo; tuttavia, credette meglio di sperimentare i suoi tentativi nel paese dove aveva lasciato qualche traccia di ricordo, non sospettando nemmeno che questo ricordo potesse non giovare alla buona riuscita, perch tenuto in vita da qualche superstite di quei "microcefali" che intorno al biliardo del circolo, dietro la mobile cortina di canne, usavan chiamarlo "buono a nulla" e "chiappanuvole".
Appena si fiss nel proposito d'aprir bottega (ed io non sapevo se tale idea egli l'avesse portata d'oltre oceano o gli fosse venuta solo quella mattina, sfogliando la rivista medica), divenne per la nostra casa una specie d'avventore affaccendato, che piombava all'improvviso per fuggirsene anche all'improvviso, dopo aver mangiato qualche boccone o tirato fuori qualche cosa dalle valige, con la fretta del passeggiero balzato a terra in una breve fermata del treno; fino a che non tornava a tarda sera, per gettarsi stanco sul letto, che, dopo quella sua prima notte di veglia, avevo fatto trasportare nel mio studio.
Ritrovo nella memoria vaghe impressioni d'agitati resoconti delle sue ricerche, fattici durante i desinari in comune, e anche di qualche schizzo a matita improvvisato da lui l per l, per mostrarci la pianta di questa o quella casa; ma, in verit, io gli davo scarsa attenzione, e quando chiedeva il mio parere non facevo se non assentir col capo, convinto che, male o bene, avrebbe agito sempre a modo suo. Mia madre, invece, non gli negava aiuto e consigli; e qualche volta l'accompagnava perfino nei faticosi giri in cerca della buona fortuna.
Intanto, io vivevo nel pensiero d'Elodia. Sentivo che il nostro ultimo incontro in cui avevo detto troppo, e, insieme, troppo poco, ci aveva lasciati, l'uno di fronte all'altra, in una condizione non ben definita, dalla quale era difficile uscire. Quando, quella mattina, ella, alzatasi ad un tratto, s'era avviata lentamente verso le onde, fermandosi sull'orlo della spiaggia, io, col tacere, avevo sospeso un colloquio, che, per la continuazione del nostro silenzio fino a che fuori del viale ci eravamo divisi, era rimasto tra noi e rimaneva tuttora come una conclusione falsa, ma oramai, per dir cos, suggellata. Poi mi confortavo col pensare che tutto questo non avrebbe avuto alcun peso sulla nostra condotta, appena, ci fossimo incontrati di nuovo, e che uno sguardo, un atto, un qualsiasi accento o moto di spontaneit che ci fosse sfuggito, sarebbe valso ad unirci d'improvviso, facendo scomparir tra noi la distanza che le nostre parole avevan finora mantenuta o perfino aumentata. Allora riflettevo sul modo di far avvenire il nostro nuovo incontro nelle pi favorevoli circostanze.
...
Zio Luca, ai principii d'aprile, venne a capo delle sue arruffate ricerche, e, sebbene riducendoli un poco, pot tradurre in fatto i suoi disegni.
Aveva trovato una casetta con due stanze a primo piano ed una terrena, con l'entrata dalla via, quasi di fronte al vecchio "Circolo del progresso", che aveva mutato il nome, ma non la cortina di canne.
Proprio in quel tempo io m'ero deciso a mandare ad Elodia una breve lettera, dove le scrivevo di temere che la nostra amicizia si stesse spegnendo ogni giorno un poco, per mal d'inedia, e le chiedevo d'indicarmi il modo come parlarle da solo a sola, in seguito e spiegazione del nostro ultimo colloquio. Poich dei molti anni che avevamo passati senza vederci, dall'infanzia al ritorno di lei e anche dopo, non ci eravamo fatti mai una compiuta confidenza, ci che di noi scambievolmente ignoravamo formava un'oscura lacuna nella nostra reciproca comprensione. Chi legge un romanzo, dal quale siano state strappate o siano cadute disciolte le pagine di mezzo, come pu capir bene le ultime, e ritenerle un giusto epilogo delle prime, quando tra queste e quelle si  immaginato a suo arbitrio lo sviluppo della favola?
Non ricorsi alla lettera, se non dopo aver esaminato e scartato tutti gli altri mezzi possibili per riprendere i rapporti con lei. Scrivendole, avevo badato a non usar parole o frasi che potessero avere una troppa vibrata risonanza di sentimenti; anzi m'ero messo, come si dice, qualche tono sotto a quello che avevo tenuto nel nostro ultimo colloquio. Ella mi rispose subito, con molto garbo e spigliatezza, ma eludendo la mia aspettativa riguardo al modo come rivederci: non ricordava pi di che avessimo parlato quella mattina sulla spiaggia, e perci non indovinava nemmeno da lontano quale fosse la spiegazione di cui mi sentivo debitore. Comunque, m'assolveva da ogni debito. Alla nostra amicizia ella non era venuta mai meno; ma riteneva che per uno scambio di confidenze non eravamo pi abbastanza giovani, n gi abbastanza vecchi. Mi faceva comprendere, cos tra le righe, che la mia lettera era stata un tratto fuori proposito, e che credeva bene, da parte sua, non mostrar d'averla presa sul serio.
Replicai subito, con un'altra lettera. Voleva, s o no, che io andassi da lei? Questo solo doveva farmi sapere.
Mi rispose che da tanto tempo desiderava rivedere mia madre e che, perci, sarebbe venuta a farle visita il pomeriggio di marted dopo Pasqua, giorno in cui certo avrei avuto ancora vacanza al mio ufficio. Se davvero avevo da confidarle "cose in gran segretezza", gliele avrei dette per istrada, accompagnandola al tram.
Quando questa lettera m'arriv, zio Luca stava gi da qualche giorno nella sua nuova casa, dove mia madre era andata subito a vedere in che modo si fosse stabilito. Trovandolo in gran disordine e, per di pi, nella disperazione di non saper provvedere da solo, gli promise che sarebbe tornata due o tre volte ancora, per aiutarlo coi consigli, e, soprattutto, tenergli compagnia in quella inquieta opera d'assestamento.
Poich s'era nella settimana santa, l'invit a passar prima la Pasqua con noi. Dopo, avrebbero cercato insieme di preparar la casa e, quello che pi premeva a zio Luca, la stanza a pianterreno, che bisognava trasformar in negozio e sala di musica.
Non avvisai la mamma della prossima visita d'Elodia. Volevo lasciare alla sorte di decidere se quella, venendo, dovesse trovar me solo; e non far niente che premesse sulla bilancia dalla parte ov'era gi il mio desiderio. Pure, quando fui certo che il caso mi secondava, cominciai a sentirmi inquieto. Credetti dapprima di esser sovreccitato solo dall'impazienza, ma poi m'accorsi ch'ero turbato e perplesso come chi, all'approssimarsi d'una prova, tema di non saperla superare.
Quella mattina, mia madre m'aveva appena lasciato, ed io gi pensavo ch'ero ancora in tempo d'impedire agli avvenimenti di svolgersi come il prodotto naturale d'una coincidenza fortuita. Ma ci avrebbe richiesto da mia parte una iniziativa, sia pur minima, mentre per secondar la sorte, gi in moto, bastava ch'io rimanessi inerte. Se, al contrario, quanto si stava producendo per caso non si fosse potuto compiere senza un mio concorso attivo, all'ultimo momento i dubbii m'avrebbero trattenuto dal fare anche la pi piccola cosa necessaria, non risparmiandomi, tuttavia, lo scontento per la mia condotta supina, che si lasciava sfuggire un'occasione singolarmente propizia.
Credevo che quella giornata avrebbe avuto un'importanza straordinaria sul corso della mia vita, quasi che tutti gli anni trascorsi, dall'infanzia pi lontana ad allora, aspettassero da essa o il compimento, che col dar loro infine il significato e il valore d'una vigilia non me li facesse pi apparire come persi in un confuso vaneggiare; o il colpo estremo, che li abbattesse su me come un polveroso crollo di rovine, soffocando ogni mia speranza per l'avvenire.
Era, certamente, miserevole un tale stato d'anima per cui attendevo salvezza o perdizione dal risultato della visita che m'avrebbe fatta Elodia; ma quando il nostro spirito non  ancora riuscito a conquistare s stesso e ondeggia pavidamente tra le ombre, quando siamo ancora inconsapevoli che soltanto noi possiamo essere gli artefici del nostro male e del nostro bene, e il nostro dubbioso vivere  stanco d'oscuri sbigottimenti e d'incerte speranze, facilmente siamo indotti a riporre un'importanza straordinaria, un valore estremo, l'alternativa di un s e di un no, che voglian dire perdita o guadagno capitale, in un avvenimento insolito, sia pure fortuito, che possa presentarsi con questa o quella faccia. Anzich, allora, riconoscere che interroghiamo superstiziosamente la sorte come chi lancia in aria una moneta e guarda da che parte ricade, e che abbassiamo la nostra vita al livello delle vicende a cui la consideriamo legata; cerchiamo piuttosto, con falsa coscienza, di veder queste ingrandite, in modo che non ci umilii troppo la sproporzione tra la causa e l'effetto ch'essa potr avere su noi.
Di pi, nel mio caso, io avevo davvero l'inquietudine di chi si esponga ad un cimento mai per l'innanzi tentato. Per la prima volta avrei agito non nel delirio dell'immaginazione, come al tempo delle mie nozze, ma di proposito, per provare la mia forza sulla realt come su d'una materia fin ad allora ostile, e dare in essa forma concreta ad una parvenza superstite di tutte quelle che dalla mia infanzia avevano solo fluttuato nel mondo della fantasia, larve d'opere nei sogni di un artista impotente; ed attendevo con ansia il risultato della prova, con la coscienza che fallirla sarebbe stato per me una condanna irrimediabile, poich le migliori immagini s'eran dissolte nel tempo, proprio come cade una vana ispirazione, e quella che sopravviveva, e che gi non aveva pi l'antico splendore, m'avrebbe anch'essa abbandonato.
La paura di non riuscire m'avviliva l'animo, cos che dopo aver desiderato la prova ora avrei voluto evitarla. Non mi confessavo questo; e interpetravo la mia incertezza nel senso migliore: quale, cio, un turbamento per la mancanza di lealt, molto simile ad un inganno, con cui m'ero comportato verso Elodia.
Ma pure ammettendo questa scusa, non potevo valermene contro la ragione, la quale mi diceva che per disporre le circostanze in modo opportuno e trarne tutto il profitto possibile bisogna maneggiarle senza lasciarsi arrestare dall'impressione sgradevole che si possa avere al loro contatto, e prendere esempio da chi, quando modella, affonda la mano senza repugnanza nella creta fredda e attaccaticcia.
Quel marted d'aprile era molto tiepido, quasi estivo. Trascinai la mattinata in un ozio penoso, cercando invano d'occuparmi in qualche cosa che m'alleggerisse l'inquietudine dell'attesa, ma girellavo per le stanze o mi sdraiavo a fumar sul divano, senza decidermi ad uscire almeno per un poco, e pure infastidito dal pensiero che la serva m'osservasse. Dopo la mia colazione, anch'essa and via, a raggiunger mia madre e prestar la sua opera presso zio Luca; cos la sorte volle dispensarmi anche dal compito di metterla fuori con qualche pretesto.
Mi trovavo solo in casa mia, per la prima volta dopo la morte di Chiara. Per quanto, in seguito, si fosse fatto qualche piccolo cambiamento riguardo alla disposizione dei mobili, quasi tutto era, nell'insieme, come ai primi tempi del nostro matrimonio. Avrei dovuto sentire, specie nella solitudine, la presenza di Chiara permanere tra quelle pareti, e ancora vivificare di s le stanze, riempiendo come l'aria ogni spazio. Ma, anche, molto prima ch'ella fosse morta, non ero mai stato attento ad osservar la tacita e quasi nascosta cura con cui disponeva ogni cosa attorno a noi, cos che nemmeno tali indizii, quali l'ordine, la semplicit, una specie di ritegno a metter troppo in mostra quanto possedevamo di pi bello, erano mai riusciti a rivelarmi ci che pure soffrivo di non comprendere: la sua anima gentilmente modesta e devota.
Ora il mio pensiero era tanto lontano da lei, che perfino il suo ritratto sul mio tavolino non mi diceva nulla, ed io potevo posarvi sopra lo sguardo come su d'un oggetto cui la vista s' abituata in modo da coglierne appena un'impressione superficiale, che non tocca l'intelligenza.
Ma oggi, riandando con altro animo a quel giorno di marted, non posso ritrovar la casa nella memoria se non come l'ho vista molto pi tardi: tutta avvolta ancora dal dolce spirito di lei; e il riveder me stesso che passeggia in quell'aria, tra quelle pareti, torbidamente inquieto in un'attesa per cui la rinnegavo, dimenticandola del tutto, mi riempie, pi che di rimorso, di malinconica piet per quel mio passato.
Elodia m'aveva scritto che sarebbe venuta nel mezzo del pomeriggio. Verso le quattro, come obbedendo a una risoluzione irresistibile, dopo le molte incertezze che avevo avute fino ad allora, presi il cappello e, quasi senza accorgermene, mi trovai per le scale. L'avrei aspettata gi, sotto casa. Mi pareva cos di riparare al male che mi rimproveravo: di averle, cio, preparato un inganno; ma in verit contavo di rimettere a lei la sorte di quella giornata, come gi prima l'avevo rimessa alla scelta casuale che avrebbe fatta mia madre nel fissar la sua andata da zio Luca.
Ella certamente mi dicevo non esiter a venir su e ripetevo dentro di me "certamente", eppure ero tutt'altro che certo del modo come si sarebbe comportata.
Uscendo fuori dal portoncino, guardai verso l'imbocco della strada. Qualche passo innanzi c'era un gruppo di scalpellini curvi sul lavoro. Oltre il martellare monotono degli scalpelli sulla pietra, arrivava da lontano e si stendeva pigramente come avviene nei giorni caldi, quando pare che l'aria dilati l'eco dei suoni, la voce di qualche venditore ambulante.
Noi non abitavamo sulla via di Posillipo per dove passano i tram, ma poco discosto, su d'una stradetta che, partendo appunto da quella, porta verso il Vomero Vecchio. Feci tre o quattro volte quel tratto tra la casa e l'imbocco della strada, pensando le parole da dire ad Elodia. Ora sentivo davvero quanto di volgare fosse in ci che avevo lasciato prepararsi, ma, nello stesso tempo, cominciavo gi a preoccuparmi del ritardo di lei. Temevo che, essendo mia madre andata al paese, si fossero incontrate o viste da lontano, e che perci ella non sarebbe pi venuta. M'ero fermato sotto l'arco del portoncino e guardavo distratto dall'altra parte della strada; quando mi voltai, quasi di scatto, come per un richiamo, ella era gi a met distanza tra l'imbocco della via e la mia casa, e, passando davanti al gruppo degli scalpellini, si schermiva con una mano la faccia abbassata. Ebbi un momento d'incertezza, e mi ritrassi un poco, per non farmi scorger subito; ma poi, sentito il ridicolo di quel mio contegno, che poteva apparire un agguato ed era, al contrario, una timida perplessit, le andai incontro sorridendo. Elodia si ferm meravigliata.
Come mai? Esce proprio ora?
Le balbettai non so che scusa per giustificare l'assenza di mia madre, ma cos confusamente ch'ella parve non capire, e continu a fissarmi con un'aria di meraviglia.
E cos mormor poi, chinando il capo, con quella raucedine che le soffocava un po' le parole sempre che parlava a voce bassa e di cose serie e cos, che facciamo?
Mi sforzai a prendere un tono di scherzo:
Spero che non Le dispiacer di salire. Sapr dirmi se son bravo a fare anche da solo gli onori di casa!
Sebbene rimanesse col capo un po' chino nell'incertezza, le vidi passare sul viso un lieve rossore, che non era ancora scomparso quand'ella torn a guardarmi in faccia.
S, rispose lentamente salgo per qualche minuto. Sono abbastanza stanca, dopo due ore e mezzo di tram.
E con lo sguardo parve chiedermi un'approvazione che la facesse pi sicura nel decidersi.
Solo allora m'accorsi che con la mano e il braccio destro stringeva al petto, quasi volesse nasconderlo, un fascio di fiori che, certo, aveva portato per mia madre. Vedendo ch'io lo guardavo, s'alz mettendomelo sotto gli occhi e ritraendolo subito, come per gioco.
Mi creda, non eran per Lei! e rise. Cos ella stessa si liber dal suo lieve impaccio con l'improvvisa vivacit d'un uccello che si scrolli le penne bagnate.
Ma la sua disinvoltura aumentava a scapito della mia, e quando fummo dinanzi alla porta di casa, un po' per questo, un po' per la mia naturale inettitudine anche ai pi piccoli atti pratici, che pure non richiedono una particolare destrezza, non riuscii subito a far girare la chiave, che mi resisteva, inceppando nella toppa; allora ella venne in mio soccorso ed io dovetti cederle la mano, mortificato dal riso che le sfavillava dagli occhi, mentre, in quell'atto, stringeva le labbra, come talvolta fanno i bambini per rendere esageratamente visibile un loro sforzo d'applicazione.
Appena entrammo in casa, ella stessa volle mettere a posto i fiori che aveva portati, e mi parve che ostentando un poco questa cura, con cui si preparava a lasciar tracce della sua visita, cercasse di scacciar da noi il pensiero pericoloso che gi fossimo avvolti insieme in un'aria di segreto.
Dunque, Suo zio  tornato. Avrei molto piacere di rivederlo. Lo ricordo com'una di quelle persone che ai bambini riescono attraenti, quali grandi compagni con cui sia facile intendersela; e sono un po' curiosa di sapere in che modo oggi m'apparirebbe diverso.
Da parte mia, risposi non posso dirmi lieto del suo ritorno. Mi par che sia venuto per mettermi sotto gli occhi, con l'evidenza di un contrasto, la mia vita d'allora a confronto con l'attuale; e a chiedermi conto degli anni di mezzo che io ho sperperati.
Ah, davvero? e mi fece subito altre domande su zio Luca, conducendo lei la conversazione, con molto garbo, ma anche con molta accortezza perch non gliene sfuggisse la guida.
Eravamo seduti nel mio studio; ella, dal cantuccio del divano, inchinava un po' il volto verso il mio, e, sebbene mi parlasse di cose che, specie in quel momento, non potevano avere interesse per nessuno di noi due, faceva brillare di tratto in tratto nel suo sguardo quella luce fuggevole che ogni volta mi dava una scossa all'anima.
Ma se stavo attento alla sua voce, mi stupivo; era cos calma e cos lontana dal guizzo degli occhi, che pareva ignorarlo: proprio la voce di un'altra. Anche chiamandomi per nome, aveva l'aria di rivolgersi ad uno sconosciuto; ed io presentivo che non sarei riuscito a farle violenza perch smettesse quel tono di calma, nemmeno se avessi gettato d'improvviso nella nostra conversazione l'argomento della mia ultima lettera: quella voce ne avrebbe subito smorzato l'ardore.
Eppure, chiss? anche Elodia desiderava, contro ogni suo proposito, ch'io la forzassi a perdere la sua padronanza, ma in modo che non dovesse, poi, rimproverarsi d'averla facilmente ceduta; e si tradiva con quegli improvvisi lampi dello sguardo, mentre pareva tentarmi con la piccola mano cos agile nell'allungarsi e nel ritrarsi sul bracciuolo della mia poltrona. Sapevo che mi sarebbe bastato stringere quella mano, perch una nuova persona, trepidamente smarrita, con una nuova voce, infantilmente supplichevole, mi apparisse al posto dell'altra tanto sicura di s e perfino un po' ironica nella sicurezza del suo dominio. E vedevo col pensiero me stesso in atto di protendermi verso di lei, ed Elodia trasformarsi e confondersi, abbassando le palpebre: tutto questo non nella fuggevole immagine con cui si mostra in luce al nostro volere un proposito e ch' come il principio, nella mente della realt che deve seguire fuori di noi; ma in una visione lenta e continua, che, staccata dalla mia volont, si teneva di fronte ad essa, su d'un piano inaccessibile eppure prossimo, come un miraggio sullo schermo illusorio di un sogno. Rimanevo, per cos dire, incantato, e quasi aspettavo che dall'inerte vagheggiamento del mio pensiero potessi ricevere, a poco a poco, la forza per tradurre questo in fatto.
Nell'aria della stanza chiusa Elodia s'era un po' accaldata, e perci, certo, s'aperse di pi la scollatura, sfilandosi un bottone: fece questa piccola mossa quasi furtivamente, senza interrompersi nel parlare, ma poi, dopo qualche minuto, come se ne fosse rimasta segretamente pensosa e d'un tratto se ne fosse pentita, si abbotton di nuovo, chinando il mento sul petto. Nel rialzare il capo, mi gett subito uno sguardo e, poich dovette accorgersi ch'io l'avevo osservata, parve turbarsi un poco.
Ci guardammo cos, per un momento, tutt'e due in silenzio: avremmo potuto illuderci che tra noi fosse la trepida incertezza di quegli innamorati che i loro stessi occhi tentano e, insieme, tengono in soggezione; e forse davvero in quel minuto il cuore d'Elodia dovette smarrirsi. Poi ella riprese a parlare, con la solita calma nella voce, ed io restai a domandarmi se sarebbe seguto tra noi un altro momento simile e se allora la mia volont avrebbe saputo trovare lo slancio per agire.
Ad un tratto, sia che me lo portasse la vista dell'anellino della fede alla mano sinistra di lei, che ora intrecciava le dita cingendosi i ginocchi accavallati, sia che mi sorgesse spontaneo o per un oscuro richiamo di pensieri, mi venne il ricordo di Simone e, insieme, di tutta la mia tormentosa gelosia, prima inconsapevole di s stessa, ma gi delirante, nel mio incerto animo di fanciullo, poi esasperata e selvaggia, come una furia che cerca invano di sprigionarsi. Questo ricordo m'occup tanto la mente, che sentii impossibile tenerlo nel mio segreto e continuare nello stesso tempo a parlar d'altro con Elodia. Perci le avrei certamente rivelato le pene della mia fanciullezza, quando soffrivo di non poterla preservare dall'oltraggio che le facevano i sogni del "piccolo uomo rosso" e quelle ancora recenti, per cui un giorno, in guerra, avevo perfino invocata dal cielo la morte di Simone, se non mi fossi trattenuto con un senso di meraviglia, accorgendomi che stavo per parlare della mia gelosia soltanto come d'una memoria, e che veramente da qualche tempo in qua l'immagine di lui non era venuta a turbarmi e non m'aveva impedito di fissare in un proposito le mie aspirazioni d'amore, su cui, prima, egli gettava il gelo della sua ombra.
Eppure non mi rallegrai di scoprirmi libero d'improvviso, perch, nonostante questo, il mio animo rimaneva inerte; ed avrei voluto piuttosto risentire la tormentosa pena d'una volta e credere che i miei desiderii fossero tenuti contratti dal timore d'aggravarla ad ogni loro tentativo di spiegarsi. Ma no! oramai non riuscivo ad animarli pi, neanche volendo sfidare la pi atroce sofferenza; simile ad un infermo che, non potendo muovere un arto se non a prezzo d'insopportabili spasimi, si  rassegnato a lasciarlo immobile, e poi, ad un tratto, ritentando la funzione che s'era proibita, per provare se gli riesca meno dolorosa, s'accorge che quell'arto  divenuto paralitico. Un freddo proposito aveva preso il posto dell'amore che nell'immaginazione era morto chiss da quando.
Ora l'Elodia che mi stava di fronte parevo vederla per la prima volta: nelle linee del suo viso, in tutta la forma della sua persona, cos reale, cos concreta, cos viva e palpitante di quel presente, da mostrarsi a me quale un'estranea, dissociata da ogni memoria e da ogni mio desiderio: e la materialit della sua nuova figura era tanto compiuta, che non interessava pi la mia immaginazione, la quale non riusciva a trovarvi nessuna traccia delle apparenze che le erano state care, se pur tormentose, e che parevano scomparse come intorno alla linea ultima e marcata d'un disegno scompaiono cancellate le molte altre che segnavano i diversi ed incerti contorni di ripetuti tentativi.
Come mai avevo potuto credere che stringendo quella Elodia tra le braccia avrei salvato un sogno della mia vita? Qual era, non m'apparteneva pi. Ora aspettavo che s'alzasse e uscisse di casa mia per disperdersi nella folla.
Accettata, cos, la rinuncia al mio proposito, trovai non so che sconsolata pace. Ma gi presentivo che accomiatandomi anche da quell'inganno, la mia esistenza sarebbe andata alla deriva attraverso giorni indistinguibili l'uno dall'altro in un eguale squallore, come livide piccole onde d'un mare morto; e che meglio sarebbe valso farla naufragare, poich era inetta a raggiungere una meta qualsiasi.
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Capitolo 16.
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L'incendio.
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Nel riandare al tempo che corse dalla visita d'Elodia all'alba della mia pace e della mia letizia, ho bisogno di ricordare a me stesso qualche data e quasi trattenere le mie memorie, che, prese dall'ansia di arrivar presto a mettersi in armonia col mio spirito d'oggi, s'affrettano, si confondono, e tendono a fare di lunghi mesi un rapido e tumultuoso giorno d'inconsapevole vigilia. Ci, forse, potrebbe anche giovarmi a render meglio l'ardore di quella disperazione che mi spinse a cercar la morte, se nel passare in iscritto i miei ricordi, non li sentissi diventar frigidi ed inerti. Mi par ch'essi abbiano la sorte del vetro, il quale nasce da un travaglio di fuoco e, tuttavia, mette il gelo sotto le dita che lo toccano, rispondendo solo qualche volta, con uno sfavillo dell'antica anima, ad un raggio di sole o ad un riverbero di fiamma.
Come chi, sentendosi scorato e stanco di trascinarsi in un torpido ozio per le vie di una citt straniera, si domanda se possa aver anche lui una meta od un compito, e propostosi infine uno scopo fittizio (quale, per esempio, rintracciare una persona o ricercare un indirizzo) nel tendere ad esso finisce col credere che davvero abbia desiderio o interesse di conseguirlo, e perci si riconforta e si anima, fino a che, riconoscendo d'improvviso la vanit del suo inganno, subito l'abbandona e ripiomba con pi tedio e scoramento nel suo passivo vagabondaggio; cos io, dopo aver lasciato il pensiero di far d'Elodia la mia amante, ripresi con maggiore sfiducia la mia inutile vita.
Degli altri uomini non ero attento n curioso, sebbene in quei mesi d'immediato dopo guerra essi s'agitassero e tumultuassero con grida diverse, che li dividevano e li aizzavano a scontrarsi una parte con l'altra, ma, in fondo, tradivano tutte una stessa insania, come i gesti e le parole del delirio, per quanto possano variare da ammalati ad ammalati, hanno per comune causa la febbre. Da loro, cio dal mio prossimo, mi veniva qualche volta la molestia o il disgusto che prende chi si trova in mezzo ad una folla eccitata ed  il solo a non poter risentire, nemmeno per contagio, il comune entusiasmo o furore. Eppure quasi avrei voluto poter confondermi agli altri, vibrare almeno di quell'attivit superficiale, che, sebbene disordinata e tumultuosa, era sempre, in loro, una certa pulsazione di vita, mentre nel mio vivere supino ora cominciavo ad avvertire non so che principio di disfacimento.
A mano a mano che quella primavera avanzava e approssimandosi all'estate ne respirava l'ardore, pareva avere sul mio torpido animo l'influsso con cui il sole decompone un corpo organico, esposto nell'inerzia della morte alla vampa del giorno. Forse davvero qualche cosa mi moriva dentro, disfacendosi a poco a poco, ed io credevo che quel disfacimento fosse al di fuori e mi ammalasse lo spirito. Rivivevo, con maggiore nausea, i tempi della gravidanza di Tibut. La citt m'era diventata insopportabile; mai come allora m'aveva mostrato tanto lercio e tanto putrido, nelle cose e negli uomini. Pensai che la campagna, il cielo libero, la vita in mezzo alla natura non contaminata m'avrebbero fatto respirar meglio; e risolsi di partire. Mia madre avrebbe voluto accompagnarmi, ma poich sentivo che finanche la sua presenza mi sarebbe stata un peso, la convinsi a lasciarmi andar solo.
S'era gi nel pieno di un'estate caldissima. Partendo, mi pareva di correre verso la campagna scacciato da un lezzo di sudore e di marcio che venisse dalle vie cittadine. Non avevo scelto questa o quella meta: mi sarei fatto suggerire il luogo della mia dimora da un piacere del momento; per esempio, da un senso di sollievo per una vista di bellezza o di solitudine che qui o l m'invogliasse a fermarmi. Avevo preso il treno che da Napoli, per la via litoranea, porta verso il Mezzogiorno e, pochi minuti dopo la partenza, passa davanti al mio paese nativo. Appena in viaggio, pensai che avrei fatto bene a raccomandar mia madre a zio Luca perch l'assistesse un poco nella solitudine in cui l'avevo lasciata. Non sapevo quanto tempo sarei rimasto lontano da casa, e, peggio, avevo tristi presentimenti della mia sorte. Cos interruppi il mio viaggio all'inizio. Sceso alla stazione presso il Porto, mi trovai subito in piazza delle robinie: sotto il cielo afoso del mattino quel vasto spiazzato era deserto, solo due vetturini sonnacchiavano in serpa alle loro "carrozzelle" ferme. Anch'essa verniciata di giallo, e, chiss, forse proprio una di quelle due, era la vettura in cui la signora Reiner, tanti anni prima, mi aveva rapito la piccola Elodia!
Ma ora non volevo incontrar persone che mi conoscessero, non volevo nemmeno esser visto; e m'inoltrai nel paese a capo chino, rasentando i muri, col passo guardingo di un fuggiasco. Arrivato sulla via principale, dalla parte opposta a quella ov'era il vecchio Circolo scorsi subito un'insegna, che annunziava "Musica" senz'altro, ma in lettere festose per la vivezza della loro vernice recente. La bottega non aveva mostra e, perci, dal di fuori, nonostante quell'insegna, conservava l'aspetto d'una stanza terrena da abitazione, con finestra sulla strada. Poich l'uscio era chiuso, picchiai discretamente, due o tre volte; alla fine, non avendo sentito risposta, m'accostai alla finestra e battetti la mano sui vetri, attraverso i quali si vedeva una met della stanza con un pianoforte sul davanti e, al muro del fondo, un armadio di libreria.
Allora, da un balcone aperto ch'era in capo all'uscio e a cui alzai gli occhi con meraviglia, m'arriv la voce di zio Luca, che domandava quasi ostilmente: Chi ?
Com'io gli risposi dalla strada, egli, sempre senz'affacciarsi, mi grid di rimando: Sali, sali, e subito infilai un portoncino basso ed oscuro, a lato della bottega. Non mi venne incontro nemmeno sulla porta di casa, ch'era spalancata in cima all'unica branca di scala. Continuava a chiamarmi dalla seconda stanza, dove lo trovai con tutto il busto eretto da una poltrona, come chi stia per levarsi dignitosamente, ma con le gambe stese su due sedie che, l'una dopo l'altra, facevano ad esse da letto.
Oh, Mario! Che piacere! ma mentre stava per sorridermi storse la bocca e, gemendo, gett le spalle all'indietro, sullo schienale della poltrona. Il suo antico male, la sciatica, l'aveva attaccato a tradimento, e con pi rabbia, dopo una tregua di qualche anno.
Volevo suggerirgli d'invitar mia madre a star con lui durante la mia assenza, ma gi al primo sguardo, pur essendo di solito cos poco osservatore delle cose esterne, m'accorsi che quella casa era mal provvista e ch'ella vi si sarebbe trovata a disagio. Ci nonostante, dissi a zio Luca che ragioni di salute mi costringevano a lasciar Napoli per qualche tempo e che non potevo far venire la mamma con me, perch sarei stato ospite di un mio amico. Egli non mi fece in proposito nessuna domanda; anzi, pareva non ascoltarmi nemmeno, mentre accarezzava un gatto, orribilmente magro e spelacchiato, che si teneva in grembo e di quando in quando, mordicchiandosi le labbra, stendeva una mano dal dorso del gatto all'una o all'altra gamba che lo spasimo gli faceva contrarre.
Come vedi, disse poi, cupamente io sono un uomo inchiodato. Inoltre debbo badare al negozio.
E animandosi d'improvviso, mi domand: Come t' parso il negozio? Ti piace?
Gli risposi che attraverso la finestra non avevo potuto scorger molto.
Aspetta, ora t'accompagno io... fin gi, diavolo! posso andare.
Lo pregai di non muoversi, infastidito dal pensiero che avrei dovuto fingere attenzione per cose di cui ero del tutto incurante, specie nello stato d'animo d'allora. Egli non mi stette a sentire, e s'ostin a voler mettere i piedi a terra, con una caparbiet che non s'arrese ai primi tentativi infelici. Cos appoggiandosi alla mia spalla e serrando le labbra nello spasimo, mentre il gatto, scomodatosi a malincuore, rimaneva a sbadigliare e a sgranchirsi, si trascin gi per una scaletta di legno, che dalla casa portava internamente alla stanza terrena adibita a bottega.
L, cio in quella bassa e seminuda stanzetta ch'egli chiamava "negozio" e anche "sala di musica", con tutt'e due le mani puntate sul banco di vendita, cominci a parlarmi dei recenti disinganni, per i quali prevedeva la rovina della sua impresa. La bottega rimaneva deserta l'intero giorno, fino al punto ch'egli poteva tenerla chiusa addirittura: appena qualche ragazza veniva a spendere pochi soldi per comprare questa o quella canzonetta, e tirava anche sul prezzo, con l'insolenza dei villani che temono sempre d'esser ingannati; n si poteva sperare che col passar del tempo le cose sarebbero andate meglio, perch oramai la stagione dei villeggianti era al colmo. Che gli valeva aver fatto tante spese? Gi i creditori non gli davano tregua; e presto si sarebbero portato via tutto, e l'avrebbero messo sulla strada come un accattone. Ci avrebbe rallegrato i suoi nemici, ch'eran molti degli antichi, con altri nuovi pi accaniti e tutti con gli occhi invidiosi o malevoli fissi su quel negozio.
Forse durante la sua assenza l'avevano creduto morto, e ora volevano farlo morir davvero, di crepacuore. Il dottore Simoni, poi, aveva l'audacia di venire a schernirlo fin l dentro: entrava, e, col cappello in testa, andava difilato al pianoforte, dove si metteva a pestare e a berciare, strizzando gli occhi da dietro le lenti.
Cos zio Luca si doleva dei suoi guai attuali e, in genere, della sua sorte sempre avversa, senza pi inveire o disperarsi, ma con una voce flebile, quasi piagnucolosa, che m'infastidiva come un lamento gi molte volte ripetuto: e i gemiti o le contrazioni della faccia, con cui rivelava di tratto in tratto la sofferenza fisica, mi parevano aggiungersi alle parole per mendicare insieme piet. Da questo e anche dal vederlo qual era in quel momento, scamiciato e misero in tutta la figura, mentre dal collo chino quasi faceva penzolare il volto, e di quando in quando levava una mano dal banco di vendita per passarsene il dorso sulla fronte in sudore, mi veniva un senso d'oppressione insopportabile, come se in quella stanza affogata dalla caldura di agosto l'aria si rarefacesse sempre pi.
Avevo perso il ricordo dell'altro zio Luca, di cui un giorno, nella passeggiata in barca, l'anima m'era apparsa come una bandiera che si spiega e palpita alla brezza marina; e questo che mi stava dinanzi mi pareva il solo che avessi sempre conosciuto, dalle prime memorie ad oggi, e che sarebbe rimasto tale fino al suo ultimo respiro: una creatura pusillanime, incapace di risparmiare agli altri le sue sterili lamentazioni.
Intanto cercavo fasciarmi con quella specie di sordit volontaria ed assoluta che il pensiero o lo spirito oppone come ultimo schermo a un rumore o a una voce insistente contro cui il senso  indifeso, e con la quale talvolta ci assentiamo dal dolore degli altri per dispensarci dal dovere di compatirlo; ma non riuscendo in ci, m'irritavo contro zio Luca e per poco non l'interrompevo, gridandogli: Smetti di lamentarti! Sta' zitto, o almeno lasciami andar via!
Alla stazione del paese avevo saputo che tra due ore sarebbe passato un altro treno: bisognava che non mi sfuggisse.
Accompagnai zio Luca alle stanze superiori, e, poich egli m'invit a desinare con lui, gli dissi che non potevo per mancanza di tempo. Allora egli volle attirarmi con la vista d'una scatola di salmone, che, ripresa la positura in cui l'avevo trovato, tra la poltrona e le sedie, si sforz d'aprire con la punta d'un grosso temperino. Sebbene gli ripetessi che m'era impossibile trattenermi, insistette finch non riusc ad aprire la scatola; poi, voltando la testa verso l'uscio chiuso della cucina, chiam due volte: Luisa!
Si present una donna ancora giovane, ma sciatta e sudicia negli abiti, e coi capelli arruffati di un nero lucente di grasso.
Hai pronta una tazza di caff? Occorre molto a prepararla?
Dal modo timido con cui fece le domande, dal suo sguardo umile e, pi ancora, dalla familiarit con cui l'altra, rispondendo gli tolse di mano la scatola e il temperino, m'accorsi ch'ella aveva gi pieno dominio su zio Luca; e per questo egli mi parve anche pi miserabile.
Non volli attendere nemmeno la tazza di caff; e lo lasciai mentre palpandosi le gambe tese ricominciava a gemere. Per la strada gli parlavo nel mio pensiero: Come puoi durare in una simile vita? Come non senti vergogna della tua meschinit d'animo? Son anni ed anni che ti lagni della tua sorte avversa.
E la voce segreta che talvolta prendono i nostri pensieri ora si faceva accanitamente nemica.
Dal treno in corsa vedevo la penisola di Sorrento. Per qualche minuto ricordai il mio viaggio di nozze, ma come un fatto remoto o la memoria di un racconto; sola, pi distinta, mi torn l'immagine della piccola sposa straniera, che s'era voluta uccidere insieme con l'uomo amato. Allora, per la prima volta, ebbi coscienza che anch'io portavo in me un proposito di suicidio e che da ci veniva il mio disprezzo per la pusillanimit di zio Luca. Cercai di richiamar meglio alla memoria la visione della giovane sposa; ma non riuscii a rivederla nel pensiero con la piccola fronte tesa al cielo e lietamente risoluta nell'andare incontro alla morte. Come se la figura di lei mi fosse apparsa e sparita voltandomi le spalle, smarrii il ricordo del suo volto e rimasi turbato da una strana incertezza.
...
Scelsi per dimora un luogo solitario nei pressi di Salerno, distante un'ora di carrozza dal paese pi vicino e alle soglie di folti castagneti. Presi in fitto due stanze in una casa rustica, dove abitava la famiglia di un agrimensore, la quale acconsent anche a farmi da mangiare. Ma gi la prima notte cominciai a perdere ogni speranza di star meglio: dalla finestra, che per il caldo avevo lasciata aperta, entrava un orribile fetore di concime, la terra respirava con un fiato guasto e ammorbante, che, empiendo lo spazio, mi pareva dovesse salire fino alle stelle.
Levatomi di buon'ora, uscii subito, per andar nel folto dei boschi e riconfortarmi alla brezza della mattina. Forse a causa della cattiva nottata, gi avevo malanimo per quei luoghi; e come s'alz il sole e l'aria si fece pi calda, dopo essermi trascinato qua e l, tornai subito in camera. Rimasi un momento a guardare la piccola valigia, a pie' del letto, dubbioso se dovessi riporci dentro la mia roba e riprendere il viaggio. Ma dove sarei andato? Credevo davvero che altrove, al di l di quei boschi e di quei monti, che, se m'affacciavo o passeggiavo, mi chiudevano da tutte le parti la vista, avrei potuto alleggerire l'oppressione del mio spirito?
Nel farmi questa domanda, mi sorpresi in un atteggiamento cos rilassato ch'io stesso n'ebbi pena: ero rimasto a guardar la valigia piegando la testa fino a sentirmene il collo indolenzito. Gi la prima sera, appena dopo l'arrivo, avevo mangiato solo nella stanza attigua alla mia camera da letto, alla rozza tavola ch'era l'unica della casa; chiamato a desinare, tornai l e presi posto di fronte al balcone, di cui i vetri erano aperti, ma le persiane accostate per parare il riverbero della campagna accesa dal mezzogiorno. Mi serviva una ragazzetta sui quattordici anni, aiutata da una sorella molto pi piccola. La prima volta quasi non avevo badato a loro, che forse perci ora ricominciavano il servizio assai timidamente. La maggiore aveva i capelli cortissimi, che per il taglio eguale mostravano d'esser passati da poco sotto il filo del rasoio; certo, glieli avevan dovuti tagliare a quel modo dopo una recente malattia, forse il tifo, e ora essi, appena appena ricresciuti, insieme con la sgraziatezza del corpo, propria della prima adolescenza, le davano un aspetto sgradevole. L'altra, una bambina, bench la tinta bruna della sua carnagione apparisse un po' equivoca, non mi spiaceva in virt della luce che l'infanzia mette anche negli occhi meno belli. Ma neppure con lei riuscii ad essere amabile, nonostante me lo fossi proposto per mio bene, per provare, cio, a me stesso di poter ancora sorridere a un volto infantile. Io mangiucchiavo svogliatamente, in silenzio e con tanta lentezza ch'esse ne rimanevano impacciate nel servizio, e andando attorno senza parlare, ma con un fastidioso sbattere di zoccoletti, non sapevano se volessi ancora del cibo che mi restava innanzi e lo ritiravano solo dopo lunga attesa. Il ricordo di quel desinare m' rimasto specialmente per una strana impressione di ribrezzo che mi scosse dal torpore. Mentre, chiss da quando, stavo a fissare le mie mani, che posavano inerti sulla tovaglia di tela grezza, ognuna a un lato del piatto, d'improvviso, quasi lo sguardo si fosse svegliato da un lungo oblio, le vidi nella loro materialit carnale come staccate ed estranee a me, e cos floscie e venose da risaltar sulla tavola con una repugnante apparenza di morte.
...
Tornato in camera, mi domandai che cosa avrei fatto in attesa della sera.
Signore Iddio, dissi tra me movendo perfino le labbra liberatemi da questa terribile stanchezza!
Subito me ne meravigliai e ne sorrisi dolorosamente. Per poco non avevo giunto le mani, col gesto solito a nonna Dorotea, tutte le volte ch'ella implorava: O Signore! O Signore!
Avessi avuto anch'io fede! Ma, da mia parte, quelle parole di supplica non avevano senso: m'erano sfuggite come a zio Luca i suoi gemiti.
Allora ebbi paura di dovermi riconoscere ridotto alla stessa vilt di lui, e volli richiamare l'idea del suicidio che gi m'era venuta durante il viaggio, ma sulla quale non m'ero fermato a lungo. Guardando di nuovo la valigia, a pie' del letto, pensai che non sarei stato io a riportarla a casa, che ormai non avrei dovuto chiuderla pi; e mi ripetetti questo pensiero come per ribadire una risoluzione.
Me ne vado per sempre. Mi libero d'una vita che pur cos vana mi pesa tanto! Cos vana e cos inconcludente! Come mai pu essermi insopportabile? Di che cosa  stata fatta?
E queste domande mi parvero d'un altro, cui dovessi rispondere: Ma appunto per ci... perch non  fatta di nulla. Un solo rigo d'insignificante realt, chiosato dalla mia mente stolta con un lungo e tormentoso lavoro d'immagini. Ora la mente  stanca, le immagini si sono scolorite; e solo risalta nuda la povert dello scritto. Potessi aggiungervi come conclusione le parole estreme dei due giovani sposi tedeschi: Muori e diventa! Ma chi pu darmi la loro fede? Se pur essi avevano davvero quella fede e non, piuttosto, se n'eran voluti abbellire come d'un abito preso in prestito!
E quasi mi rammaricavo di non potermi illudere anch'io, di non poter credere in un rimpianto o in un desiderio d'amore, che mi spingesse incontro alla morte.
Forse per morire non avrei dovuto nemmeno compiere un atto di volont. Bastava che lasciassi avanzare il disfacimento gi cominciato.
A poco a poco persi ogni idea, anche quella del mio suicidio. La mente mi pareva invasa da un lagno senza voce e senza suono che rifluisse dal cuore come il sentimento d'un antico lutto, non accompagnato dal ricordo. Mi buttai sul letto, e socchiusi gli occhi. Gli schermi della finestra tenevano la camera in ombra, ma l'aria del meriggio continuava a gravarmi sulle palpebre. Cos immobile avrei lasciato passare il tempo. Quel giorno e poi l'altro e poi l'altro ancora. Fin a quando? Potevo sperare che infine sarei riuscito a levarmi e a riprendere un'attivit qualsiasi? Ero su quel letto, come il soldato, fuori delle fila, caduto e rimasto supino per la spossatezza sul margine della via. Egli guarda in alto e segue cos il lento moto delle nuvole, col senso che ormai sia escluso per sempre dal continuo corso del tempo, da cui vede mosso anche il cielo quale un largo fiume al di sopra della sua fronte inerte.
Ad un tratto, nel silenzio che incombendo sulla campagna soffocava anche la mia camera, udii un lontano e monotono insistere d'un suono dalla vibrazione metallica, quasi ronzante, che io sentivo solo allora non perch in quel momento fosse cominciato, ma perch non prima la mia attenzione s'era volta ad esso. Stetti in ascolto; e come se col riconoscerlo l'avessi fatto entrare nella stanza, compresi che ora, anche volendo, non avrei potuto non avvertirlo pi. Lo scacciapensieri! L'apatico suono che nei pomeriggi della mia adolescenza si levava dall'orto dietro casa e pareva significarmi, col tedioso ripetere d'una breve ed unica nota, il vano succedersi all'infinito di minuti sempre eguali.
Veramente a chi l'ode i pensieri e i ricordi fuggono via confusi e scacciati, mentre nel vuoto della testa percossa un'eco sbalordita fa risuonare continuamente la parola: Sempre!
Ascoltandolo, mi pareva d'essere su quel letto, nella stessa posa, da quand'ero ragazzo, e l'incerto senso che mi rimaneva, non come memoria, ma come traccia di ricordo, del tempo durato dall'adolescenza a quel giorno, somigliava a quello, quasi inesplicabile, che ci lasciano le immagini di un sogno svanito col sonno. Tuttavia ora mi sentivo addosso la stanchezza della vecchiaia; e il suono dello scacciapensieri m'era pi grave di tedio, non perch col tempo si fosse fatto diverso, ma, al contrario, appunto perch nella sua continuazione esso solo era veramente immutato. Quale uomo poteva mandarlo, quel suono cos invariabilmente apatico? Io me l'immaginavo all'ombra di un albero dalle foglie immobili, mentre, seduto sulle gambe in croce e dondolando appena appena la grossa e difforme testa dalla fronte breve e dagli occhi senza sguardo, accostava ai denti, tra le labbra semiaperte, di cui l'inferiore pendeva floscio, il piccolo e rozzo strumento di ferro, donde le note partivano ronzando, l'una dopo l'altra, e tutte d'un solo tono rauco.
Egli era simile ad una figura d'incubo, nel suo aspetto da ebete fissato per l'eternit come il simbolo della vita che si perpetua senza scopo. E in ascolto di quel suono che si ripeteva indifferente, l'albero al di sopra di lui cominciava ad incurvarsi, oppresso da una stanchezza insopportabile, tremulo nel tronco e nella cima abbassata, come il vecchio che vacilla e si piega in avanti per il peso sempre pi greve della fronte gi attratta dalla terra.
...
La mattina dopo, volli di nuovo uscire all'aperto, e andare pei boschi, prima dell'ora calda. Le poche stanze della casa erano silenziose, i miei ospiti gi tutti fuori per le loro faccende. Solo, in fondo alla stretta scala della porta, che metteva sulla campagna, trovai la pi piccola delle ragazze, seduta sull'ultimo scalino, in modo da ingombrare il passaggio e occupata a schiacciar nocciuole secche con uno dei suoi zoccoletti. Accortasi di me, fermo alle sue spalle, sollecita e vergognosa si fece da parte, ed io, nel passarle accanto, stesi quasi involontariamente la mano, per accarezzarle la testa curva; ma non compii il gesto, che forse ella gi s'aspettava, come se fossi stato colto in anticipo da un brivido di ribrezzo pel contatto di quei capelli selvaggiamente arruffati. Tuttavia, rimasi triste dell'improvvisa paralisi che aveva arrestato quel mio atto spontaneo di simpatia.
Il silenzio della campagna mi rammentava il suono dello scacciapensieri, udito il giorno prima. Avrei voluto scoprire il rustico suonatore e vedere se rassomigliasse all'immagine che me n'ero fatta. Ma nella solitudine non scorgevo nessuno; n, all'intorno, cascinali o capanne da cui potesse sbucare un uomo.
Ci nonostante, ero in attesa di quel suono e non mi sarei stupito di sentirlo levarsi dalla terra. Dovunque l'aria era immobile e l'erba arsiccia. Il sole, alzatosi da poco, gi disseccava le piante, metteva a nudo le aride radici, ischeletriva gli alberi, aiutava ogni vita a disfarsi. Sedetti su d'un tronco abbattuto e rimasi a lungo in un desolato accasciamento. Dai boschi ai monti, tutta la terra stava prona sotto il peso dei millenni, e la sua stanchezza era gi morte e dissolvimento. Esisteva una creatura veramente giovane? Anche lo sguardo della bambina che avevo vista poco fa, seduta in fondo alla scala, era offuscato dalla vecchiaia esausta della specie.
Uno sciame di moscerini mi ronz attorno e mi fece balzare in piedi. Che mai speravo? Avrei dovuto anch'io lasciarmi cadere e abbandonarmi alla sorte comune. Ma vedendomi morto e steso al sole, su quella polvere, avevo orrore del mio corpo che s'imputridiva sotto un velo di moscerini. Nemmeno in guerra avevo avuto tanto ribrezzo, quando il vento ci portava nella trincea il tanfo dei cadaveri insepolti sul terreno battuto dal fuoco.
Allora mi parve che perfino la morte mi scacciasse con quell'orrore e che, senza scampo, sarei dovuto impazzire.
...
Sull'imbrunire di quel giorno, il cielo cominci a velarsi di fumo dalla parte di levante. Il sole aveva dato fuoco all'erba secca, ed ora gli alberi ardevano.
Alla prima notizia dell'incendio lontano, che venne a darmi in camera la moglie dell'agrimensore, non mi mossi nemmeno, come per dimostrare a me stesso che lo spettacolo non mi poteva interessare. Avevo visto ben altre fiamme, in guerra! Ma poi, quando la donna fu uscita, mi accostai quasi macchinalmente alla finestra. Si scorgeva assai poco, appena una sottile striscia di velo lungo le falde dei monti, che si distingueva a stento, immobile qual era, in quella parte del cielo gi bruna di contro all'altra ancora imporporata. Era come in lontananza la riga di fumo lasciata nell'aria senza vento dal passaggio di un treno. Pure, non mi staccai subito dalla finestra. Continuavo a guardare verso quel lato dell'orizzonte, dove l'incerta striscia ora mi pareva ondeggiare ed estendersi come animata da un piccolo, ma continuo soffio. Certo, laggi doveva ardere una lunga fila di castagni; tuttavia, io non pensavo all'incendio, ero attirato dalla vista del cielo, al di sopra della tremolante riga di fumo.
Anche il cielo fin ad allora m'era parso inerte e pesantemente oppressivo: ecco che nel suo azzurro cupo diventava profondissimo, immenso, e, per dir cos, inspirato in tutta la sua estensione da una vasta e misteriosa vita, trasformatosi come un volto stanco che s'animi ad un tratto per il guizzo d'un pensiero nuovo. Forse perch appunto, laggi, era cominciato a mostrarsi quel fumo grigiastro? Ma ora, a poco a poco, quel fumo stava perdendo la sua forma di striscia sottile ed immobile: s'addensava e tendeva a salire, alzandosi qua e l in nuvoli che s'allungavano come creste. E, dietro, le falde dei monti erano gi nascoste. Cos dalla parte bassa dell'orizzonte i miei sguardi andavano al sommo del cielo e si sperdevano nel turchino, per ritornar poi verso terra e salire di nuovo, sorpassando la lenta ascesa del fumo. Bench il tramonto si fosse gi compiuto, non erano spuntate ancora le stelle, e, come avviene nelle sere estive, l'ultima luce del giorno si protraeva, quasi dimenticando di dover seguire il sole. Dal calpestio sul soffitto della camera m'accorsi che i miei ospiti eran saliti sul terrazzo del tetto, e subito andai a raggiungerli. Da lass si scopriva la striscia dei boschi per dove avanzava l'incendio. Non si vedevano le fiamme, ma s'indovinavano sotto la parte pi bassa del fumo che era rossastra pel riverbero. Il fuoco era nato sul margine tra le montagne e il piano; a causa del velo grigio che l'avvolgeva, non si poteva scorgere bene che direzione stesse prendendo: forse s'era diviso in due rami, dei quali l'uno tentava di assaltare il dorso dei monti, l'altro divergeva verso di noi. Comunque, era assai distante.
L'agrimensore puntava l'indice, forse appunto per mostrare il possibile cammino dell'incendio alla moglie e alle ragazze, e parlava ad alta voce, per farsi sentire anche da me; ma poich nominava i luoghi e quei nomi m'erano sconosciuti, io non capivo molto delle sue spiegazioni. Del resto, non m'importava sapere quali castagneti ardessero gi e quali altri fossero in pericolo. Me ne stavo in disparte, e rimanevo attento a guardare. Se per un poco cercavo di penetrar con la vista oltre quelle nuvole grige e cogliere il guizzo delle fiamme, subito dopo alzavo gli occhi al cielo e lo percorrevo con lo sguardo fin all'estremo opposto dell'orizzonte. Per una parte cos vasta esso era sgombro delle piccole nuvolette che cercavano di gonfiarsi e salire. Cos immenso, cos profondo! Gi lasciava trasparire le prime stelle, fisse ed irraggiungibili. Eppure non potevo dimenticare che, da laggi, quel fuoco continuava a levarsi ostinatamente. S'alzava dalla terra immobile, dalla esausta terra, che, ancora la mattina, m'era parsa morta e imputridita.
Ora, guardandolo, provavo una strana sensazione, quasi di sollievo, o, meglio, di moto: come se una parte di me si liberasse dall'insopportabile stanchezza che fin ad allora m'aveva prostrato. Avevo pensieri strambi, puerili. Mi pareva d'incoraggiare col mio desiderio le spire di fumo che tendevano all'alto. E mi ripetevo mentalmente: "le stelle irraggiungibili".
Era avvenuto qualche cosa che aveva rotto l'inerzia dell'universo, in cui gravava anche la mia particolare. Un piccolo soffio animava quel fumo, un soffio di spirito, di vita... Tuttavia, veniva da un incendio, cio dalla distruzione, dalla morte. Ma non era la morte supina e putrida che poco prima m'aveva fatto ribrezzo.
L'agrimensore mi credette preoccupato e, avvicinatosi, volle rassicurarmi. Non c'era pericolo per il luogo dove eravamo, a meno che durante la notte non si fosse levato il vento di sud est. Solo in questo caso il fuoco sarebbe potuto avanzare alla nostra volta.
Non risposi nemmeno. In cuor mio invocavo gi il vento, perch desse ali all'incendio e pi potente anima all'ascesa di quelle spire di fumo che il riverbero delle fiamme arrossava.
...
Gli altri andarono via dal terrazzo: prima la donna con le due ragazzette, poi anche l'agrimensore, che forse s'era trattenuto apposta per non lasciarmi solo e, alla fine, s'era spazientito d'aspettarmi.
Quando ridiscesi in camera, era gi notte alta. Mi spogliai adagio, arrestandomi di tratto in tratto in lunghe pause d'immobilit, come se fatto perplesso da un vago desiderio che mi chiedesse tempo per potersi precisare. La mia mano, posata sulla rimboccatura del lenzuolo che mi faceva da coperta, indugiava a sollevarlo. M'ero appena coricato, e mi pareva di scivolar lentamente, col mio letto, lungo un blando ma continuo pendio, come una nave che sullo scalo del varo scende con la forza irrefrenabile del suo peso. Dove sarei andato? Nel nulla del sonno? Ma qualche cosa in me, senso o pensiero, non voleva essere trascinata, ed aveva quasi terrore di non poter fermar da sola il progresso di quel precipizio.
Con uno sforzo, mi sollevai a sedere in mezzo al letto. Ero sveglio e potevo tendere l'orecchio per ascoltare se al di fuori tutto fosse in silenzio. Cos, dal mio posto, indovinavo la veduta dell'esterno, al di l della finestra. Il cielo, le stelle, gli alberi diritti e immobili: dovunque la fissit della natura nella notte profonda, tranne da quella parte dell'orizzonte, donde doveva certo continuare a levarsi quel fumo ostinato. Ma come debole e misero in confronto dell'universo indifferente!
Stando in ascolto, sentivo solo il pulsare del mio sangue nel cuore e nelle tempie, e stupivo che fosse cos forte.
Perch questa mia vana agitazione? Che m'impedisce di buttar gi il capo e dormire? Tutt'all'intorno  silenzio. Ma mentre pensavo: "silenzio, silenzio" quasi per tranquillarmi, mi arrivarono voci incerte, che, continuando, si distinsero meglio, s'accrebbero, si estesero: abbaiare di cani, in lontananza, cui rispondevano altri, da altre parti, come per una comune chiamata, e grida d'uccelli notturni, muggiti d'armenti e forse anche vagiti di bimbi. Non era pi un insieme di voci disparate ed interrotte, ma una sola onda che si propagava per la campagna, allargandosi e crescendo, quale un allarme che destasse la terra. Ad un tratto i telai della finestra batterono contro il muro, facendo tremare i vetri, e il lenzuolo sollevandosi mi scoperse. Il vento! Balzai in piedi e corsi alla finestra.
Tutta quella parte del cielo era arrossata dall'incendio e uno spirito gigantesco alitava nelle fiamme, che dalle falde dei monti venivano innanzi verso il piano. Certo sarebbero arrivate fin qui. Potevo trarre questa certezza, oltre che dai guizzi del fuoco, dallo stormire degli alberi, sotto la mia finestra, che parevano disperarsi gi dal terrore; e salutavo il vento come il compiersi di un voto, per il quale contro la sfiducia una mia vaga speranza era rimasta fin ad allora in attesa.
Passai cos gran parte della notte. Poi, persuasomi che nonostante la lena del vento, sarebbe occorso ancora molto tempo perch l'incendio arrivasse nelle vicinanze, tornai a letto e riuscii a prender sonno.
...
La mattina, grosse nuvole di fumo si spandevano pigramente pel cielo afoso; nel chiaror del giorno le fiamme non apparivano. L'aria s'era fatta di nuovo pesante e la campagna, nei dintorni, immobile. Dove s'era perso quell'improvviso impeto di vento, che m'aveva aperto il cuore a un pi vasto palpito? Era caduto esausto come il disperato tentativo di un uomo solo contro l'universale indifferenza. Dalla mia camera vidi passare due o tre gruppi di contadini che s'avviavano laggi. Non occorreva che s'affrettassero per seppellire il fuoco, gi stanco, sotto le loro palate di terra! Esso s'ammansiva da s; si arrendeva alla legge comune piegando il capo come un ribelle scoraggiato.
Ancora un torpido giorno dopo la mia esaltazione della notte! Bisognava trascorrerlo come gli altri, ripetere i soliti gesti o atti, ai quali non faceva da leva la volont, ma solo un'atavica abitudine, e non attendere pi una fine. Nulla era stato interrotto e modificato dal fatto insignificante che qualche ramo asciutto e qualche mucchio d'erba secca avevan preso fuoco. Cos, quando una delle ragazze venne a dirmi che l'incendio continuava ad avvicinarsi e che i pochi accorsi a prestar la loro opera ora tornavano senza pi fiducia di poterlo fermare, credetti che le avessero raccontata una frottola, per farle paura.
Ma al cader del sole scorsi di nuovo e pi da presso il bagliore del fuoco, e sentii ventarmi in faccia l'aria calda del riverbero.
Allora, come se avessi ricevuto un comando misterioso, uscii risolutamente di casa e m'avviai verso quella parte. Non andavo a vedere da vicino lo spettacolo dei castagni che s'accendevano, ma a gettarmi nel mezzo delle fiamme per trovare una morte che non fosse una putrefazione.
Forse non seguivo nemmeno un sicuro proposito, forse volevo soltanto andare sempre pi innanzi, sempre pi lontano, sotto le nuvole di fumo che spandendosi e addensandosi non ristavano mai dal mutar forma. Al di sopra del mio capo, le cime degli alberi s'inchinavano con un continuo strepito, e, pi in alto, stormi d'uccelli fuggivano garrendo.
Quella stessa ansia che eccitava gli uccelli a fuggire sospingeva me in senso opposto, come se il loro istinto di conservazione e il mio cieco impulso di morte fossero egualmente sprigionati e tesi per non lasciarsi sopraffar dal tempo; ma per quanto m'affrettassi, mi rammaricavo di camminare pesantemente, rallentato o trattenuto dai tronchi d'alberi, dai ciuffi d'erba, da tutte le asperit del suolo su cui ero costretto a poggiare, mentre da laggi quelle fiamme mi chiamavano con cenni incessanti. O non piuttosto il richiamo mi veniva dal cielo? Questo era quasi tutto coperto dalle grosse nuvole, nelle quali il fumo che sopraggiungeva dalla terra s'infondeva circolando e spargendosi come una larga vena, che desse continuo alimento e mobilit all'intera massa spaziosa: solo qua e l, nel non interrotto ondeggiare dell'insieme, dove le nubi, diradandosi, ragnavano, tra le loro forme sempre cangianti appariva fugacemente il turchino. Ma oltre, al di sopra del fumo, si stendeva, bench nascosto, tuttavia libero e profondo, quel cielo immenso, quel cielo intangibile, che la sera prima avevo contemplato dal terrazzo. Esso, cos, m'era chiuso e insieme s'apriva all'anima come un cielo ideale. Tendere ad esso! Salire e farsi lieve fino a dissolversi per l'aspirazione di raggiungerlo! Gi, forse, cominciava nella mia mente una febbre, che era il principio dell'ardore per cui di me sarebbe rimasta sola e libera l'ansia di disperdermi nell'infinito. Nata dalla mia stanchezza, sarebbe sfuggita all'inerzia della terra. Come quel fumo, da quelle fiamme. E proprio come tenue lievissimo fumo ora nella mia mente si levavano pensieri che, vagolando, avvolgevano in sottile nebbia la ragione. Forse, cos informi e confusi, non erano pensieri, ma, certo, essenze della mia anima, pallidi spiriti di ricordi, ultimi fiati di vita trascorsa: infanzia, adolescenza, prima giovinezza. Non ancora liberi, ma gi sciolti, non dipendevano pi dalla coscienza, non potevano pi esser distinti col senso del tempo, sebbene si fossero alzati da gradi diversi della memoria.
Ricordo bene il cammino che seguii fino alle soglie del primo bosco e anche l'incontro che feci sul sentiero, presso quel limite: un uomo a cavallo, scalzo e con la testa scoperta, ed a fianco un secondo cavallo, che andava di sghembo, un po' riottoso, ed era tenuto dall'uomo per una corta fune attaccata alla cavezza. Tirandomi da parte, mentre, sotto il calpestio vivace del cavallo non montato, il terreno arido s'alzava in polvere, li vidi passare con un senso di meraviglia oppressiva, quasi che la realt di quel gruppo m'apparisse pesante e, insieme, assurda come un incubo. Finch sentii il tonfo degli zoccoli, mi parve che un tale senso si fosse sparso anche fuori di me, tutto all'intorno; ma poi col silenzio si ristabil lo stato di prima, come, dopo qualche ondeggiamento, si ferma un velario sollevatosi per un breve passaggio. Cos quell'apparizione si perse nel mondo reale che mi lasciavo alle spalle.
Da quel punto andai innanzi in un'esaltazione febbrile, sempre crescente. Sebbene nel cielo fosse il riverbero dell'incendio, gi nella terra le ombre della sera confondevano le cose.
Ma non perci ero rallentato nel mio cammino, n scrutavo tra le ombre per distinguere le forme ed i luoghi: avevo un'altra vista pi facile, e, direi, pi spontanea, che mi s'offriva da s come un'ispirazione e si rinfrangeva sulle ombre dell'esterno come un raggio sulla nebbia. Forse i miei pensieri stessi o i miei ricordi diventavano luminosi; forse quella vista era l'ardore del mio delirio.
Innanzi a me camminava la giovane sposa tedesca, quasi sorvolando la terra. O non era lei, ma Elodia bambina, nella sua veste dal color rosa dell'oleandro. E queste figure non mi apparivano come per un'allucinazione: si mostravano naturalmente, come se fossero proprie dell'ora e del luogo e sorte in rispondenza ad un richiamo. Sarebbero apparse altre ancora, e gi m'erano prossime in un presentimento che non si domandava da che avesse origine.
Andare oltre, sempre pi affrettandomi, sempre pi ansioso! Dopo un bosco, un altro e poi un altro... Questo, quello, un terzo non sono pi tratti della distanza, ma il prolungarsi d'uno stesso attimo, per accrescere il mio anelito fin ad esasperarlo... Tra me e le fiamme  la mia intera vita, distesa come materia, fatta aria e terra da superare. E tuttavia quelle fiamme ora son cos vicine! E m'incitano guizzando, facendo segni, strepitando con una continua voce selvaggia. I rami si schiantano, cadono, il fuoco par gridarmi: anche tu! Gi la mia fantasia si accende, si sconvolge, fiammeggia in rapidi guizzi; lo strepito, non vien dall'incendio, ma da tutte le mie immagini che turbinano dentro la mia testa, dietro la fronte che arde, e ognuna raccoglie in s, per meglio divampare e bruciarmi, tutto lo spirito febbrile che ha sparsamente versato nella mia esistenza.
(Ma tra esse il volto di mia madre non m'era mai presente).
Qualche passo ancora, un ultimo slancio; e poi di tutto quel tormentoso turbine d'immagini mi sarei liberato per sempre, in mezzo alle alte fiamme della selva, consumandomi in una sola breve vampata.
Forse ero gi nel vivo del fuoco, gi al principio dell'attimo estremo che si protraeva come se sfuggito al governo del tempo; e i miei fantasmi mandavano il loro massimo bagliore, oltre il quale non sarebbe stato pi nulla. O gi, tutto questo, ci che rimaneva dei miei sensi, era un ultimo ricordo in una particella di me non ancora distrutta.
In fine anche su d'essa si stendeva il nero, avanzava lenta ma continua l'oscurit della morte.
Ero andato cos delirando e forse raggirandomi tra gli alberi ancora immuni e lontani dal fuoco; poi sotto la stanchezza del mio stesso delirio ero caduto alle soglie del bosco in fiamme, come sul limite del mio ardore. Rimanevo immobile e supino sull'erba, e mi pareva d'essere gi cenere, tenue ed imponderabile, sull'alito del vento notturno.
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Capitolo 17.
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Il nuovo giorno.
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Albeggiava, ed io rimanevo ancora supino, ma avevo aperto gli occhi e guardavo in alto. Il chiarore traspariva sempre pi e dalla parte dov'era gi emerso si chiamava lietamente all'altra opposta, rispondendosi con palpiti sempre meno timidi. Gli alberi uscivano dall'ombra, si scoprivano a mano a mano dalla cima al basso e ondeggiavano appena nell'aria molle, quasi tangibile come un velo: ciascuno con la propria figura e, tuttavia, unito agli altri da quell'aria che pareva emanar dal respiro delle foglie e dei tronchi e correr tra tutti come un comune consenso alla letizia del cielo.
Avevo qualche brivido, di tratto in tratto; non pel fresco dell'ora, ma forse, chiss? per qualche cosa che fremesse dentro di me, non pi torpida e ancora non sveglia. Come avrei passato il giorno che stava per nascere? Non sapevo, ma sentivo che l'altro s'era distaccato dalla mia vita, cadendo nella notte come un frutto marcio da un ramo, e che il nuovo, certamente, sarebbe stato diverso. Questi pensieri, pei quali a poco a poco m'accorgevo di vivere e di essere "io", non m'inquietavano, non mi facevano ansioso, pur prendendo una forma interrogativa; ma pareva chiamassero benignamente il cuore a rispondere con piccoli e frequenti palpiti, come la luce chiamava la luce da un estremo all'altro del cielo.
Ad un tratto mi venne in mente che non mi sarei dovuto alzar pi da quel posto, quasi che avessi messo radici nella terra e muovendomi avrei spezzato le mie vene sotterranee. Ma poi sorrisi a quest'idea e feci l'atto di levarmi a sedere. La schiena mi doleva; chiss da quante ore non avevo mutato posizione!
Mi guardai intorno, e mi parve che tutte le cose facessero lo stesso sforzo per sollevarsi, raddrizzarsi, tendersi verso il cielo: i fili d'erba, i fiori, le cime degli alberi, e forse anche i monti, laggi, e le colline dall'altra parte. Mi sentii aiutato, e da supino mi misi a sedere, facilmente.
Era un'alba serena, ancora silenziosa; nell'aria non c'era traccia di fumo che potesse ricordar l'incendio. Riconoscevo bene i luoghi, e tuttavia volevo quasi illudermi d'essere in luoghi nuovi, che l'alba mi svelasse per la prima volta. Questa terra era giovane: l'altra, sulla quale avevo cercato la morte, imputridiva in una vecchiaia di millenni. L'avrei, forse, ritrovata tra poche ore, con la sua polvere, il suo concime, i suoi vermi, inerte come chi giaccia prono sul proprio cuore stanco. Passato il fugace incanto dell'alba, al cadere delle prime ombre, tutto mi sarebbe riapparso vecchio e disfatto. Ma una parte di me si negava a questa sfiducia. Forse le cose all'intorno si rinnovavano veramente. Allora mi domandai se non avessi avuta la stessa illusione le altre volte che avevo visto albeggiare. A quante albe avevo assistito sui campi di guerra, in trincea? A tante, che mi riusciva difficile ricordarle ad una ad una; ma potevo dire, in verit, di averle guardate con occhi attenti? Bambino, avevo voluto vegliare apposta, l'ultima notte di un anno, per cogliere i primi bagliori dell'anno nuovo; poi ero rimasto disilluso, non vedendo nessuna delle meraviglie che l'immaginazione m'aveva promesse. Da allora, avevo sempre guardato dentro di me; e l'albe, i tramonti e le stelle erano state invano al di sopra del mio capo. Mi era occorso andare fin sul limite della vita, per tentar di varcarlo e, ributtato indietro, cadere stanco su quello, perch potessi poi levar gli occhi la prima volta, col sorgere di un altro giorno.
Intanto il chiarore si spandeva sempre pi nel cielo e la luna veniva meno con dolce consenso, pian piano sommergendosi.
Io mi sentivo, con gli alberi e tutto il resto all'intorno, nello stesso velo d'aria molle, appena appena nebbiosa, che come inumidiva il verde delle foglie, facendole pi grate alla vista, cos, forse, spegneva l'ardore dei pensieri che nascevano e si staccavano da me, l'uno dopo l'altro, in un facile respiro della mente. Potevo alzarmi e camminare, senza trascinarmi dietro la mia ombra, che fin ad allora, richiamandomi, mi aveva sempre turbato nel cammino. Ma che via avrei presa? Verso chi mi sarei rivolto? Forse, avrei potuto ricercare Elodia. Provai a raffigurarmela in quel luogo, per darmi una compagna nel pensiero. Ella non mi apparve; n lei n altre immagini m'erano accanto in quella solitudine.
Una volta, mentre passeggiavo in un giardino di gigli e di rose, mi era avvenuto di pensare che in quei viali nessuno uomo avrebbe mai osato di uccidere. Cos ora comprendevo che nessuno dei molesti fantasmi si sarebbe potuto mostrare sotto la grazia di quel cielo. Stavo veramente solo; e, vedevo, in fine, sorgere un'alba senza che l'ombre della mia vita mi turbassero gli occhi. Ma non avevo ancora piena coscienza che il miracolo si fosse compiuto dentro di me e che la mia fantasia, stanca del suo giro vorticoso, avesse ceduto per sempre il suo potere. Il lieto consenso che davo al sorger del nuovo giorno, accettando la vita la mattina dopo che avevo cercato la morte, era il primo palpito del cuore che in fine si sentiva libero.
Forse per ci, soltanto l'immagine di mia madre mi venne da presso in quella solitudine.
...
Quando m'alzai, i miei primi passi furono deboli e incerti. Avevo la fiacchezza del convalescente e poggiavo la mano sui tronchi degli alberi. Il vapore molle dell'alba era caduto, ma aveva lasciato una traccia rugiadosa su tutto; la quale tremolava sulle foglie e gocciolava sulla mia mano protesa, in continue stille che, toccandomi, m'addolcivano come care lacrime. Cos andavo commosso e stupivo di voler bene agli alberi e alle altre piante. Nella mia infanzia m'avevano attratti per la loro forma o per la loro bellezza, per la diversit dei rami, delle foglie o dei fiori, per l'aspetto fantastico che prendevano a volte; ora sentivo per essi un tenero amore di creatura a creatura. Godevo del mio animo che mi faceva baciar con gli occhi tutte le cose. Nemmeno fanciullo avevo avuto una vista cos felice. Forse perch puri veramente non sono gli occhi nuovi, ma quelli che, tergendosi, si rinnovano.
A mano a mano che proseguivo, diventavo sempre pi sicuro e pi svelto nel mio cammino. Io che non avevo mai mormorato un motivo di canto, nemmeno a fior di labbra, ora mi sentivo dentro uno strano fervore di canzone, come se qualche cosa in me si trasformasse in istrofa musicale, senza, tuttavia, suggerirmi le parole e le note. Forse desideravo di udire la mia voce o, anche, di rispondere agli uccelli. Mi pareva cos di andar componendo col cuore un canto di saluto al nuovo giorno.
Ad un tratto mi fermai. Stavo per uscir dal folto dei luoghi silvestri; ma se avevo fatto pace con le rose, agli uomini finora non avevo pensato nemmeno. Mi pareva che il luogo dove mi trovavo fosse la cima di un monte e gli uomini stessero gi, nella valle. Dovevo pur discendere verso di loro. Ma con quale animo? La valle era sommersa nella nebbia, e guardando laggi non scorgevo persone n sentivo voci. Cos la vita degli altri mi restava nascosta.
M'incamminai di nuovo, non per tornare, ma per andare la prima volta in mezzo al mio prossimo. Se fino ad allora avevo visto gli uomini soltanto come fantasmi, ora dovevo mischiarmi a loro e vederli quali veramente erano.
Continuando o, meglio, scendendo, come mi pareva, verso la valle, pensai che al mio desiderio gi premuroso d'andar laggi tra gli uomini, forse avrebbe risposto, da parte loro, quello di venirmi incontro, e che a mezza via, sulla pendice, avrei forse trovato qualcuno. Chi mai? Una donna? Un vecchio? O un bambino? Temevo che incontrando un volto duro avrei fallito la prova e sarei ritornato indietro. Infatti, la mia trasformazione non era ancora compiuta; e il mio cuore stava aperto come un solco nel quale la prima parola o il primo sguardo altrui sarebbe caduto come un buono o un cattivo seme.
Allora tentai d'immaginarmi l'ignoto messaggiero dell'Umanit; e volli raffigurarmi quella faccia, secondo il mio facile desiderio, dolce, con occhi limpidi di giovinetta o di fanciullo, rivolti a me in un amorevole sorriso.
...
Arrivai ad un punto dove, in mezzo alla campagna, si vedevano le prime pietre, ancora nude, d'una piccola fabbrica. Un muricciuolo, alto un gomito da terra, faceva gi capire che sarebbe dovuto diventar parete d'una misera casa di contadini. Alla fabbrica lavorava un uomo solo. S'era tolta la giacchetta, che aveva posata sull'erba; e un po' curvo sulle pietre, vi passava sopra la mestola. Non diede segno d'essersi accorto di me, che stavo fermo per vederlo meglio, appena due passi lontano. Da quanto mi appariva, il suo volto duro e accigliato mostrava pi che noia rancore e, pur non guardandomi, lasciava intender che quel suo rancore era contro tutte le cose e anche contro la mia persona.
Lavorava con svogliatezza, e, insieme, con dispetto, come un uomo che tra s e s rimastichi un odio segreto. All'improvviso, s'alz e gett via la mestola, che cadde a pie' d'un albero. M'era di faccia e mi guardava con occhi imbronciati, mentre aveva chiuso a pugno la mano con cui prima teneva l'arnese.
Stetti sul punto di voltargli le spalle e andarmene per la mia strada, ma non so quale oscura voce mi avvert che la mia nuova vita dipendeva da quell'uomo e che allora veramente sarei entrato nella letizia quando avessi avuto un amichevole sguardo da quegli occhi.
Eppure sentivo che attender questo era come sperare che il pugno di lui si aprisse per offrirmi un fiore sulla palma. Tuttavia, sorrisi e lo salutai con un augurio: Buon lavoro.
Egli non mi rispose, ma scosse un po' il capo, mettendosi il pugno nella tasca dei calzoni e nettandosi l'altra mano sulla coscia.
Che fabbrica  questa? Una casetta?
Brontol qualche cosa che, forse, significava "Come vedete"; poi mi squadr rapidamente e volt la faccia. Allora mi venne l'idea ch'io dovessi avere uno strano aspetto, tra il sorridente e lo stralunato, e che nell'insieme rivelassi la veglia passata sulla nuda terra. Pure, negli occhi di lui non avevo visto n stupore n interesse, e nemmeno un'ombra di curiosit. Mi aveva gettato uno sguardo che non interrogava, ma percoteva.
Siete solo in questo lavoro? continuai, sforzandomi di addolcire la voce.
Accenn di s col capo, senza rivoltarsi dalla mia parte. Pareva osservare le pietre gi alzate e biancheggianti di calcina.
Ora o sempre?
Ora... ora rispose spazientito Gli altri verranno pi tardi.
Poi, un po' guardando il muricciuolo, un po' la secchia della calcina, si mise a fischiare cupamente un motivo di canzone; e allungando le labbra nel fischio, s'imbronciava anche pi. Ad un tratto, cerc con gli occhi qualche cosa, per la terra intorno, senza trovarla. Indovinai; e stetti un po' incerto; ma poi mi risolsi, andai a pie' dell'albero e, presa la mestola, gliela porsi. Egli mi ringrazi tra i denti.
Come se con questo avessi avuto e non reso un piccolo bene, mi sentii pi sicuro di poter vincere la durezza di quel volto.
L'uomo aveva ripreso a lavorare senza curarsi di me; ma io volevo che mi parlasse.
Casetta di povera gente... Vi abiter una famiglia di contadini, forse...
Povera gente rispose con mal garbo il muratore che s' arricchita con la guerra! e battendo rabbiosamente la mestola sulle pietre, faceva schizzar la calcina all'intorno. I poveri siamo noi altri; il povero son io.
Siete stato alla guerra? gli domandai.
Due anni al fronte e cinque mesi all'ospedale. Allora ci chiamavano eroi; oggi siamo canaglie! e battendo pi forte la mestola sul muro, gett uno sputo, lontano.
Trattenni un sussulto e mormorai:
Anch'io vi sono stato.
Egli mi guard di nuovo e parve mi vedesse per la prima volta.
Ebbene?
Certo, voleva significare: Ne siete rimasto contento?
Ora ognuno deve fare in pace il suo lavoro risposi E nessun lavoro  pesante quando si fa di buon animo. Il povero che d la sua opera a costruire una casa pu essere anche pi felice del ricco che vi dovr abitare.
Sulle prime non dette segno d'aver capito. Poi disse, quasi con stizza:
Vorrei vedervi, dalla mattina alla sera, con questo arnese in mano! Il vostro discorso sarebbe un altro, allora!
Forse. risposi, sempre dolcemente Ma oggi non mi dispiacerebbe essere al vostro posto. Anzi, v'aiuterei volentieri. Indovino, per, che voi non mi vorreste a fianco. e, nel dire cos, la voce mi trem un poco.
Mi pareva d'esser arrivato all'estremo limite, dopo il quale non sarei riuscito a trovare pi nessuna parola. Quell'uomo accigliato intese la mia commozione.
Avete avuto una disgrazia? domand, senza guardarmi; e non sbatteva pi la mestola contro il muro. La sua voce s'era fatta meno aspra, ed io potetti donargli ci che avevo in quel momento di pi caro, cio il mio segreto.
No. risposi Ieri sera venni in questi luoghi per uccidermi nelle fiamme che incendiavano la selva. Tant'era la mia disperazione! Ho passato la notte steso sull'erba, lass; ed ora mi sento un altro animo. Immaginate che vostra figlia vi paresse morta e poi d'un tratto aprisse gli occhi a sorridervi, col capo sollevato dal letto. Non fareste pace, in quel momento, anche col vostro peggiore nemico? Noi dovremmo sentirci sempre come in quel momento.
L'uomo mi guard, sospeso nel pensiero e nell'atto del suo lavoro.
Perch avete detto "vostra figlia"? Come avete fatto a indovinare ch'io ho una figlia?
Non ho indovinato, ho supposto. Avrei potuto dir cos vostra moglie o vostra madre: cio la persona che vi  pi cara. Ma se, dunque, avete una figliuola e le volete bene, potete lavorare pensando a lei. Allora ogni pietra che metterete vi parr leggiera come se vi aiutasse ad alzarla un'altra mano.
Egli sorrise; e forse m'avrebbe fatto qualche altra domanda ma, vedendomi muovere, disse:
Vi auguro buona giornata!
La voce e gli occhi furono buoni: il pugno s'apriva a tendermi un fiorellino.
Ripresi la via. Ero sicuro d'aver trovato l'alfabeto; e potevo comporre da solo il mio poema.
...
Quando gli uccelli trasmigrano a stormi per l'alto dei cieli sulla distesa dell'oceano, a volte, non scorgendo in lontananza sotto di loro n profili di terre n alberi di navi e non sentendo, forse, il richiamo dell'aria pi calda che li trae verso i paesi del Sud, cominciano a rallentare il volo, ad allargar lo stormo, a diventare incerti ed inquieti; presto si sbigottiscono, si sbandano, si voltano questi da una parte, quelli dall'altra, alcuni tentando il ritorno, altri gettandosi e rigettandosi disperati in tutti i sensi, e, presi dalla follia del terrore, s'abbassano, s'urtano, cadono sulle onde, per risollevarsi e ricadere tra le spume, fino a che uno solo esce dalla moltitudine impazzita, risale rapido sovra tutti, e dopo un attimo di dubbio, si lancia come una freccia verso un punto del cielo. In un momento, dietro a quello lo stormo si ricompone sicuro e ritrova festoso la via giusta, trasvolando sul mare sconfinato verso la Terra della Promessa. Cos, talvolta, tra i pensieri e i sentimenti smarriti nell'inquietudine o tumultuanti nel delirio, basta che uno solo sorga sicuro e si volti verso la fede, perch tutti gli altri lo seguano, rallegrandosi di quella guida inattesa quando gi parevano perdersi nel buio; e il cuore trova la pace e la letizia, n forse sa dire come sia stato salvo.
Questo avvenne in me, appena fui libero dalla fantasia che fino ad allora m'aveva tenuto.
Pu darsi che nel riandare all'alba di quel giorno i miei ricordi respirino attraverso il mio spirito d'oggi; e che io mi sia acquistato questo spirito pi lentamente di come creda, con maggior fatica e con un cammino meno breve di quello che mi port dal luogo solitario dove passai la notte fino in presenza dell'uomo che lavorava accigliato alla fabbrica di una casa colonica.
Forse qualcuno dei sentimenti che mi son messi in cuore sul rapido volgere di un'alba mi  nato solo pi tardi, maturando in un lento giro di mesi; ed io m'inganno nel credere che mi cantasse gi dentro, quando forse aveva appena un timido e confuso accenno di voce. Ma certamente da quella mattina cominci la mia vita nuova. Ed io ho cos vivo il ricordo dell'uomo a cui parlai presso le pietre della sua fabbrica che potrei cercarlo e riconoscerlo in mezzo ad una moltitudine.
Tuttavia, mi  grato pensare ad esso come ad una figura irreale, una misteriosa apparizione, destinata dalla Provvidenza a rafforzar con una prova il mio spirito, che balbettava ancora confusamente le prime parole della sua rinascita.
Mi pareva d'aver lasciato da poco il muratore, quando m'accorsi che aveva fatto molto cammino. Ero all'ingresso d'un borgo, su d'una via lastricata; e vedevo gente da per tutto, lungo quella strada e sugli usci delle case: il sole, il traffico, le porte e le finestre dovunque aperte, e perfino la svegliatezza delle facce e delle voci mi mostravano che l'ora del mattino era gi avanzata e ogni vita in movimento. Da questa improvvisa scoperta mi venne un senso di letizia quasi festosa, che non avvertivo come una grazia di cui fossi solo a godere, ma come la mia parte in un beneficio universale. Mi domandai se non fosse domenica o un'altra festa, ed io ne risentissi inconsapevolmente l'allegra animazione, ma non rimasi a lungo in dubbio, perch, richiamato dal rumore e guardando attraverso le finestre, vidi girare in un pianterreno i fusi d'una piccola filanda.
Quello, dunque, era un solito giorno di lavoro: mercoled, ora ricordavo; le donne stavano sugli usci per far la spesa e padroni della strada erano i bambini, tanti che stupivo di trovarne un cos gran numero in un tratto cos breve. Mi fermavo, qua e l, a guardarli giocare, ridere e anche bisticciarsi e lottar tra loro per mettersi a terra l'un l'altro. Ora non avevo nessun pensiero, nemmeno per dirmi chi fossi io e che cosa dovessi fare: ero pago di sorridere a quello che incontravo con lo sguardo, come se in tal modo attuassi pienamente la felicit della mia vita. Nulla mi appariva usato o troppo noto, nulla vano per la mia attenzione, neppure la vista di quelle rozze trottole di legno che i bambini lanciavano con una violenta stratta dello spago e poi da terra sollevavano sulla palma della mano tesa, dove, nel rapidissimo girare, si tenevano ritte e parevano ferme, fin a che, rilanciate al suolo, ruzzolavano ebbre di vertigine.
Ad un tratto mi scosse l'urlo d'una donna. Un bimbetto s'avventurava ad attraversar la strada, ed ella, da un uscio, s'era precipitata ad afferrarlo, vedendo un baroccio che sopravveniva di corsa.
Perch quella paura? Come, in quel giorno, sarebbe potuto accadere qualche cosa di male? La donna portandosi il bimbo al collo si volt verso di me con una strana guardata. Forse mi scambia per un vagabondo pensai, ricordandomi di nuovo che dovevo avere un aspetto strambo.
Vagabondo! Prima d'allora quella parola mi rappresentava soltanto un uomo miserevole, perseguitato dalla sua stessa anima, oltre che dal sospetto del prossimo e dalla rabbiosa minaccia dei cani. Ora mi pareva che si potesse vivere vagabondi anche in letizia; che, anzi, la vera letizia fosse appunto nell'andare per la terra senza uno scopo preciso, liberi da ogni memoria e, dovunque, in accordo con l'universo. Forse avevo gi incontrato, non riconoscendola, qualcuna di tali creature, forse potevo essere io stesso una di loro. Cos pensando mi domandavo se questo non volesse dire "innamorarsi della vita".
La donna che s'era slanciata a togliere il bimbo dalla via ora, come a rifarsi della sua paura, se lo stringeva al petto e lo baciava in faccia appassionatamente. Mi torn all'improvviso il pensiero di mia madre, e, con esso, il desiderio di rivederla: cos forte, nel suo repentino risveglio, da farmi quasi male, come una fame del cuore.
Al pi presto non potevo essere a Napoli prima di sera. Sia per ricompormi un poco, dopo la nottata trascorsa sulla nuda terra, sia per non tener quella gente all'oscuro della mia sorte, era necessario che tornassi un momento alla casetta, da dove ero uscito senza lasciare notizie di me. Affrettandomi a quella volta, pensavo che mi mettevo in cammino verso mia madre, e perci avevo l'impazienza di chi corre a portare una notizia gioiosa a una persona cara che non se l'aspetta. La strada, di cui nel venire, pur andando piano, non avevo sentito la lunghezza, ora mi pareva interminabile. Appena fuori del borgo, prima d'inoltrarmi nei campi, domandai se ce ne fosse un'altra pi corta; m'indicarono una scorciatoia, che, invece d'attraversar le selve, costeggiava un letto di torrente prosciugato dalla caldura. Era una viottola tortuosa, ma ombreggiata da alberelli che tutti in linea da un lato si sporgevano inarcandosi verso l'altro, come per affacciarsi sul solco sottostante dove la polvere ora teneva il posto delle acque. Messomi per quella e camminando sempre pi spedito, cominciai ad aver lo strano sentimento che mia madre mi venisse incontro e che, ad una di quelle continue svolte, l'avrei vista, apparire. La ragione mi diceva che ci era impossibile, ma non riusciva a convincermi; ad ogni gomito della viottola, mi sentivo quasi sbattere il cuore, e poich i rami bassi degli alberi mascheravano un po' lo scorcio della strada, rimanevo incerto un momento, poi acceleravo il passo verso la volta prossima, e cos di seguito, senza mai perdere la speranza. M'immaginavo ch'ella avesse indovinato il mio proposito di morte e mi cercasse angosciosamente. Ecco che ora m'incontrava, e al primo sguardo comprendeva il miracolo avvenuto dentro di me. Per l'improvvisa consolazione non sapeva parlare, ma solo piangere, ed io la sorreggevo mentr'era per venir meno in quel pianto dove l'angoscia trascorsa aveva parte insieme con la gioia.
Questo sarebbe stato qualche passo pi in l, su quella viottola, sotto quegli alberelli che si piegavano a ripararla dal sole.
Cos animavo i luoghi con l'immagine di mia madre.
Ma uscito dalla scorciatoia in un sentiero che segava diritto i campi, sui quali, a pie' degli alberi, l'ombre nane del mezzogiorno parevano stampate, sentii svanir con rammarico l'ansiosa speranza di quell'incontro. Arrivando al casolare, trovai la pi piccola delle ragazze seduta, come l'aveva vista altra volta, sugli scalini della porta, con un pugno di nocciuole nel grembiale. Appena mi scorse, salt subito in piedi, in modo che le nocciuole ruzzolarono a terra e, prima ch'io m'accostassi, scapp su per la scala, chiamando a gran voce la mamma. Ora avrei dovuto spiegar la mia assenza della notte, ma, all'improvviso, sentivo di non poter dire la verit, che pure avevo confidata cos lietamente al muratore sconosciuto. Per ci entrai in casa con un po' d'impaccio, che somigliava a un vago, per quanto sottile malcontento.
I miei ospiti rimproverarono la ragazzetta, la quale, dicevano, chiss che mai m'aveva fatto pensar coi suoi gridi: per lo meno, che in casa si fosse discorso sul mio conto. Invece, s'era capito che io avevo voluto passar la notte all'aperto per veder da vicino l'incendio e che poi m'ero disteso a dormire sull'erba fresca. D'estate, non c' letto migliore. Io guardavo la bambina, che rimaneva smarrita per la confusione; e pur intendendo che altri credevano, cos, d'obbedire ad un obbligo di correttezza, assentivo a quello che dicevano, e mi turbavo sempre pi nel mio oscuro scontento, non perch confermavo una cosa non vera, ma forse perch ora a me stesso la verit pareva diventare incerta, adombrarsi e quasi sfuggire.
S, ho fatto un lungo sonno sull'erba. Ma proprio non m'aspettavo che l'incendio finisse cos presto.
E intanto avrei voluto domandare alla piccola: Perch ti sei meravigliata del mio ritorno? Ora sei persuasa che non m' successo nulla di straordinario?
Anche il riveder la mia camera, con le cose come l'avevo lasciate, nella loro usuale apparenza, mi dette quasi un senso di delusione.
Invece di prepararmi subito a partire, rimanevo immobile, in una strana perplessit.
Non torno ad essere quello di prima? Non ritrovo tutto allo stesso modo? Potrei credere che oggi sia ieri o ieri l'altro. In fondo  proprio certo che abbia un'anima nuova? E perch? Da che cosa m' nata?
Cercavo di pensare, ricordare le impressioni liete di quel mattino; e mi pareva che pensieri e ricordi si facessero tenui, trasparenti, addirittura vani, lasciandomi vedere, sott'essi, il vuoto dove la mia fede aveva paura di precipitare. Da quel vuoto avrei voluto ritrarmi, e nello stesso tempo mi sentivo attratto. Cos mi tenevo in pericolo, ripetendomi la domanda: Come posso credere d'essermi trasformato se non m' avvenuto niente di straordinario?
Ora io stesso volevo persuadermi del peggio; che, cio, la mia fede in una vita nuova fosse stata una suggestione fugace, del breve tempo trascorso in una specie d'ebbrezza, e che oramai rivenissi alla triste coscienza di me. Ecco che i miei sensi erano ridiventati normali: la mia vista gi si tediava delle cose all'intorno, dopo la sua pazzia festosa. Quel gran sudore che mi scorreva per la fronte mi provava che, sebbene non me ne fossi accorto, il mattino era stato caldissimo. Cos io ero vissuto con i sensi e lo spirito al di fuori della solita, immutabile realt.
Se questo  vero, perch affrettare il ritorno? Perch ripresentarmi a mia madre con lo stesso volto scuro, dopo essermi illuso di poterla riabbracciare in letizia?
Mi ricordai allora che la sera prima, uscendo col proposito d'andare a morire, non m'ero curato di lasciare nemmeno un rigo per lei; e in un attimo misurai il dolore col quale, dopo un'angosciosa incertezza, ella avrebbe appresa la mia morte. Fui cos improvvisamente colpito da questo pensiero, e con tanto impeto di rimorso, che, non potendo reggervi, m'abbattei sul letto di colpo. Premevo la faccia sulla coperta e avevo male al petto, come se fosse stato gonfio del pianto che non riusciva a irrompere. Ma alla fine mi liberai di quell'ingorgo tormentoso, e, ascoltandomi piangere, m'inebriai del mio pianto.
Quando mi alzai, ero tornato alla calma, e anche, alla fiducia della mia trasformazione.
In poco tempo fui pronto per la partenza, e pur non avendo toccato cibo, ma solo bevuto una tazza di latte, mi sentivo fresco e ristorato, come se quel breve pianto mi avesse infuso anche un benessere fisico.
Arrivai alla stazione abbastanza prima del passaggio del treno. Nell'attesa mi misi ad andare su e gi lungo i binari, davanti a un filare di vigne, e guardavo con non so che piacere i grappoli d'uva, dai chicchi ancora verdi ma gi folti e grossi.
Tornai nella piccola sala d'aspetto per vedere chi mai avrebbe viaggiato con me. Non c'era nessuno, tranne una donna del popolo, seduta sulla panca; in grembo a lei, avvallandole la gonna di percalle che le si gonfiava ai fianchi, poggiava la testina mezza scoperta dal berretto alla marinara un biondo bambino addormentato. Dal respiro, dal volto, da tutto l'atteggiamento del piccolo corpo mostrava di dormire con tanta serena fiducia!
Cos, mi dicevo, nel guardarlo senza domandarsi nulla, senza volersi spiegare il perch. Rimettersi alla vita come egli al grembo di sua madre... Solo in questo  la pace.
Ed anche nel treno tenni dinanzi al pensiero il volto fiducioso di quel bambino dormente.
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Capitolo 18.
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In letizia.
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L'incontro con mia madre non fu quello che m'ero immaginato. Veramente, anche prima di rivederla, m'ero persuaso che nemmeno a lei potevo svelare il mio nuovo spirito, se non a grado a grado, nell'assiduit della nostra vita comune, con la lenta continua trasfusione con cui certi luoghi lasciano sentire la dolcezza della loro aria. Pure, quando ebbi la prova che nemmeno gli occhi materni mi sapevano indovinare e, anzi, mi guardavano dubbiosi, m'accorai un poco, quasi che il mio bene scemasse per la mancanza del pi caro riconoscimento. Non le feci nessuna confidenza, nessun racconto: non seppi dirle altro che stavo di buon animo e che la campagna m'aveva rinfrancato. Tuttavia, durante la cena, nella pace della nostra casa, svolgendo tra me vaghe immaginazioni per il futuro, e incontrando il volto malinconico di lei, sentivo il mio segreto come una commozione che anelasse a farsi slancio d'amore, e le ripetevo teneramente nel pensiero: Sii tranquilla. D'ora in avanti non dovrai temere per tuo figlio.
Quella sera, m'indugiai fino a tardi tra le cose familiari, come davanti a una presenza amica cui m'increscesse sottrarmi col sonno. O forse non ero tenuto sveglio dalle cose, ma dal mio stesso cuore, in cui tutti i sentimenti della giornata parevano raccolti a far piena. Idee, speranze, ricordi ondeggiavano, ma senza inquietudini; cos, udendo nell'altra camera il respiro di mia madre dormente, pensavo all'abituale respirare di Chiara, sempre un po' trattenuto, che nel silenzio diventava percepibile.
Chiara! La ritrovavo nei ricordi, e mi pareva d'intenderla naturalmente, qui nella nostra casa dove viveva ancora il suo spirito. E anche la pena di non poter rievocare mai pi la bella persona perduta mi riusciva dolce e mi conciliava con me stesso.
Dai vetri della finestra guardavo il cielo notturno. I pensieri si sollevavano come un sospiro di tenera piet, di fraterno amore, per tutto ci ch'era vivo e mortale sotto i segni eterni delle stelle. Avevo il sentimento che non m'ero trasformato, ma avevo fatto pace dentro di me, perch la mia anima vera potesse ispirarmi.
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La mattina dopo, volli riprendere il mio ufficio alla Biblioteca, sebbene la mia licenza durasse ancora. Vi andai con l'animo un po' fanciullesco d'un convalescente che s'aspetti d'esser festeggiato per il suo ritorno alla vita abituale. Ma le sale di lettura eran deserte, parecchi dei compagni assenti, perch anch'essi in vacanza, e quelli rimasti non mostrarono nemmeno d'essersi accorti ch'io ero tornato prima del tempo.
Per l'innanzi, tra me e loro non c'era mai stata molta familiarit. Ora desideravo che i nostri rapporti mutassero, ch'io non mi trovassi pi, in mezzo ai colleghi, sconosciuto tra sconosciuti, ma mi era difficile vincere il mio carattere, che, come mi sono accorto anche meglio in seguito, tardava a mettersi d'accordo coi miei sentimenti. E mi tenni in cuore la mia offerta d'amicizia, mentre, un po' deluso, riprendevo il mio posto.
Quel primo giorno lavorai di buona voglia, assorbendomi nel lavoro; solo di tratto in tratto, mi fermavo all'improvviso, quasi avessi timore che in una dedizione troppo prolungata al mio compito potessi smarrire il senso del mio bene. Non dipendeva esso dalla memoria, che ne dovevo mantener sempre viva? O era un atto di volont che dovevo continuamente ripetere? Mi rispondevo che no, che oramai esso era conquistato per sempre; ma pure mi piaceva consolidarne la certezza nei colloqui con me stesso. Quasi mi veniva voglia di scrivere sulla carta bianca che avevo davanti: Tutto  come prima, nessuna fortuna  venuta a visitare il mio cuore; e tuttavia esso  felice d'esistere.
Anche i giorni seguenti ritornai in Biblioteca. Non sapevo ancora se avrei continuato in quell'ufficio o dato un altro indirizzo alla mia vita di lavoro. Ma questo non m'inquietava. In qualunque occupazione la mia anima sarebbe rimasta la stessa.
Era cominciato settembre, e dopo qualche giorno di pioggia, il tempo s'era rifatto bello. Una mattina mi torn insistente il pensiero di zio Luca. Ricordavo l'ultima visita a lui come se l'avessi fatta sul limitare di un'altra vita; eppure da allora eran trascorse appena due settimane. Quando a mezzogiorno lasciai la Biblioteca, risolsi di concedermi vacanza nel pomeriggio per andare a rivederlo. Il tram era ancora affollato di comitive allegre, dirette al mare, a godersi i freschi bagni settembrini. Pensavo che avrei trovato zio Luca, come l'ultima volta, disteso sulla poltrona e tormentato dalla sciatica.
Andando verso la bottega, sentii venirmi incontro una musica di violino, che pareva un po' timida di svelar sulla strada la sua naturale festevolezza. Nondimeno, distinsi subito che era un valzer. Veniva proprio dalla bottega, ma chi mai poteva suonarlo? Forse il dottore Simoni, che voleva provare anche a questo modo la sua valentia da orecchiante, non soddisfatto di pestar come al solito sul pianoforte del negozio e sui nervi del povero zio Luca. Nel pensare al dottor Simoni m'ero fermato indeciso:
Se mi trattenessi per qui attorno, in attesa ch'egli se ne vada? Oh, no, via! e feci anche un gesto con la mano; ma poi sorrisi tra me con indulgenza al sentimento che m'aveva fatto fermare e che pure riconoscevo inammissibile col mio nuovo spirito.
Spingendo la porta del pianterreno, scopersi qualche cosa che mi parve straordinaria. Zio Luca, in piedi in un angolo, teneva gli occhi abbassati sul violino, su cui s'inebriava a far correre l'archetto, mentre nella piccola stanza volteggiavano abilmente due coppie di ragazze, tre delle quali avevano ancora i capelli sciolti. Di contro a zio Luca, addossato all'altra parete stava un giovane ch'era quasi un fanciullo, e nel suo sorriso di spettatore contento forse nascondeva l'ansia che una delle coppie si sciogliesse, per poterla ricomporre lui.
Socchiusi la porta dietro di me, e rimasi immobile sulla soglia. L'estrema giovent delle fanciulle, la loro grazia e leggerezza, il ritmo di quel ballo, ingenuamente scapricciato, insieme con l'ispirazione con cui zio Luca pareva sprigionarlo, pi che dal violino, da tutto s stesso, infervorato nella fronte, negli occhi e perfino nel respiro, si rispondevano e si compivano in quella stanza, per non so che aria di felice intimit, che, miracolo d'un momento, il pi lieve urto estraneo avrebbe potuto turbare o rompere. Per ci avevo timore di farmi scorgere, prima che la mia vista fosse paga.
Ma gi della mia entrata s'era accorto il giovanetto spettatore, che nella seria fissit con cui ora seguiva il ballo non riusciva a dissimulare il suo piccolo malcontento per la presenza d'uno sconosciuto; e forse anche qualcuna delle ragazze, che ne aveva dovuto informar l'altre con poche parole bisbigliate all'orecchio, nella stretta della danza. Tutte facevano finta di non guardarmi, ma nelle movenze e nel volto tradivano un po' d'impaccio, forse l'incertezza se dovessero fermarsi: cos quelle guance, quelle fronti, sotto i capelli scossi, non mi parevano arrossate solo per il fuoco del valzer.
Da parte sua, zio Luca non dava segno d'avermi veduto. La sua stessa ebbrezza lo proteggeva, avvolgendolo come un'atmosfera impenetrabile a ci che potesse scomporla. Piantato con le spalle al muro in tutta la sua lunga persona, pareva incitare a sempre maggiore slancio l'allegro ritmo della musica, oltre che col rapido andare e venire del braccio che impugnava l'archetto, col continuo dondolio dell'intero corpo; e, intanto, dagli occhi, sebbene socchiusi, e da tutta la faccia inchinata a premere il mento sul legno del violino, gli s'irraggiava un largo sorriso, molto simile all'altro col quale s'era sporto verso di me dal sedile della barca, quel giorno della mia infanzia ch'eravamo andati sul mare, ma che forse era anche pi festevolmente luminoso e, pur non rivolgendosi in particolare a nessuno, si compiaceva di vagheggiare lo spirito di quella danza, come un genietto visibile che saltellasse sulle corde, le ragazze che ballavano e insieme s stesso, cio i felici pensieri che lo esprimevano. Ad un tratto una delle ragazze si svincol dalla mano della compagna e, forse per nascondermi con un pretesto la timidezza che l'arrestava, fattasi da parte, si curv ad aggiustarsi il fiocco delle scarpine. L'altra, rimasta sola in mezzo alla stanza, alz subito il volto a guardarmi; poi, come per un'improvvisa confusione, corse a raggiungere la compagna, agitando le larghe maniche di crespo che facevano trasparire fin quasi all'omero le sottili braccia di adolescente. Allora anche l'altra coppia si ferm; zio Luca, staccando la testa dal violino, mi fece con l'archetto il saluto che s'usa nella scherma. Ma subito dopo, quand'io stavo per accostarmi a parlargli, cal di nuovo il mento sul legno e prese a suonare con maggiore foga un altro valzer.
La ragazza dalle maniche larghe non resistette al richiamo; slanciatasi su una della coppia che era stata l'ultima a sciogliersi, le cinse la vita e la trasse nel giro vorticoso, mentre le altre, in piedi presso la parete dov'era il giovane, rimanevano spettatrici un po' anelanti e ancora tremule per la parte che avevano avuta fin ad allora.
Le due che avevan ripreso a ballare erano le pi belle e, pareva, anche le pi giovani. Quella che faceva da cavaliere era bionda; ardita nel viso e nella persona sveltamente sbozzata, teneva bene la guida della danza. Muoveva di continuo la testina irrequieta, scrollando le fila dei capelli a buccoli, e, di tratto in tratto, mi lanciava un rapido sguardo, affacciandosi, col nasetto all'ins, dalla spalla della compagna. Questa si faceva condurre in un'aria estatica, con le palpebre abbassate come a godere raccoltamente, e tutto il bel volto immobile, tranne che nella respirazione un po' fremente delle narici; mentre suggellava, per dir cos, la sua compunzione con la piccola mano grassotta che non osava staccarsi d'un dito dalla spalla della ragazza cavaliere.
Volteggiavano rapidamente innanzi ai miei occhi rallegrati ora l'una ora l'altra espressione, tutt'e due dai volti accesi; e, insieme, quei buccoli biondi, quelle trecce brune, le maniche e le gonne svolazzanti, le caviglie e i piedini che si sollevavano agili sulle punte delle scarpette.
Zio Luca s'accalorava sempre pi, stringeva il tempo in un ritmo febbrile, pareva volersi slanciar con l'anima per tener dietro alle battute fuggenti. Forse egli s'inebriava respirando l'aroma di giovinezza che si spandeva da quei capelli scossi e accaldati; o il profumo, pi sottile, dei sogni in tumulto dietro quelle fronti, dentro quei cuori di fanciulle, che la danza faceva sobbalzare. Forse era lui a trascinar queste, ritrovando e sprigionando da s stesso impeti di giovinezza non esauriti, aneliti di sogni non espressi, tutta un'anima di fanciullesca gioia.
Certo, guardando zio Luca e insieme le ragazze che ballavano, m'immaginavo ch'egli dovesse vederle come due liete memorie, due felici momenti della sua vita, che, per un prodigio, rifiorissero all'aria del presente. Ma mi domandavo anche se il suo piacere non fosse che solo una commossa partecipazione al piacere altrui, e, se per questo, egli non rivelasse uno spirito ch'io, fin ad allora, non gli avevo mai sospettato.
La ragazza cavaliere arrest il valzer alla fine d'un tempo, e, mentre la compagna, con una mano al piccolo seno palpitante che pareva allora sbocciato dalla piena festosa del cuore, andava a raggiungere il gruppo delle amiche e del giovane su passetti disquilibrati dalla vertigine, ella si mise a girare turbinosamente al contrario, tenendo aperte e in linea le braccia che il velo delle maniche s'affrettava a seguire con pendulo volo di satellite. Dopo non molti giri si ferm di colpo nel mezzo della stanza, e, voltandosi verso zio Luca, gli fece una riverenza, scherzosamente esagerata.
Le altre batterono le mani, assez!; egli lev piano la testa dal violino, e incontrando il viso della ragazza, che nell'atto della riverenza aspettava d'esser vista da lui, parve rimaner sospeso in uno sguardo attonito. Ma si riebbe d'un tratto, con una mossa ch'io gli conoscevo bene, una specie di capata nel vuoto.
Buon giorno, Mario. Perch te ne stai sulla porta? Non mi dici nulla di Giovanna?
E indicandomi con l'archetto, mi present:
Mio nipote, l'avvocato Mario Buonacossa.
Erano signorine napoletane, venute l in villeggiatura: due sorelle e un fratello, con una cuginetta e un'amica, la biondina dalle maniche larghe. Ma nella conversazione, almeno con un nuovo conoscente, non si mostravan cos disinvolte come nel ballo; e non ritrovarono la loro spigliata gaiezza se non nel versarsi tutte insieme sulla via, seguite dal giovine che certo ambiva di mettersi a lato della ragazza bionda.
Zio Luca, senza parlare, s'affrett a tirare nel mezzo il banco della vendita ch'era stato sospinto contro il muro. Aveva improvvisamente mutato espressione, come un paesaggio da cui il sole si ritiri d'un tratto, e forse voleva che anche le cose, l dentro, dimenticassero subito la felice follia che le aveva fatte spostare.
Ma le cose non gli obbedivano: il banco rest un poco di sghembo, mal disposte le sedie, un fascicolo di musica sul pavimento; allo stesso modo, il ciuffo dei suoi capelli e la cravatta risentivano ancora della festosa agitazione con la quale egli aveva suonato.
Voltatosi dalla mia parte, rimase a guardarmi in silenzio, sporgendosi dal banco su cui puntava le mani, come da un parapetto basso: pareva che dietro la fronte corrugata stesse concentrando tutti i suoi pensieri tristi per poi dar loro sfogo in una gonfia vena di lamentazioni.
Non credevo che sapessi suonare il violino gli dissi, tentando di prevenirlo.
Che suonare! Un valzer! Ci vuol davvero una grande bravura! e parve quasi indispettito Un po' ad orecchio, un po' aiutandomi col ricordo di qualche lezione presa da giovane... Ora ho in bottega questo violino, e poich nessuno se lo compra, me ne servo per far piacere a quelle ragazze, buone figliuole che si divertono con nulla. Non ne so di balli nuovi, io! A me non possono chiedere che il vecchio ed onesto valzer.
E dopo aver dato un urtone al banco, senza riuscire a raddrizzarlo, aggiunse: Non credere che qui si faccia baldoria ogni giorno. Ho la testa a ben altro! Tutto continua ad andarmi di traverso, e anche i miei dolori alle gambe col mutar del tempo ricominceranno.
Ecco che riproduceva perfino l'atteggiamento e la voce dell'altra volta, di quando, cio, in quella stanza m'ero sentito soffocare; e quasi si preoccupava di persuadermi che, oggi od allora, era sempre egualmente compassionevole. Ci nonostante, non mi tornavano le impressioni di quel giorno. Forse, in fondo a me, ero restio a riconoscerlo in cos grave contrasto col mio nuovo spirito; e, chiss, ero venuto a ritrovarlo proprio per cercare in lui qualche luce di grazia e di conforto che lo rischiarasse un poco alla mia vista. Il caso m'aveva favorito. In quel sorriso, in quella letizia con cui aveva suonato e fatto festa alla giovinezza, m'era parso di vedere affiorare e svelarsi non so che buon genio della sua anima, sopravvissuto ai lutti e ai disinganni: uno spirito ch'egli stesso, forse, ignorava, ma che pure in segreto lo preservava dall'inaridirsi. Ora esso era ricaduto gi; ma non per questo s'era spento: sarebbe riapparso ancora, altre volte, o, tuttavia, anche nascosto e ignorato avrebbe reso sempre il suo benefico influsso. Io potevo provarmi a richiamarlo; potevo, anche, aiutar zio Luca a scoprir la grazia della vita confortatrice e incorruttibile che portava in s.
Ebbene, disse ad un tratto, scotendosi che facciamo qui? Ora chiudo la bottega. Non c' caso che venga qualcuno.  meglio uscir a prendere un po' d'aria; no?
Com'io accondiscesi, raccatt sollecitamente i fascicoli di musica sparsi a terra e mi sospinse fuori, con impazienza: Su, andiamo!
Ma appena fummo sulla strada, quell'animazione gli svan, cedendo ad una taciturna svogliatezza: camminava a testa bassa, con le mani dietro la schiena, senza curarsi del suo compagno. Non sapevo se volesse fissare un indirizzo al nostro cammino; comunque, mi rimettevo a lui, in silenzio, pronto a seguirlo docilmente per questa o quella via. Era il pomeriggio avanzato, un giorno di mezzo settembre, e l'aria, dopo le prime piogge, s'era fatta tersa e mite: le cose da una parte della strada sorridevano ad un sole lietamente ozioso, e anche noi entravamo a tratti, quando i muri dall'altra parte non ci paravano, nel fascio dei raggi che c'illuminavano senza molestarci. Mi pareva che sotto quella carezza l'afflitto broncio di zio Luca dovesse sciogliersi, il cuore dischiudersi, e da esso rifluir libero lo spirito della sua letizia.
Attraversammo la piazza, proseguimmo per la via delle robinie, dove, come sempre, i passanti eran radi e gi qualche foglia si staccava dagli alberi.
Andiamo al Porto. pensai, rallegrandomi come se avessi guidato col mio desiderio i passi svogliati di lui. Proprio in quel momento egli disse: Andiamo al Porto... e aggiunse: L non c' pericolo d'incontrare importuni.
Antichi ricordi mi tornavano, e, tutti, traverso una malinconia dolce, quasi gradita, che non era rimpianto, ma amore per le cose passate, come se il presente rasserenasse la mia memoria. E poich in quei ricordi zio Luca aveva molta parte, anche il suo antico fantasma trovava non so che pace nel mio pensiero.
I microcefali! gli dissi ad un tratto, sorridendo Li fuggi ancora? Non cap subito: ed io gli dovetti rammentare la nostra prima passeggiata al Porto. Si stupiva che non avessi dimenticato:
Che et avevi? Sette anni? Oh, quelli per me, eran tempi molto migliori!
Avrei potuto rispondergli che no, che anche a quei tempi si doleva della sua sfortuna, ma temetti d'indispettirlo.
Per mio conto, mormorai rif volontieri questa via. Specialmente oggi. Son lieto di godermi la bella giornata.
Ah, certo, al mondo c' ancora questo bene, una bella giornata! e mise una specie di stizza nell'affermazione. S, quando l'aria non ci soffoca pi e non  ancora fredda, quando c' un sole mite e si esce a passeggio, come ora noi, senza soprabito, ci par d'essere meno pesanti, meno stanchi,  vero; ma basta un'idea a farci ricadere il mento sul petto.
Poi, guardandomi, aggiunse: Tu sei giovane; e, naturalmente, nel sole i giovani camminano impettiti.
Sapessi pensavo a che cosa era ridotta, fin a qualche giorno fa, la mia giovinezza! Si sentiva cos disfatta e vana, che voleva morire. Non  questo sole che la riscalda, ma il sentimento di poter sorridere al mondo. Fossi anche quel doganiere, che passeggia l dinanzi alla garitta guardando le rondini che sorvolano il tetto della stazione, ora non potrei pi ripiombare nel tedio.
Il piccolo porto era quasi in ozio; solo da una barcaccia scaricavano barili. Andando lungo la banchina mi compiacevo di leggere i nomi che spiccavano sui fianchi dei grossi velieri: Santa Margherita, San Luigi, Giuseppe e Maria; quegli stessi che un tempo infondevano non so che senso di religiosa commozione alla mia mente fanciulla.
Qui c'era un marinaio che rappezzava una vela, seduto alla turca sul tavolato di bordo; l, un altro curvo sul fornello di una cucinetta improvvisata a poppa, mentre il veliero si cullava un poco come per affermare, nonostante l'ormeggio, la sua naturale mobilit in cospetto della terra ferma. Dovunque un raccoglimento, una tranquillit familiare addomesticava, per dir cos, quel porticciuolo, che altre volte m'era apparso come la soglia d'un mondo fantastico.
Dove vai? mi domand zio Luca, vedendomi avanzare verso la punta del molo.
Aspetta... e mi spinsi oltre, sfuggendo alla sua mano protesa, fin proprio al limite del muraglione, sotto cui il mare libero batteva contro i massi accatastati a far riparo.
Tibut s'era affacciata cautamente, schiacciandosi a terra per paura di scivolare, ed io, all'improvviso, con un calcio...
Stetti un poco a guardar gi le acque che gorgogliavano profonde tra uno scoglio e l'altro. Potevo dire a me stesso: Fu in questo luogo, a questo modo senza rivoltarmi contro il mio ricordo. Lo sentivo, infine, sedato per sempre. E m'indugiavo in quel posto, solo perch ero attratto dalla trasparenza delle alghe, che ogni ondata muoveva e non riusciva a strappare dai fianchi sommersi degli scogli.
Ma quando zio Luca mi pos una mano sulla spalla e mi disse: Sta' attento, subito mi voltai.
Rifacemmo adagio il tratto della banchina: cominciava a imbrunire, un marinaio, coi gomiti sulla murata di un veliero, cantava una canzone d'amore di cui s'intendeva solo l'accento appassionato. Zio Luca aveva messo il suo braccio sotto il mio, e mi stringeva a s.
Tra poco pensavo suoneranno le campane. Qualcuno di questi vecchi pescatori si lever il cappello.
E mi veniva a mente l'impressione di ammirata reverenza, con cui ogni volta, bambino, mi fermavo per istrada a guardare il gesto lento e solenne di saluto, fatto sempre da mani un po' tremule, sotto l'aperto cielo della sera.
Come dal Porto uscimmo sulla via, ove i lumi non erano ancora accesi, ci trovammo dinanzi una coppia che camminava lentamente: la donna, pi alta del suo compagno, gl'inchinava la testa sulla spalla e gli si teneva stretta in modo da formare con lui quasi una sola figura. Sebbene anche noi andassimo piano, presto li raggiungemmo, e nel passar loro accanto, io li guardai di sfuggita; ma, poi, sospettando di averli ravvisati, subito tornai a guardare. Allora la voce d'Elodia cant: Buona sera! e tutta la strada deserta parve svegliarsi.
Ella ci rimprover scherzosamente di non averla subito riconosciuta. O temevamo di riuscire incomodi? Non credessimo d'averli sorpresi in una passeggiata sentimentale. Era andata al treno, a "prendere" il marito che tornava da Salerno. E disse "prendere" con un lieve accento di burla, infilando di nuovo il braccio in quello di Simone. Ma appena ci rimettemmo a camminare, tutt'insieme, pass al fianco di zio Luca, che per quella vicinanza si rianim nei modi e nell'umore.
Io e Simone andavamo l'uno accanto all'altro, senza parlarci. Egli forse sentiva il peso del nostro silenzio, ma non voleva essere il primo a romperlo; e quasi a correggere, da parte sua, il significato d'inimicizia ch'esso poteva avere, mi si teneva studiatamente a lato, lasciando che gli altri ci precedessero. Io non gli badavo nemmeno: ero solo attento a guardare Elodia, e godevo di vedere dinanzi a me la bella persona, attorno a cui l'aria della sera pareva delicatamente sfumare, circonfondendole la densa massa dei capelli, annodati al sommo del collo nudo, la morbida linea delle braccia, tutto il contorno della figura che il passo spigliato disegnava. Delle parole che diceva gaiamente a zio Luca non curavo il senso per meglio ascoltare la musica. E nessun rimpianto o rammarico mi turbava quel piacere, neanche la coscienza della sua labilit, il pensiero che tra poco, un tratto pi avanti, ella sarebbe scomparsa. N da esso mi veniva il dubbio che fossi ancora innamorato d'Elodia, ma, s, la certezza che imparavo ad amare la vita.
Per ci forse credevo di scorgere non so che rispondenza, in quel crepuscolo di settembre, tra la grazia di lei e le robinie avvolte d'ombra, lungo la strada e la forma di qualche piccola nuvoletta nel cielo che si smorzava. Solo quando ci accomiatammo dinanzi al portoncino della loro casa e mi parve sorprendere, a me diretto, uno sguardo accigliato di Simone, sospettai che per tutto il cammino fatto insieme egli avesse sentito il tormento di una gelosa inquietudine.
Hai torto. gli dissi mentalmente, alle spalle, mentre scompariva con sua moglie, nell'ombra dell'androne. Ma pure non seppi trattenermi dal rilevare con un po' di segreta compiacenza il contrasto tra la sua persona tozza, grossolana, e quella cos graziosa d'Elodia.
Il piccolo "uomo rosso"! Ebbene, povero piccolo uomo rosso, egli l'amava! In fine, potevo scacciar dal cuore l'antica avversione, che non era pi se non una specie d'abitudine, e far pace anche con lui.
Di pensiero in pensiero, rivenni a zio Luca.
Non ti pare ch'Elodia somigli a sua madre giovane?
Che dici? A sua madre? No, ella era pi sottile... pi... e non trovava la parola.
Allora gli domandai piano, come per convincerlo che non gli avrei fatto violenza:
Tu l'hai molto amata, la signora Reiner, non  vero?
Io? Che cosa? La signora Reiner? e finse di ridere Oh, no!
Ma un momento dopo, poich io non aggiungevo nulla, fu lui a domandare:
Da chi l'hai saputo?
Da nessuno, dai miei ricordi d'infanzia.
Mi aveva preso sotto il braccio e mi trascinava quasi. Ebbene,  una vecchia storia. Non c' ragione che la tenga segreta. Ah, la signora Reiner! Tu la rammenti com'era da giovane? Ma non ho niente da raccontarti, credimi!
Mi lasci il braccio, mormor come a s stesso: La voce di Elodia ricorda... ricorda quell'altra... Proprio stasera, a sentirla...
Non fin; e tacendo, parve non nascondere, ma significar meglio ci che doveva seguire.
Dal fondo della via deserta andavamo verso la piazza, dove si vedevano passare i tram gi coi lumi accesi. Zio Luca s'attardava a guardare in cielo, forse per prolungare volontariamente la fine della strada in ombra e silenzio.
 una stagione che inganna sospir a un tratto, fermandosi e arrovesciando il capo una fine di settembre che potrebbe scambiarsi per il principio di aprile.
Il suono delle campane gli coperse la voce. Abbass la testa, e, mentre lo scampanio durava, stette come in ascolto.
Andiamo. disse poi, scuotendosi  strano che, a volte, un nonnulla riesca quasi a farci commuovere. Come se l'anima non fosse stanca del tutto di questa vecchia terra.
La sua mano, cercandomi, mi sfior la faccia. Nell'aria, intorno, sentii spandersi la dolcezza un po' tremula di quelle parole e in essa cantare, come gi prima s'era svelato nella luce d'un sorriso, il buon genio che rimaneva nel cuore di lui e gli alimentava in segreto la vita.
...
L'altro giorno, accarezzando le care mani di mia madre, le sentii fini, leggiere, ma di una leggerezza che mi pareva quasi fragile e faceva timide le mie, alle quali s'abbandonavano. Avvertivo la velatura lenta della pelle, la docilit delle giunture, la sottigliezza delle dita, intenerendomi in una pia commozione.
Ella mormor: Che guardi? Sono povere mani di vecchia. Allora pensai alle foglie sul punto di staccarsi e compresi l'umano lacrimar del mio cuore. Da quel giorno ho accolto in me l'avvertimento per l'ora non molto lontana dell'addio; e non ho cercato di chiudere l'animo al dolore che verr, ma di prepararlo a quella prova. Presento che potr superarla, perch mi assiste una coscienza sicura, nella quale la morte e la vita s'incontrano e non si contrastano, sposandosi e facendosi unico spirito. So che mia madre non morr mai: come non son morti mio padre e Chiara, e come non fu perduto il bene ch'essi mi diedero e che non vidi, ma che oggi trovo in me e trover domani, quale parte di me stesso aperta anche al divenire. La loro non sar mai sopravvivenza di fantasmi, ma vita nel mio spirito. Non c' immortalit migliore o diversa.
Tuttavia, io mi sentir ancora e sempre lacrimar mutamente dentro di me, come m'avviene allorch guardando quelle care mani esse m'appaiono simili a foglie che stiano per distaccarsi.
...
In questa fine delle mie memorie, che ha la fede d'un lieto principio, la fantasia non s' spenta; ma mi obbedisce e cospira amichevolmente al mio bene. Essa  stata per me, dai giorni pi lontani nel ricordo ad oggi, come il fuoco per l'uomo nella vigilia della civilt.
Un riflesso d'aurora arrossa le cime degli alberi, un raggio di sole batte su d'uno specchio d'acqua o scintilla nella neve: l'uomo dagli occhi nuovi vede e stupisce. Il legno secco che s'accende e mette il fiore tremulo d'una piccola fiamma sorride a lui, l'attira, gli desta i primi pensieri dell'ignoto, lo prostra in adorazione con la fronte al suolo; ma se la fiamma cresce e leva in alto la cresta prepotente, egli s'impaura, trema, retrocede, guarda inquieto a terra il fluttuare delle immagini, e fugge la sua stessa ombra.
Se rattristato dal buio e dal freddo degli inverni gi sofferti, s'accosta alla fiamma che crede amica e vi tuffa dentro il ramo resinoso, la lingua del fuoco s'avvince rapida e inafferrabile intorno al ramo, riverbera l'ardore sulla faccia che la spia, brucia la mano e presto s'alza, s'avvinghia, si moltiplica, corre in ala d'incendio da un albero all'altro, sul capo di lui che si raggira demente nel cerchio delle fiamme. Ma quando l'incendio  consumato e il fuoco  stanco, egli lo prende, lo ravviva, lo guida, lo piega al suo lavoro, lo fa sorridere alle sue veglie, risplendere dinanzi alle immagini della sua fede, ardere sulle tombe dei suoi morti.
E se una donna a lui cara inclina la fronte e stende le mani verso le vampe mansuefatte, gli pare che esse diventino luce e grazia del suo amore, nel riverberarsi su quella fronte e nel respirare benefiche verso quelle mani protese.
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FINE.